Politica

Elezioni 2013 - Istruzioni per l'uso - il 'Porcellum'

Legge elettorale, premio di maggioranza, seggi. Come funziona la norma che nessuno vuole (nemmeno cambiare)

Schede elettorali (Credits: ANSA/CIRO FUSCO)

La volevano cancellare tutti, naturalmente è rimasta immutata. Si inscrive tra le promesse della Repubblica, al pari della Salerno-Reggio Calabria, della Riforma della Giustizia, alla separazione delle carriere per i magistrati, al conflitto d’interessi, insomma tra quelle riforme mancate di cui la politica si serve come canovaccio e testo ad ogni elezione.

Così sarà ancora una volta la legge Calderoli, chiamata Porcellum come la definiì quel gran signore della politologia Giovanni Sartori, l’arbitro della competizione elettorale, il metro con cui ci toccherà andare alle urne.

Credere che un resipiscente Calderoli ne abbia fatto di ogni per cambiarla, almeno a sentirlo, tanto da raccogliere ben 41 proposte di modifica e tra queste una della “cornacchia” Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia, in attesa di scarcerazione tra le patrie galere di Rebibbia, Roma. «M’incoraggiò pure Napolitano, la cosa migliore è tornare al Mattarellum». Magari…

La volle Berlusconi, dice Calderoli, ma anche Fini (sempre Calderoli) diciamo che la volle pure Casini per tornare ai fasti della prima Repubblica e a quel sistema (il proporzionale) che concedeva la tribuna, meglio dire il seggio, anche ai partiti dello zero virgola.

In realtà, la volle il centrodestra tutto e sempre nelle memorie del vicepresidente leghista perfino Pierluigi Bersani preferì tenersela. Legge n° 270 del 21 dicembre 2005, da allora in poi neppure la furia referendaria di Mario Segni riuscì a cassarla, dato che i referendum per abrogarla non hanno ottenuto il quorum.

E dire che i partiti la vollero per assicurare la governabilità,  per registrare successivamente che mai l’Italia è stata così ingovernabile. Di fatto la legge è una legge a sistema maggioritario di coalizione con un successivo riparto proporzionale con liste bloccate. In pratica si vota la lista e con essa il listino di candidati allestito dai partiti senza la possibilità di esprimere la preferenza come avveniva in passato.

Il sistema prevede soglie di sbarramento per accedere sia alla Camera che al Senato.

Alla Camera, per la lista non collegata a una coalizione la soglia prevista è del 4 %, mentre per le coalizioni è del 10%. Diverso al Senato, la soglia per la lista non coalizzata è dell’8%, per la coalizione invece è del 20%.

Ma il vero nodo della legge è il premio di maggioranza che viene garantito alla coalizione vincente, un premio che viene assegnato in maniera diversa nei due rami del parlamento.

Alla Camera il premio viene computato su scala nazionale. Facile, chi prende più voti guadagna (qualora non avesse raggiunto i 340 seggi) il 55 per cento dei seggi. Il territorio nazionale viene suddiviso in 27 circoscrizioni con un numero di seggi che variano secondo l’ultimo censimento della popolazione. Un esempio, la Lombardia che è suddivisa in 3 circoscrizioni alla Camera ha guadagnato 3 seggi in più, passando da 98 a 101 rispetto alle scorse elezioni.

Nel resto delle Regioni questo è il numero dei seggi che spettano: Piemonte (45 seggi), Trentino (11),  Veneto (51), Friuli (13), Liguria (16), Emilia (45), Toscana (38), Umbria (9), Marche (16) , Lazio (58), Abruzzo (14), Molise (3), Campania (59), Puglia (42), Basilicata (6), Calabria (20), Sicilia (52), Sardegna (17), Valle d’Aosta (1), Lombardia (101), i restanti 12 vengono assegnati alla circoscrizione estero.

Diverso però è quanto avviene al Senato, dove permane sempre un premio di maggioranza, ma questo viene assegnato su scala regionale, dunque lo ottiene la coalizione che in quella singola regione ha raccolto il maggior numero dei voti.

L’effetto paradossale è che chi ottiene una maggioranza netta alla Camera, rischia di non governare se al Senato perde regioni chiave (Lombardia e Veneto ). Esito già avvenuto nel 2006 quando Romano Prodi pur ottenendo la vittoria alla Camera non ebbe eguale maggioranza al Senato, dove fondamentali divennero i senatori a vita. Alea che teme il Pd oggi soprattutto in alcune regione come la Lombardia, la Campania, il Veneto e la Sicilia.

Questa la ripartizione al Senato: (22) in Piemonte, (47) in Lombardia, (24) in Veneto, (7) in Friuli Venezia Giulia, (8) in Liguria, (21) in Emilia Romagna, (18) in Toscana, (7) in Umbria, (8) nelle Marche, (27) nel Lazio, (7) in Abruzzo, (30) in Campania, (21) in Puglia, (7) in Basilicata, (10) in Calabria, (26) in Sicilia, (9) in Sardegna, (7) in Trentino Alto Adige, (1) in Valle d’Aosta, (2) in Molise e 6 alla circoscrizione estero.

Ed ecco così l’ipotesi del patto di desistenza fra Bersani e Ingroia, l’avvicinamento del Pd con il professore a scongiurare l’impasse, il caos, il rischio responsabili, e a conferma del vituperato Calderoli: «Sono passati sette anni dall’approvazione del Porcellum, ed è ancora lì, ne deduco che di estimatori ne abbia più di quanto si pensi…».

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