Politica

L'Italia è una Repubblica fondata sulla raccomandazione

La vicenda del figlio del ministro Lupi è soltanto l'ennesima dimostrazione che nel nostro Paese vige la regola della spintarella

Lup-Alfano

Il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi (sinistra) e il ministro dell'Interno, Angelino Alfano – Credits: ANSA/GIORGIO ONORATI

E’ inutile negarlo, la pratica della raccomandazione è la sola che funziona perfettamente nel nostro Paese, anche perché coinvolge ognuno di noi in maniera democratica senza distinzione di genere. Ci sono gli italiani che raccomandano e gli italiani che si fanno raccomandare, una sorta di catena di Sant’Antonio che prosegue all’infinito.

Almeno una volta nella vita bisogna provare l’ebbrezza della spintarella, anche quando si è coscienti che questa non servirà a nulla per raggiungere l’ambita destinazione, qualsiasi essa sia (il posto di lavoro, la visita medica, l’esame all’università) e non importa se alla meta arriverà un altro, perché la nostra osservazione sarà “chissà chi lo ha raccomandato…!” E poi ci sentiamo a posto con la coscienza per due motivi, il primo perché, comunque, il tentativo lo abbiamo fatto, il secondo perché la volta successiva non ci faremo trovare impreparati, anzi ci organizzeremo meglio cercando una spinta più potente. Forse un giorno potremo anche inserirla nel curriculum vitae.

La Raccomandazione

Alberto Moravia nel suo racconto breve intitolato guarda caso La raccomandazione narrava di un disoccupato sfinito che di raccomandazione in raccomandazione si ritrovava alla fine davanti alla persona a cui per primo si era rivolto, constatando di persona il fallimento di ogni suo tentativo, come nel gioco dell’Oca dove, se si capita nella casella sbagliata, si finisce al punto di partenza per ricominciare daccapo.

Anche in questo argomento, la Storia italica è piena di precedenti sin da prima della sua Unità (come non avrebbe potuto essere altrimenti dal momento che fa parte del nostro DNA). Il re delle Due Sicilie, Ferdinando II, durante il suo soggiorno proprio in Sicilia per salutare i suoi sudditi, ricevette in un mese ben 28mila raccomandazioni. All’epoca il 90% della popolazione era analfabeta, ma in questa arte i nostri antenati avevamo dimostrato di essere ben istruiti.

A dimostrazione della sua endecimità è la perseveranza con cui resiste a ogni regime politico Monarchia, Dittatura o Democrazia. In alcuni casi si è anche cercato di legalizzarla come riportava il Foglio di Disposizione datato 8 febbraio 1933 in cui Achille Starace scriveva “è superfluo rinnovare il tentativo di sradicarlo, anche perché, alla fin fine, quando le raccomandazioni sono fatte a scopo di disinteressata assistenza, nulla vieta che siano accolte ed esaminate benevolmente”. Ma anche il Segretario del Partito Nazionale Fascista tentava di porre un freno quando il 21 agosto dello stesso anno ammoniva “accade che i meno raccomandabili riescono a procurarsi delle raccomandazioni. Quando si verifichino inconvenienti del genere è bene mettere il raccomandato in condizioni di non nuocere”. Facile a dirsi, difficile a farsi diremmo oggi leggendo le cronache di queste ore con l’erede dei Lupi che chiede “legittimamente” la sua parte di spintarella.

Proviamo a immaginare, anche solo per un istante, che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, faccia uno dei suoi annunci via Twitter e proclamasse urbi et orbi che le raccomandazioni sono bandite definitivamente dall’Italia. Quale potrebbe essere la reazione in ognuno di noi? Probabilmente avremmo allo stesso tempo più disoccupati e un maggior numero di depressi.

Dalla Monarchia alla Dittatura alla Democrazia

Per esempio nel maggio del 1959 il ministro dell’Interno, Mario Scelba, tentò una simile mossa e inoltrò a tutti i grandi uffici pubblici, ministri e burocrati, una circolare di questo tenore “Ho dovuto rilevare che, purtroppo, sussiste ancora, nei candidati ai pubblici concorsi, il convincimento che elemento indispensabile per la riuscita sia quello di procurarsi una raccomandazione. In pratica, come è noto, il valore delle segnalazioni è nullo, ma se pure la raccomandazione non costituisca un danneggiamento per i terzi, non conferisce all’educazione dei cittadini”. Ovviamente l’invito cadde nel vuoto.

Potremmo suggerire all’attuale ministro dell’Interno Angelino Alfano di recuperare quella circolare, che sicuramente è stata protocollata, e, apportando i dovuti aggiornamenti, in questo caso solo la data, inoltrarla ai colleghi. Ma, siamo certi che qualcuno commenterà “da quale pulpito!”.

Il 25 giugno del 1969 l’agenzia Adn Kronos riferì una dichiarazione fatta dal ministro del lavoro Giacomo Brodolini, quello che si batté con tutte le sue forze per lo Statuto dei Lavoratori, “per le duemila assunzioni previste dall’Inps, ho ricevuto oltre 40mila lettere di raccomandazioni. Non si contano poi le telefonate e i messaggi personali”.

Già perché come dicevamo all’inizio, ogni partito ha le sue clientele e dispone, non per legge ma per consuetudine, di un certo numero di poltrone dove far atterrare le natiche dei relativi clienti. Naturalmente i più sfortunati sono i comuni cittadini che bussano alla porta dei deputati per qualsiasi motivo. Pensate che alle ultime elezioni per il Presidente della Repubblica, i mille Grandi Elettori hanno ricevuto telefonate e messaggi da parte di parenti, amici, conoscenti e anche parroci che chiedevano di scrivere il proprio nome sulla scheda. Che giocherelloni che siamo.

Tuttavia, proprio per non perdere la speranza ci piace concludere con le parole sempre sagge del grande giornalista Vittorio Gorresio che definiva l’Italia “la Repubblica dei raccomandati” aggiungendo che “questa grande istituzione nazionale ha le stesse origini della massoneria (come la si intende nel senso volgare) della mafia e della camorra”.

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