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Politica

Laura Puppato, la candidata low cost del Pd

Ex sindaco di Montebelluna, imprenditrice, la veneta Laura Puppato piace a sinistra ma tra i suoi estimatori aveva anche uomini come Beppe Grillo e il leghista Giampaolo Gobbo

Nel fermo immagine da Sky Tg 24, Laura Puppato durante il confronto tv tra i 5 candidati alle primarie del centrosinistra, 12 novembre 2012. ANSA / FERMO IMMAGINE SKY TG 24

Finora l’endorsement, lo spot, più concreto gliel’ha fatto un leghista. E che spot. “Il Pd se avesse candidato Laura Puppato in Veneto avrebbe vinto contro Zaia”. Si chiama Giampaolo Gobbo, sindaco di Treviso, già segretario della Lega in Veneto, non certo uno di sinistra.

Non si sa se per fortuna di Luca Zaia o per sfortuna di Pierluigi Bersani, ma il Pd naturalmente non la candidò a governatore, preferendogli l’elegante presidente della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi.

Dieci voti nel buio delle segreterie. Fuori Puppato, avanti Bortolussi, alfiere del Pd in Veneto. Bortolussi perse, la Puppato vinse, o meglio prese ventiseimila voti (quanto Giancarlo Giorgetti, uomo forte della Lega): altro che Massimo Calearo, il cavallo di Troia del Nord Est che s’invento Walter Veltroni per convincere i veneti.

Ma questa Puppato da dove esce fuori? Da Montebelluna, precisamente. Sindaco per otto anni, imprenditrice nel settore assicurativo, europarlamentare dopo, consigliere regionale del Pd adesso, anzi capogruppo.

Risorsa veneta, così importante che invece del Pd, voleva rapirla Beppe Grillo, il quale la nominò sindaco a cinque stelle e se la portava dietro nei palazzetti dello sport come un trofeo e modello da emulare. Di fare il sindaco glielo hanno proposto i cittadini quando stavano per costruire un inceneritore nel suo paese. Qui ci vuole una … Una come la Puppato.

Non è che la missione fosse impossibile. Di più. Era improponibile, basti pensare che il Pdl arrivava al 70 per cento, roba da dittatura democratica. Il fatto che abbia vinto è materia da politologi e increduli.

Da sindaco convince i cittadini a riciclare tutto, a fare un paese “a misura di famiglia”, (vince pure il premio), adotta il protocollo di Kyoto per la sua città. A quel punto Grillo non gli resiste: “E’ il mio politico preferito”.

Ella lo segue per un po’, poi però si stanca: “Non mi piacciono i toni di Grillo”. Semplificando, ma poi non troppo, nessuno ha avuto così tanti endorsement come la Puppato.

Mettiamoli in fila: prima Gobbo, poi Grillo, ci si mette anche il grande narratore dei fiumi Paolo Rumiz, aggiunge il suo, l’aedo del teatro civile Marco Paolini, Concita De Gregorio l’ha lanciata su Repubblica, Gad Lerner la stima e poi Cristina Comencini, Stefano Boeri.

Attivista del Wwf a quindici anni, compagna di avventure umanitarie in ex Jugoslavia con Alexander Langer, radicale della non violenza morto suicida.

Suo figlio – ha confessato alla De Gregorio – è nato in viaggio. Da Langer ha preso il suo motto: “Riparare l’Italia”. E pensare che per candidarsi alle primarie del centrosinistra, ha dovuto sbracciarsi contro la burocrazia di partito: “Tutto ottobre l’abbiamo passato a fare carte, in mezzo alla burocrazia, una cosa ottocentesca”.

Alla fine l’hanno aiutata quelli di Sel in Sardegna con cinquanta, sessanta firme. Forse per celia, sicuramente per riderci un po’ su, Chiara Geloni, direttore di You Dem ha avuto l’idea di accostarla alla “donna invisibile” dei Fantastici Cinque. Similitudine che ben si addice alla denuncia della Puppato (“Ho subìto un burka mediatico”). Pensare che con musulmani e burka non bisognerebbe scherzarci su, visto che Laura Puppato da sindaco si vide recapitare un’autobomba in piazza che non esplose, con su scritto “No islam, no Puppato”.

Nelle primarie dei finanzieri alle Cayman e delle polemiche fra l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti e Matteo Renzi, la Puppato un record ce l’ha già. Ha speso tremila euro e non ha spin doctor, tutt’al più un ricercatore universitario Daniele Ceschin. Treni, molti treni presi, da Nord a Sud e il suo essere donna che non nasconde, ma che sfoggia nobilmente.

I sondaggi le attribuiscono un quattro per cento. Lei non li compulsa, in televisione per tutta risposta ha fatto la spia al suo compagno di banco, sempre Renzi, che nel corso del confronto a cinque avrebbe usufruito a detta della Puppato, dell’aiuto dell’Iphone.

E’ stata l’unica a citare, in quel luogo che viene chiamato Pantheon, ma che è il pozzo dei buoni propositi, due donne: Nilde Iotti e Tina Anselmi (per l’apoteosi dei duri e puri di sinistra). E come sarebbe bello al Quirinale una come Anna Finocchiaro, fa sapere la Puppato. Di sicuro come sarebbe bello per il Pd potergli affidare un dicastero.

Ma qui si fanno le primarie non il papello del Pd. Teme Renzi, per il resto nessun altro, neppure il segretario.

Programmi? Ne ha. Unico contratto a tempo determinato e maggiormente retribuito, candidati incensurati, dimezzamento dei deputati con soglia a 500 e poi molta green economy, roba da Verdi, ma Verdi autentici.  

Per le alleanze ha più familiarità con Grillo che con Pierferdinando Casini e per carità basta con Monti che per la Puppato è troppo ragionieristico. E’ riuscita a imporre nella sua Regione la preferenza di genere nel partito perché come spiega a Marina Terragni le donne “sono l’X factor del ventunesimo secolo”. Poi c’è il fattore P, il fattore Puppato, da non confondere con il fattore K di Alberto Ronchey, il vento del Nord della Puppato, donna gentile. Brezza femminile di sinistra.

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