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Marino-Pd: verso la resa finale

Ecco le contromosse dei dem se il sindaco dovesse decidere di ritirare le sue dimissioni

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Il sindaco dimissionario di Roma, Ignazio Marino, durante la conferenza stampa nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Roma, 20 ottobre 2015. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Ignazio Marino è un sindaco dimissionario parecchio agguerrito. Ma come suggerisce qualcuno “deve farsi bene i suoi conti”. Perché se l'obbiettivo è solo quello di rimanere in sella, il marziano potrebbe non avere una maggioranza. Ma se invece il suo vero scopo è quello di portare al massimo il livello dello scontro attaccando il Pd direttamente in aula Giulio Cesare, allora, dal minuto dopo, Marino rischia di non avere più nemmeno un partito.

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Nessuno si azzarda ancora a dirlo ufficialmente, ma che Marino possa restare nel Pd "solo se non ritira le dimissioni e non arriva alla rottura totale” è un pensiero che in queste ore comincia ad affiorare.

Il sindaco ha dichiarato che in questi giorni farà le sue “opportune verifiche”. Ieri lo ha ribadito anche il suo braccio destro, la fedelissima Alessandra Cattoi. Al momento non ha ancora iniziato. Il capogruppo Pd e coordinatore della maggioranza Fabrizio Panecaldo non ha ricevuto messaggi. Se altri consiglieri invece sì, per ora lo tengono per sé. Qualcuno più tormentato degli altri senz'altro c'è.

La prospettiva di doversi dimettere in massa o, peggio, di votare la mozione di sfiducia in aula insieme a grillini e Fratelli d'Italia non piace a nessuno.

Ma se il bagno di folla previsto domenica prossima in piazza del Campidoglio, dove i suoi sostenitori si sono dati appuntamento per scongiurarlo di ripensarci, dovesse convincere il chirurgo una volta per tutte, una decisione i dem dovranno pure prenderla. Dato per scontato che indietro non si torna, oltre le dimissioni e la sfiducia non esistono terze vie. Quella ipotizzata da qualcuno (abbandonare l'aula dopo aver spiegato i motivi della rottura e lasciare che a sfiduciarlo siano le sole opposizioni) non è una strada percorribile. Una mozione di sfiducia è infatti approvata solo se a votarla sono la metà più uno degli aventi diritto. 

In ogni caso il sindaco non vede l'ora di gridare al complotto. Ma chi lo starebbe a sentire? Marino può contare su un buon numero di fans. Tuttavia si tratta di un fronte molto eterogeneo che, tra qualche mese, potrebbe faticare a restare unito anche se il chirurgo dovesse decidere di presentarsi alle elezioni con una lista sua o addirittura sfidare il Pd alle primarie. La sua scommessa è duplice: da una parte conta che all'esito delle indagini della Procura, scattate dopo gli esposti del M5s e Fdi sulle sue spese di rappresentanza, la sua totale innocenza sarà definitivamente dimostrata. Dall'altra crede che lo scollamento tra lui e la città sia tutto da dimostrare e che, in realtà, “i romani e le romane” stiano con lui.

Il Pd scommette invece esattamente sul contrario: la città è al collasso e i cittadini non vedono l'ora di liberarsi di chi in questi due anni e mezzo non è riuscito a trovare soluzioni soddisfacenti ai soliti problemi. La scusa di Mafia Capitale non regge più. Anche dall'entourage del sindaco, qualcuno, come la stessa Cattoi (fulcro del "cerchio tragico" come lo chiama qualche consigliere dem), ha ammesso che "ci si è dimenticati dei servizi". A questo punto voltare pagina e far funzionare le metropolitane, scorrere il traffico, rattoppare le buche, togliere l'immondizia dai marciapiedi, diventa un obbligo irrimandabile.

Se questa amministrazione non è riuscita a mettere ordine tra i suoi scontrini, come si può pensare che riesca a far funzionare una città intera? E se a due mesi dall'inizio del Giubileo, il primo cittadino litiga con il Papa più amato dai romani, cosa gli fa pensare che i romani non siano "scollati" da lui?

Ammesso anche che l'ultima mossa vincente sullo scacchiere sia quella dei dem, immediatamente dopo per Orfini e il resto di un partito al momento balcanizzato, inizierà però una nuova partita. Quella che conta davvero. Senza nemmeno più un marziano con cui prendersela e su cui far ricadere la colpa se le cose dovessero andare male.

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