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Ingroia, Berlusconi, il Fatto e l'interrogatorio. La verità

Berlusconi lo accusa ("ha passato il mio interrogatorio a Palermo al Fatto Quotidiano"), il pm si difende ma l'articolo lo sconfessa - Leggi l'articolo dal Sito del Fatto

L'articolo de Il Fatto Quotidiano sull'interrogatorio di Berlusconi a Palermo (Credits: www.ilfattoquotidiano.it)

Ingroia vs Berlusconi. Berlusconi vs Ingroia. Una scontro che da mesi vede al centro il famoso interrogatorio avvenuto a Palermo lo scorso 5 settembre nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e Mafia. Interrogatorio a cui erano presenti Silvio Berlusconi, I suoi legali, il procuratore Francesco Messineo, l’aggiunto Antonio Ingroia ed il sostituto Lia Sava. E basta.

Un faccia a faccia, durato tre ore, che poi due giorni dopo finì in prima pagina sul "Fatto Quotidiano". Un'esclusiva che mandò allora (ed ancora oggi) su tutte le furie il Cavaliere che accusò apertamente proprio Ingroia di aver passato le carte al giornale.

"Sul Fatto - ha spiegato il pm di Palermo - venne pubblicato in contenuto di quanto detto prima e dopo, ma non ciò che venne detto durante l’interrogatorio".

Basta però leggere l'articolo pubblicato il 7 Settembre (ed ancora visibile nella versione online) per capire come Ingroia non dica la verità.

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Questo il testo dell'articolo:

Per ora Silvio Berlusconi rimane testimone, com’era l’altroieri all’entrata dell’interrogatorio davanti ai tre pm di Palermo, e ancora tre ore dopo all’uscita. Nessuna delle parole dettate a verbale al procuratore Francesco Messineo, all’aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Lia Sava,  nemmeno le più inverosimili, sono bastate a farlo passare alla veste di  indagato per false dichiarazioni al pm: nessuna prova immediata della  falsità della sua versione a proposito dei 40 e più milioni elargiti a  fondo perduto all’amico senatore Marcello Dell’Utri, indagato per averlo ricattato. Altrimenti i procuratori avrebbero fatto subito entrare gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo che attendevano impazienti fuori della porta, nel corridoio della  caserma della Guardia di Finanza in via dell’Olmata, un tempo sede della  Santa Inquisizione romana (e su questa coincidenza storica Ghedini ha  molto ironizzato con i pm).

IL BERLUSCONI che s’è  dovuto arrendere a comparire, dopo vari rinvii, al cospetto della  Procura di Palermo è un Caimano più mutante che mai. Chi si aspettava un  atteggiamento duro e sprezzante, quello dell’eterna guerra alle toghe  rosse (“matti, antropologicamente estranei alla razza umana”), è rimasto  sorpreso. Berlusconi ha esternato tutta la sua “grande simpatia”  soprattutto a Ingroia: “Ma lo sa – gli ha detto al termine  dell’interrogatorio – che quel che dicono di lei le tv e i giornali non  rende giustizia alla sua immagine? Lei oggi mi è apparso un magistrato  affabile ed equilibrato. Peccato che abbia solo un difetto: lei tifa  Inter e non Milan. Ma voi interisti vi pentirete di averci portato via  Cassano. Quello ci mette poco a mettervi in subbuglio lo spogliatoio”.  Poi ha addirittura incoraggiato il pm a entrare in politica: “Leggo sui  giornali che lei si appresterebbe a scendere in campo: le assicuro che  noi professionisti prestati alla politica siamo gli unici che possono  salvare questo Paese…”. Al che Ingroia gli ha confermato la sua ferma  intenzione di partire il mese prossimo per il Guatemala, accettando  l’offerta di un incarico delle Nazioni Unite. E il Cavaliere: “Ma lo sa  che in Guatemala sto investendo un sacco di soldi in un progetto  umanitario? Stiamo costruendo un nuovo ospedale, appena torna  dall’Africa ci mando Bertolaso”. Poi, durante la rilettura del verbale,  ha dato fondo al solito repertorio, di captatio benevolentiae e di  presunto umorismo. Prima le galanterie all’unica donna presente, la pm  Sava, poi la solita barzelletta che ha raggelato la stanza. Riguardava  alcuni killer mafiosi che fanno stragi e i vani tentativi dei loro  avvocati di giustificarli. Nessuno dei pm accenna neppure a un sorriso, e  lui si giustifica: “È una storiella che potevo raccontare molto meglio,  ma non abbiamo tempo, mi pare”. Poi attacca una lamentazione già  accennata durante l’interrogatorio sull’esosità dei suoi legali: “Voi  non avete idea di quanto mi costano i miei avvocati”.

L’AUDIZIONE ha riguardato tutti i temi che già dieci anni fa i pm tentarono di  sottoporgli nell’interrogatorio a Palazzo Chigi, nell’ambito del  processo Dell’Utri, dove però Berlusconi era in veste di indagato di  reato connesso e archiviato, dunque poté avvalersi della facoltà di non  rispondere. Primo fra tutti, l’assunzione del boss Vittorio Mangano come fattore della villa di Arcore, nel ‘73-‘74: “Cercavamo uno  stalliere per badare ai cavalli, in Lombardia non ne trovammo nessuno,  allora Dell’Utri lo fece venire da Palermo. Aveva ottime referenze di  ‘artigiano agricolo’. Marcello garantì per lui, come facevo a non  fidarmi? Oltretutto Mangano, finché rimase da me, si comportò sempre da  persona a modo e perbene”. Serviva anche da guardaspalle contro le  minacce di sequestro a lui e ai suoi figli? “No, da quelle minacce, che  non sapevo da dove provenissero, mi difesi trasferendomi per qualche  mese all’estero e ingaggiando un servizio di vigilanza privato”. Ma  perché se lo tenne in casa anche dopo che fu sospettato di aver  sequestrato un suo amico appena fuori dalla villa e poi quando lo stesso  B. e Dell’Utri lo additarono in una celebre telefonata come l’autore di  un attentato dinamitardo nell’altra villa, quella di via Rovani a  Milano? “Solo chiacchiere, dicerie, sospetti senza fondamento” per il  Caimano che nella telefonata dice di avere “scherzato”, perché in fondo  si trattava solo di “una bombetta”. E come fu che nel 1976 Mangano se ne  andò? Licenziato, come ha sempre detto Dell’Utri, o uscita spontanea,  come ha sempre detto Mangano? “Si allontanò spontaneamente per non  mettermi in difficoltà”. Possibile che abbia continuato a elogiarlo  anche in anni recentissimi come eroe, dopo che era stato imputato da  Falcone e Borsellino e condannato per mafia, droga e omicidio: “Sì, ma  questo s’è saputo solo dopo. E poi a Palermo è difficile distinguere i  mafiosi dalle persone perbene. Io per esempio, ogni volta che ci vado,  qualunque faccia veda ho l’impressione che sia la faccia di un mafioso”.

In  tutto l’interrogatorio, il Cavaliere scarica elegantemente tutte le  questioni spinose e imbarazzanti su Dell’Utri: non solo  l’iper-referenziato Mangano, ma anche le continue richieste di denaro  (“sapete com’è, Marcello ha una moglie spendacciona”). I prestiti  “infruttiferi”, cioè mai restituiti, per una ventina di milioni e  l’acquisto a prezzo gonfiato della villa di Como non furono iniziative  del Caimano, ma risposte a pressanti richieste dell’amico bisognoso:  “Quando un vecchio amico chiede, non posso lesinargli nulla”. Ma non  perché fossero richieste che non poteva rifiutare: “Nè Dell’Utri né  persone legate a lui han mai coartato la mia volontà”.

E i 21  milioni per una villa che valeva la metà proprio alla vigilia della  sentenza di Cassazione? “So che Marcello temeva di finire in carcere: mi  disse che in quel frangente voleva dare stabilità alla sua famiglia e  io lo accontentai, convinto come sono che sia innocente, vittima di una  persecuzione”. Non sapeva però che Dell’Utri fosse già volato  precauzionalmente a Santo Domingo, dove poi una parte del denaro fu  trasferita con strane operazioni: “Questo l’ho letto sui giornali e lo  apprendo ora da voi”. Quel che sapeva è che la villa valeva molto meno:  “Lui chiedeva 27 milioni, io la feci stimare e scoprii che valeva meno  di 20, alla fine ci accordammo per 21”. Il punto più critico, quasi  insuperabile, della versione berlusconiana è proprio questo: la causale  di tanta munificenza per un manager già superpagato dal Gruppo: “Quei 20  milioni di prestiti erano in realtà donazioni, perché sapevo fin da  subito che non gli avrei mai chiesto di restituirmeli”.

Ora le  rogatorie, l’esame dei conti correnti, dei flussi finanziari e delle  carte consegnate dal Cavaliere l’altroieri permetteranno alla Procura di  chiarirsi le idee sulla veridicità della sua testimonianza. Al termine  della quale, mentre si ricongiungeva con Ghedini e Longo, Berlusconi ha  salutato i magistrati con una simpatia particolare per Ingroia: “È stato  un vero piacere conoscerla di persona, lo dico senza ipocrisia. Auguri  per il Guatemala. E mi raccomando: se passa da Milano, venga a  trovarmi”. Le facce degli avvocati e di Ingroia le possiamo soltanto  immaginare.

da Il Fatto Quotidiano del 7 settembre 2012

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