matteo renzi
Politica

I tre gravi errori di comunicazione di Renzi

Dalla polemica continua con i sindacati al disastro comunicativo sulla riforma della scuola, fino agli sfottò contro i gufi: le cause della débâcle

Pochi avrebbero immaginato, soltanto qualche anno fa, quando il rottamatore Matteo Renzi fu definito dall'Economist «il più promettente leader politico italiano della nuova generazione», che la  sua parabola si sarebbero consumata così rapidamente, dopo appena mille giorni dal suo rocambolesco ingresso a Palazzo Chigi.

È ancora presto per definire conclusa la sua carriera politica, ma - per il Partito Democratico e per il Paese - è già tempo dei primi bilanci.

Toccherà al premier dimissionario, e a tutto il gruppo dirigente di cui si è circondato in questi anni, nella riunione della direzione del Pd in programma domani, capire come mai la stella del giovane ed energico ex sindaco di Firenze, che aveva «stregato» gli italiani  e incassato uno straordinario 41% alle elezioni europee del 2014, si sia offuscata così velocemente.

Colpa, certo, di un debito pubblico stratosferico, quale è quello italiano,  che rende complessa l'azione di governo per chiunque sieda a Palazzo Chigi e colpa, certo, anche di regole europee (come il Fiscal Compact) che, specie per i Paesi dell'area sud del Mediterraneo, si sono rivelate vere camice di forza che di fatto rendono  difficile la ripresa.

Ma colpa anche di un premier che semplicemente, per arroganza o carattere, non ha voluto ascoltare né la pancia del Paese, né il suo partito, dove i malumori erano forti e palpabili, e non solo tra gli ex notabili dalemiani o bersaniani ma proprio nella tradizionale base sociale del Partito, fino a quel 20% dell'elettorato Pd che, secondo l'istituto Demopolis, gli ha voltato le spalle nel giorno del referendum.

La strategia di sfondare a destra, raccogliendo i voti ex berlusconiani, per compensare l'eventuale perdita di voti alla sua sinistra, si è rivelata insomma un'illusione. Renzi non ha sfondato, se non marginalmente, nell'ex elettorato pidiellino, ma ha perduto molti voti alla sua sinistra, nelle sue tradizionali roccaforti sociali e territoriali.

Ma elenchiamo nel dettaglio gli errori politici che ha commesso il premier in questi anni.

1) Ha rotto la relazione sentimentale con il suo popolo
Per capire la debacle della narrazione renziana nel Paese, e in parte dell'elettorato di sinistra, basta una parola, ossessivamente ripetuta in questi anni: «gufi».

I gufi, per Renzi, erano coloro che, specie dentro il Pd, non esaltavano le «magnifiche sorti e progressive» del suo governo, che avvertivano che la crisi sociale non era affatto alle spalle, che sostenevano che sarebbero state necessarie azioni di contrasto più energiche contro la povertà, che dicevano che un partito di centrosinistra non poteva e non doveva sedersi troppe volte al tavolo con il finanziere italo-britannico Davide Serra, non già perché fosse indegno ma perché i simboli, in politica, contano spesso più delle cose.

Quel «simbolo» stava a significare per molti, in un momento di grave crisi sociale e politica,  una cesura drammatica nella storia di un partito e di un'area politica che, attraverso le sue diverse sigle, si era sempre considerata come il partito del lavoro.  Un errore politico, aggravato da una polemica continua ed estenuante con la Cgil, storica base di riferimento del popolo della sinistra, allevato per decenni dalle parole d'ordine sulla «Costituzione più bella del mondo» e costretto in qualche modo, all'ultimo, a votargli contro. Molti hanno deciso di votare contro di lui, anziché contro la Costituzione.

La verità è che nessuna forza di centrosinistra in Europa può pensare di governare contro quello che è considerato tradizionalmente il suo popolo, le sue organizzazioni sindacali e sociali, le sue roccaforti, la sua storia. Non sono errori di merito rispetto ai provvedimenti di governo adottati dal governo Renzi, sono errori di narrazione, di marketing, di comunicazione, proprio il terreno su cui Renzi aveva sbaragliato e rottamato tutta la vecchia guarda del Pd.

Sbaglia chi ritiene che la frattura prodotta alla sua sinistra - anche quando l'elettorato continua a rimanere fedele al Pd - riguardi un pugno di cacicchi della seconda Repubblica. Riguarderebbe, per venire al referendum, se le rilevazioni statistiche sono esatte, un quarto della base elettorale del Pd che avrebbe votato No nel referendum costituzionale: l'8% dell'elettorato complessivo, un numero quasi sufficiente per pareggiare i conti con il No.

2) L'errore di comunicazione sulla "buona scuola"
La «buona scuola» del governo Renzi doveva essere, dopo dieci anni di tagli e la stabilizzazione di decine di migliaia di insegnanti precari, il biglietto da visita del suo governo. È stata invece, sempre sul piano della comunicazione, un assoluto disastro, con un pezzo grande del corpo dei docenti infuriato, deluso, pronto a scendere in piazza insieme ai vituperati sindacati della scuola, indignato per quelli che (a torto o a ragione) sono stati percepiti come «trasferimenti coatti» a centinaia di chilometri da casa.

C'era una logica, razionalizzante, dietro le scelte fatte dal ministro Giannini, ma Renzi - anziché scegliere la strada del dialogo - ha proceduto come un treno, rispolverando tutto l'armamentario retorico contro i «vecchi arnesi» della scuola abbarbicati ai loro privilegi, che si è rivelato anche in questo caso un boomerang. Essere riuscito a mettersi contro gli insegnanti - quando per la prima volta dopo molti anni il governo decideva di mettere soldi nella scuola - è stato un mostruoso autogoal, anche qui avvenuto più sul piano della comunicazione che in quello, concreto e di merito, della riforma.

3) Sicumera ed empatia
C'era una volta un sindaco e segretario Pd che riusciva a sintonizzarsi con la pancia del Paese, con i suoi umori, le sue paure. Aveva fiuto politico ed energia. Quel sindaco, dopo tre anni di guida del Paese, ha dato l'impressione di avere perduto tutta quella capacità di sintonizzarsi con il Paese che era stata la sua arma vincente per battere Bersani alle primarie (complici i 101) e salire poi, caduto Letta, a Palazzo Chigi.

Il «giglio magico», il salvataggio di Banca Etruria, le violente e spesso strumentali polemiche del popolo del web irregimentato dalla propaganda del M5S, hanno squarciato la narrazione del giovane premier, convinto fino all'ultimo - per presunzione e sicumera - di potere vincere quasi da solo, lui contro tutti gli altri, quando gli altri erano in realtà anche un pezzo del popolo del Pd. La mancanza di empatia e la martellante e stridente campagna sulla «ripresa», in un Paese dove un italiano su quattro è a rischio di povertà secondo l'Istat, sono state un boomerang per un leader che, della capacità di parlare al Paese reale, aveva fatto la sua arma migliore, sin dalle primarie 2012.

È prematuro suonare le campane a lutto del renzismo, naturalmente. Quel 40% ottenuto dal Sì al referendum non sono voti di Renzi. Sono voti però da cui l'ormai ex-premier può ripartire, imparando dai macroscopici errori di comunicazione compiuti in questi anni, e mostrando, un po' più spesso, il volto più umile di chi sa anche a perdere. Come avvenuto domenica sera, quando - annunciando le sue (prossime) dimissioni - ha mostrato una parte di sé più umana e meno tracotante. 

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