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Politica

Genesi e caduta di Antonio Di Pietro

Dalla fondazione dell'IdV al suo funerale: la parabola politico-giudiziaria di un magistrato-poliziotto cresciuto col mito del tintinnar di manette

Antonio Di Pietro:

«Più che un magistrato mi sentirò sempre un poliziotto di strada» e tanto piacque a Giorgio Bocca che non poté fare a meno di trascriverlo, nonostante avesse imparato che la giustizia diventa arbitrio se l’amministrano i poliziotti.

L’inizio, però, anzi il momento fatale che per Zweig era l’incrocio della vita, fu quel seggio del Mugello, splendida Toscana, battesimo del magistrato d’Italia che aveva tolto il soggolo et voila, sceso in politica.

«Mi dimetto, lascio», Tangentopoli del resto si era esaurita per abbandono da parte degli avversari e toccò a Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Dc, prendere le spoglie del partito su cui Antonio Di Pietro scrisse l’epitaffio, non solo della gloriosa balena bianca, ma pure della vituperata prima repubblica.

E chissà come se la ride Arlando Forlani, lui ecco cristo in passione (sic!) messo alla gogna della camera, inquisito in quell’aula di giustizia milanese tra i taccuini di Natalia Aspesi, a dare testimonianza di come venivano finanziati i partiti, incalzato dal torquemada Di Pietro: «Allora onorevole chi pensava a mantenere economicamente la Dc?». E Forlani: «Non so, non sapevo…».

Caspita! Nemesi della tv, vuole che a distanza di anni Di Pietro –  di fronte alla più graziosa Sabrina Giannini di Report che lo «sfruculia», termine dipietrese, sulle case del partito (54, 52?), sulle donazione della notabile Borletti – risponda con il balbettio, le pause, l’iterazione dei sostantivi che sono evidenti difficoltà: «Ma guardi che mia moglie, non è mia moglie, è una signora che ha una sua testa».

Più che un partito di testa l’Idv è stato il partito di penna, la cellula in provetta del grillismo, con un po’ di retaggio alla Mariotto Segni, metteteci anche un po’ di girotondinismo alla Elio Veltri e Paolo Flores D’Arcais che Eugenio Scalfari, definisce disturbato (sia sempre lode alla vetusta intelligenza) e ad adiuvandum una piantina verde alla Willer Bordon e alla Pecorario Scanio simpatizzanti dalla prima ora.

Sia quindi preso come vero non quello che si dice, ma quello che si esagera. Non è quindi provocatorio dire che con le firme che l’Idv ha raccolto per indire un'infinita sfilza di referendum ci si potrebbe scrivere una Recerche al giorno, riempire la biblioteca di Borges.

E se le origini portano il germe della fine, bisogna tornare all’atto di fondazione, quindi l’epos dell’Idv, ovvero alla raccolta firme che venne lanciata a San Sepolcro nel 1998 per abolire il proporzionale (che ridagli, torna come un sempreverde nella storia della Repubblica, fra i vari accusativi Porcellum, Mattarellum, Dalimontem) e che segna la nascita dell’Idv.

La Fiuggi, la Predappio, la Milano 2, la Bolognina, come dire, avete capito, la fondazione avviene a San Sepolcro il 22 marzo del 1998, mentre l’epica si spezza in via Merulana che purtroppo tocca dirlo, fu ambiente giallo per l’ingegnere Carlo Emilio Gadda, scrittore superbo del Pasticciaccio Brutto, noir che si chiude senza un colpevole.

Della fine di quel sogno cominciato nel 1998, sospeso nel 2000 per buona disposizione di Prodi che incamerò Di Pietro nei “Democratici”, che resuscitò nel 2000 (ma non superò lo sbarramento del 4 per cento), che prese le ali di gabbiano simbolo e gonfalone del partito nel 2002,  quando al Palavobis,  Di Pietro recitò il grido borelliano «Resistere, Resistere, resistere», ebbene, della fine di quel sogno il killer – come dice il pirata, nobile dissidente a prescindere, Franco Barbato – sarebbe il Pd insieme al giornale feticcio Unità che ha fatto la grancassa a Report e che ha portato al crollo della casa (meglio omettere questo termine) dell’Idv e alla diaspora dell’area più filo collaborazionista con il Pd, ovvero Massimo Donadi, e Aniello Formisano.

La tragedia, che è il canovaccio che più ama la politica, li mette in scena: da una parte Di Pietro, segretario di partito, dall’altra Donadi che in questa piece avrebbe la parte, a sentire dai leali, del Bruto e Aniello Formisano (capogruppo Idv in Senato) del Cassio.

Una volta il barbuto Massimo Cacciari disse: «Tangentopoli ci ha lasciato Berlusconi e Di Pietro», a voi il commento.

Adesso verrebbe da chiedersi cosa sarebbe stato l’uno senza l’altro. Per strada c’è stato di tutto. Ultimamente il bivio porta il nome di Beppe Grillo che da Di Pietro ha ricevuto le doti divinatorie di Gian Roberto Casaleggio, il profeta del Movimento Cinque Stelle, che invia i dispacci, compila i decaloghi, assiste alla nuotate del comico che spaccava i pc e che adesso si esprime solo per post.

E però, prima c’è stato intendimento tra partigiani (Grillo e Di Pitero), poi il raffreddamento, in seguito addirittura invasamento con Grillo che propone Di Pietro al Quirinale, salvo fare alla fine ammissione di non belligeranza con il magistrato, ma niente di più.

«Certo Grillo ci ha rosicchiato voti», ammette Fabio Giambrone, senatore Idv, la mattina seguente la riunione che ha sancito la vittoria della linea Di Pietro, ma di fatto ne segna il momento più basso.

Eppure di Di Pietro tutti più o meno si sono innamorati, da Marco Travaglio, il Zola degli arrabbiati, a Leoluca Orlando, papa di Palermo, e poi Franca Rame, Sonia Alfano, Luigi De Magistris, che adesso parla dell’Idv come un frutteto marcio.

Il problema è che di Di Pietro si siano innamorati pure i gaglioffi italiani, ribaldi che neppure Risi avrebbe mai agognato di trovare e si consegnano al bestiario di questi anni: gli Scillipoti, i De Gregorio, Razzi, i Maruccio, avvocato di fiducia di De Pietro che ha fatto spese con i fondi del gruppo nel Lazio tanto da comparire come spalla (Robin) di Francone Fiorito (Batman) nel romanzo criminale dei rimborsi. E scandali in Liguria, Emilia, relazioni pericolose…

Ma come fa un partito a morire? E qui bisogna riconoscere che come dice uno dei soci dell’associazione Antonio Di Pietro, Mario Di Domenico, sempre alla Giannini, partito l’Idv lo è e lo è stato con una predisposizione al numero della trinità: «noi? Fino al 2009 noi chi? Io, mammeta e tu» che spiegato sarebbero la moglie di Di Pietro, Susanna Mazzoleni e la tesoriera dell’Idv, Silvana Mura, coloro che hanno avuto la cassa e gestito i rimborsi dell’Idv.

«Ma il partito resisterà – dice a stretto gire sempre Giambrone», lo conferma Barbato che adesso vorrebbe fuori «i Dracula che ci sono stati nell’Idv. Fuori questi Dracula», chiedendo la rendicontazione ai capogruppo in uscita.

Triste quindi il magistrato che si vede processato e però i toni erano già tracimati tanto da costringere qualcuno a difendere (chi l’avrebbe detto) l’ex premier paragonato da Di Pietro a Videla, Noriega, («fuggiasco si sbrodolava nei suoi calzoni. Ha violentato la costituzione»),  il quale poi non ha risparmiato neppure Napolitano «reo di tradire la costituzione».  E da San Sepolcro alla Transilvania, l’Idv sembra la casa Usher, perché anche degli «uomini della provvidenza» (così lo definì Indro Montanelli) a volte la stessa provvidenza se ne sbarazza.

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