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Politica

Ecco come "il caso Marino" ha spaccato il Pd

Perché la crisi che si è aperta in Campidoglio con le dimissioni del sindaco riflette soprattutto le divisioni del partito romano

Dice Matteo Orfini, nell'intervista concessa oggi a Repubblica, che Ignazio Marino farebbe bene a riflettere su chi, del Pd, lo sostiene in questa battaglia.

“Ci sono alcune correnti – insinua il commissario romano – che hanno contribuito a distruggere il partito e adesso provano a ricostruirsi una verginità in questo modo”. A chi si riferisca il presidente dem, lo spiega lui stesso rispondendo questa volta a L'Unità.

Si tratta del deputato dem Marco Miccoli (ieri in piazza del Campidoglio alla manifestazione pro-Marino), segretario della federazione romana dal 2010 all'aprile del 2013 quando, per incompatibilità tra la carica di parlamentare (era stato eletto a febbraio) e quella della direzione politica, fu costretto a lasciare l'incarico. E' a lui che Orfini addebita il dissesto finanziario del partito romano lievitato fino a 1 milione 600 mila euro e quindi buona parte delle responsabilità di chi ieri "ha distrutto il partito" e oggi "prova a riscostruirsi una verginità".

Accuse pesanti. Recriminazioni che fanno capire a che livello è arrivato lo scontro dentro il partito romano e quanti danni sta causando ai dem la testardaggine di un marziano. 

Se non fosse chiaro a tutti, si sta parlando dei panni sporchi di casa.
Dei soldi incassati grazie a sottoscrizioni private che invece di essere utilizzati per coprire le spese di gestione (pagare gli stipendi dei dieci dipendenti e gli oneri previdenziali maturati) venivano spartiti quasi tutti, così sostengono fonti interne al partito, tra le diverse correnti e destinati, in alcuni casi, a faroniche campagne elettorali di candidati consiglieri regionali e comunali.

Contattato da Panorama.it, Miccoli però non ci sta a passare per capro espiatorio: "A meno che non mi venissero nascoste le cose, le campagne elettorali non sono mai state pagate con i soldi della federazione per il semplice motivo che non c'erano soldi nemmeno per pagare gli stipendi. Orfini risponde col fango a delle proposte politiche. È nervoso, il suo non mi pare un bello stile”.

Il deputato dem sottolinea anche che quello da lui ereditato è un debito che risale addirittura ai tempi del Pci e sfida Orfini a recarsi in Procura “se ritiene che siano state commesse delle irregolarità, non solo di carattere amministrativo”. Aggiunge anche che sotto la sua segreteria, le feste del partito svolte alle Terme di Caracalla avrebbero contribuito a generare utili. Una rivendicazione che, secondo altre fonti interne al Pd, non avrebbe però alcuna fondatezza.


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Uno scambio di accuse che riflette il clima di accesa ostilità in casa dem. Ostilità che ci sono sempre state ma che l'inattesa resistenza del sindaco dimissionario all'ordine di arrendersi senza condizioni, sta facendo esplodere in forme nuove e dirompenti. Al punto da spaccare addirittura i renziani della Capitale. Con Cristiana Alicata, messa dal premier nel cda di Anas, e la renzianissima assessora all'ambiente Estella Marino, entrate entrambe in direzione nazionale del Pd in quota Renzi, che ieri si sono fatte fotografare in piazza del Campidoglio al fianco del popolo di Ignazio. 

Ma frizioni e i distinguo esistono anche tra gli stessi orfiniani e i presidenti di municipio, ufficialmente schierati sulla linea del partito ma alcuni con più convinzione di altri, come nel caso di Paolo Marchionne che oggi parteciperà a un'iniziativa al circolo Pd di Donna Olimpia insieme proprio a Miccoli, Estella Marino e l'ex assessore Paolo Masini. Insomma, la linea del commissario non convince proprio tutti. Anzi. per qualche cosnigliere, raggiunto da Panorama.it, "Orfini sta sbagliando tutto”. 

Al momento nessuno si espone fino al punto di dichiarare pubblicamente le proprie reali intenzioni nell'eventualità il sindaco ritiro davvero le sue dimissioni. Fino all'ora fatale in cui, con ogni probabilità, si andrà alla conta in aula, farlo non conviene a nessuno di loro. Nei prossimi giorni, o ore, tutto potrebbe ancora cambiare. Allo stato attuale il Pd ha confermato l'intenzione di arrivare comunque, in un modo o nell'altro (mozione di sfiducia o dimissioni dei consiglieri) alla caduta del sindaco.

Da parte sua Marino, che ieri in piazza del Campidoglio ha promesso ai suoi supporter di non deluderli ma senza dire ancora che ritirerà le sue dimissioni, aspetta quel riconoscimento politico da palazzo Chigi che oggi viene escluso ma domani chissà. Anche perché le dimissioni dei 19 consiglieri dem non risolverebbero tutti i problemi. Intanto perché a loro subentrerebbero altri 19 tra i non eletti della lista Pd (tutti di nuovo da convincere a dimettersi) e poi perché 19 dimissioni non basterebbero nemmeno a far decadere il sindaco. Ne servono almeno 25.

Una situazione di empasse generale che, secondo fonti parlamentari, preoccupa e non poco anche deputati e senatori vicini al premier. A parte Michele Anzaldi e Lorenza Bonaccorsi, che da mesi invocano la fine dell'era Marino, altri temono che la situazione stia sfuggendo di mano (ammesso che non sia già successo) e che “forse a Renzi gliela stanno raccontando poco giusta”.

Un quadro complesso e confuso in cui si intrecciano elementi diversi: risentimenti personali, lotte tra correnti, ambizioni politiche, la quasi certezza – nel caso dei consiglieri dem più anziani – di giocarsi l'ultima partita, antichi rancori, idiosincrasie caratteriali che sono sempre esistite, anche prima di Marino, ma che oggi sembrano in procinto di esplodere.

Tanto che, quando nel primo pomeriggio, le agenzie battono il comunicato con cui il gruppo capitolino del Partito Democratico dichiara che “mai come in questi giorni il gruppo del Pd è stato unito, coeso e al servizio di quell'opera di ricostruzione di cui la città ha realmente bisogno”, anche se alcuni consiglieri giurano che è proprio così e tutti ci mettono la firma, per crederci almeno un po' ci vuole davvero un atto di fede.

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