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Luttwak sul caso Mulè: così funziona negli Usa

Parla l'economista statunitense dopo la condanna per diffamazione nei confronti di due giornalisti e del direttore di Panorama. Altri commenti - Intervista a Mulè - Il pezzo incriminato

– Credits: Il politologo economista Edward Luttwak. ANSA/CLAUDIO PERI

“Chi non difende Mulé, non difende la democrazia”, non usa mezze parole il professore  Edward Luttwak. Quando gli spieghiamo che in Italia un direttore e due giornalisti (Andrea Marcenaro e Riccardo Arena) sono stati condannati al carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa, Luttwak esita a crederci. Chiede maggiori ragguagli sulle norme, non comprende come sia possibile, a distanza di pochi mesi dal caso Sallusti, che di nuovo alcuni giornalisti rischino di varcare la soglia del carcere per aver esercitato il diritto costituzionale alla libertà di espressione. Sia chiaro: la diffamazione è reato, ma il carcere è una specialità tutta italiana.

 “Oggigiorno tutti sanno  che la democrazia italiana è gravemente lesa dal malcostume di chi dovrebbe difenderla: i magistrati fuori controllo – dichiara Luttwak – Molti sono semplicemente improduttivi, ciononostante vengono promossi  per anzianità. Ad alcuni piacciono gli arresti eclatanti, senza prove sufficienti, di persone note, che vengono poi rilasciate, a distanza di giorni, settimane o mesi di carcere, quando ormai lo stesso magistrato ha trovato altre vittime famose. Ci sono, in ultimo, i magistrati che non gradiscono la libertà di stampa. Oggi è capitato al direttore di Panorama Giorgio Mulè e ai suoi colleghi, condannati al carcere per una presunta diffamazione a mezzo stampa.  Addirittura, il carcere.  C’è un Parlamento, deve agire”.

E sarebbe ora che il Parlamento italiano agisse. Negli Stati Uniti la diffamazione (“criminal libel”) può essere sanzionata con onerosi risarcimenti pecuniari, ma nessuno viene ammanettato per una opinione espressa, quantunque diffamatoria. La libertà di espressione, inclusa quella della stampa, è sacra, e il Primo Emendamento della Costituzione americana ne è un incrollabile baluardo. Inoltre, affinché si configuri tale reato, l’accusa deve dimostrare il “malicious intent” insito nella condotta di chi è ritenuto responsabile di un’azione diffamatoria. A rileggere l’articolo firmato dai colleghi Andrea Marcenaro e Riccardo Arena, risulta davvero difficile rinvenire l’intento doloso. Nella maggior parte degli Stati americani, è previsto poi il diritto a richiedere la “ritrattazione” sul medesimo canale informativo e con la medesima evidenza; in questo caso l’azione legale può essere intentata soltanto se la domanda non venga accolta. In caso contrario la vittima deve ritenersi soddisfatta a seguito della rettifica in quanto adeguata riparazione all’offesa ricevuta.

In quello che ormai è, a tutti gli effetti, il “Caso Panorama”, il magistrato Francesco Messineo non ha mai richiesto una rettifica né una qualsivoglia riparazione a mezzo stampa. Non ha mai comunicato con Panorama. Ha preferito rivolgersi prontamente ed esclusivamente ai suoi colleghi di Milano. Come dargli torto.

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