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Politica

L'Expo a Milano? Meglio lasciar perdere

Un progetto insensato, valido nel secolo scorso, non oggi. Parla l'architetto Gregotti

Vittorio Gregotti – Credits: LaPresse

Alle dieci del mattino è nel suo studio di Milano come un architetto instancabile che continua ad alzarsi presto per andare a visitare i cantieri e non il vegliardo dell’architettura italiana con i suoi 85 anni. La segretaria prende soltanto un istante, pochi secondi per le presentazioni e chiamare il maestro. Il suo pensiero è lucido, razionale come quella corrente architettonica di cui Vittorio Gregotti è considerato il padre, il razionalismo italiano.

Preciso nelle misure di un edificio, tagliente come gli spigoli delle sue università, i piani regolatori di Gorizia, i teatri di Pechino. E’ un po’ come essere una divinità se riesci a disegnare e cambiare le scene delle città e le cartoline dei viaggiatori. E’ un po’ come essere il vecchio dell’architettura italiana, il direttore della storica rivista “Casabella”, il foglio da cui le rette si facevano corsivi e parole, manifesti degli architetti degli anni Settanta.

Lo aveva già detto: «L’Expo a Milano non andava fatto». Nella sua vita ne ha visti nascere due, anzi uno e mezzo visto che l’Expo di Parigi è stato abortito dopo due anni («i francesi si accorsero che le spese erano insostenibili e preferirono lasciar perdere») e quello di Siviglia del 1992. «L’ho anche scritto in un lungo articolo del Corriere sin dall’inizio, ma ahime non mi ascoltarono».

Adesso le dimissioni di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano e commissario alla guida dell’Expo del 2015 e le parole di un sempre più pericolante Roberto Formigoni, altro commissario che non «vuole una gamba di legno» ha dichiarato parlando del sostituto di Pisapia. Mancano le risorse, Pisapia ha chiesto al governo la possibilità di derogare il patto di stabilità e intanto c’è chi pensa che sia un’occasione mancata.

«Io l’ho sempre sostenuto, gli Expo sono strumenti, momenti che andavano bene il secolo scorso ed è appunto in un’altra epoca che sono nati. Poi sono diventati un modo per cercare di modernizzare le città, per costruire infrastrutture che senza quest’ occasione non si sarebbero fatte». Nulla lo convince, neppure le promesse “cinesi” e l’esodo immaginato per quello che è il più grande evento se si eccettua l’olimpiade. Ma si può lasciare naufragare tutto a meno di tre anni e con i lavori iniziati? Sì, se si ha la memoria storica di Gregotti.

«A Parigi cominciai nel 1982, ma dopo due anni i francesi si accorsero che non era il caso di continuare e così rinunciarono, naturalmente adesso andrebbero studiate le penali che ci sarebbero. E’ evidente che ci siano anche ripercussioni politiche di cui tenere conto». Non crede sia un affare in termini economici? «Io lo dubito fortemente, come dubito che possa portare tutto quel lavoro che si proclama o il turismo». L’ideale sarebbe stato rinunciare, un po’ come ha deciso il premier Monti con la candidatura di Roma alle olimpiadi, sembra che sia questa la sua opinione? «Certo, Monti l’ha capito. Va bene lo sport, va bene il grande evento. Ma poi i debiti chi li paga. Spese altissime si rivelano essere e l’Expo lo è. Come si fa ad affrontare queste spese in un momento economico così compromesso e difficile per il nostro paese? Le posso dire una cosa?».

Non indietreggia, non pensa e subito la pronuncia: «Io non piango se l’Expo non si fa». Come interromperlo, non sarebbe controproducente? Gregotti a questo punto spiega, lui che da anni si confronta tra committenza e progettista. «Bisogna studiare la via d’uscita, questo non lo so, capire quanto si possa tornare indietro. Prendiamo i parcheggi di Sant’Ambrogio. E’ difficile che lì si possa tornare indietro. Come ogni cosa è un problema di convenienza».  Sulla defezione di Pisapia preferisce soprassedere e poco gli importa se il suo, quello del sindaco, sia solo un monito perché il governo intervenga e prenda la responsabilità dell’Expo.

Sembra che Monti sia pronto a intervenire… «Importante è sapere di quante risorse si dispone, come s’imposta il bilancio». Un commissario potrebbe essere la soluzione? «Si, potrebbe essere la soluzione». Anche per l’Expo un ennesimo Enrico Bondi. Gregotti ci riflette e risponde: «Mah. Un commissario è sempre una soluzione giusta perché risponde direttamente alle autorità politiche ai committenti. A Parigi era così come a Siviglia. Il problema ripeto non mi sembra questo, piuttosto…».

I soldi che la Camera di Commercio non ha versato come quelli de la Provincia? «Direi di sì. Il problema sono i soldi. Vi stupite? Era prevedibile che le risorse manchino con l’avanzare della crisi. Valutiamo cosa fare». Torna ai suoi lavori e intanto Milano rimane sospesa e assolata, come un cantiere puntellato, un ponte tra il futuro che non esiste e un passato che si vuole superare. Un grande evento che è simile a quelle feste in cui si è ebbri, ebbri e basta.

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