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Politica

Dopo Renzi, il centrodestra per vincere deve solo stare fermo: ci riuscirà?

Il fronte moderato giri alla larga da ogni ipotesi di governo e non tema le elezioni anticipate: sono gli avversari nei guai e non vanno aiutati

A parte le analisi dell'Istituto Cattaneo, sicuro che una parte degli elettori di Forza Italia siano andati verso il Sì di Matteo Renzi (ormai ognuno dice la sua, ma l'unica costante è che non ci azzecca nessuno), Silvio Berlusconi può essere contento del risultato del referendum: il premier è stato scalzato da Palazzo Chigi, il Pd è diviso e Forza Italia è stata decisiva nella vittoria del No.

L'ago della bilancia
Si può dire ciò che si vuole, ma il partito del Cav, posizionato al confine tra il No e il Sì, è stato l'ago della bilancia e ha mandato all'aria, soprattutto, l'elemento fondamentale della strategia di Renzi, cioè sfondare nell'elettorato del centro moderato e sostituire il Cav come leader di riferimento. Il Pd è rimasto bloccato sulle percentuali delle europee. Un successo nelle elezioni di allora, ma un bottino davvero magro in una consultazione referendaria.

Inoltre Forza Italia è tornata a sopravanzare la Lega nei sondaggi. E già, forse gli analisti ci arriveranno tra qualche mese (del resto i giornali in questi mesi hanno raccontato l'Italia stando sulla luna), ma Berlusconi e l'area moderata del centrodestra stanno riprendendo piano piano appeal: sarà per il movimentismo di Renato Brunetta, che si è calato nei panni del castigamatti del renzismo; sarà per il ritorno di Renato Schifani e di altri, che hanno ricompattato Forza Italia (il No in Sicilia è arrivato al 75 per cento); sarà perché è in corso un gran ritorno dei fuggiaschi che hanno seguito Angelino Alfano e Denis Verdini, o sull'altro versante Raffaele Fitto, ormai privi di orizzonte politico; insomma, nei prossimi mesi il centrodestra può tornare protagonista. Sempre che, confermando l'indole masochista, non si penalizzi da solo.

La strategia? Minimalista
Eppure, per vincere dovrebbe fare ben poco: in sintesi, stare fermo. Non dovrebbe, insomma, ascoltare le sirene istituzionali che tenteranno di coinvolgerlo direttamente o indirettamente nel sostegno di un governo. Non deve dare l'impressione di opporsi alle urne per paura e bene hanno fatto, il 6 dicembre,i leader di Forza Italia a sottolineare che "la parola deve tornare agli italiani". Su questo punto il Cav è categorico: "Un'altra esperienza come il governo Monti per noi sarebbe esiziale". Come pure dovrebbe essere lineare sulla legge elettorale. E anche su questo argomento il leader di Forza Italia sembra avere le idee chiare: "È il momento di riavvicinare gli elettori ai partiti, di mettere in piedi un sistema rappresentativo. Per cui il premio non può essere dato ad una forza o a uno schieramento che non raggiunga almeno il 40 per cento. Sotto quella soglia la legge elettorale deve avere un'impostazione proporzionale".

Resta infine l'ultimo punto, il più delicato: l'armonia interna, l'unità reale dello schieramento. Ma questo è un obiettivo che il Cav non può perseguire da solo. Gli alleati, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, debbono fare la loro parte. Come pure dentro Forza Italia i personalismi debbono lasciare il campo al confronto. Ora nel giro di qualche giorno è probabile che da più parti arriverà la richiesta delle primarie per individuare la leadership (Brunetta e Giovanni Toti in Forza Italia; Salvini, Meloni e Fitto fuori). Richiesta legittima, ma che deve essere coniugata con il tipo di legge elettorale che uscirà fuori dalla Consulta o dal confronto tra i partiti: se si andrà verso il proporzionale, è naturale che le vere primarie si svolgeranno nelle urne tradizionali e non nei gazebo. Per cui, prima d'innescare un braccio di ferro, sarebbe meglio attendere le regole con cui sarà giocata la prossima competizione elettorale. Tanto più che tra le varie anime del centrodestra l'unica che ha due politiche è Forza Italia.

Una forza moderata
Certo il Cav continua ad avere come orizzonte politico il centrodestra, lo ha ripetuto più volte sia a Meloni, sia a Salvini: "La mia posizione naturale è questa ed è la stessa posizione in cui è radicato il mio elettorato". Ma interpretare il centro dello schieramento offre di per sé anche una condizione privilegiata, tipica di una forza moderata.

Non saremo più alla "politica dei due forni" di Giulio Andreotti, ma all'occorrenza, nella frantumazione dello scenario politico a cui stiamo assistendo (il Pd rischia una nuova scissione se Renzi rimarrà segretario), guardando a destra o a sinistra si possono trovare almeno due fornelli a micro-onde. Per cui basta una polemica di troppo, un tentativo di egemonia suffragato più dai ricatti che non dal consenso, per bruciarsi. Ecco perché tutti dovrebbero usare prudenza, evitando scontri e polemiche, approfittando delle contorsioni di un Renzi che punta al voto per sopravvivere, di un Pier Luigi Bersani che resiste a tuttii costi, di un Beppe Grillo che non sa che pesci pigliare sulla legge elettorale.

Un discorso che vale per Salvini e per Meloni (che sembrano aver capito l'antifona), ma anche per le ambizioni dei pretendenti alla leadership in Forza Italia. Da Toti a Stefano Parisi. Osserva il Cav: "C'è stata la Brexit. Ha vinto Donald Trump negli Usa. Ha stravinto il No da noi. Il vento è favorevole. Ci sono tutte le condizioni per vincere, ma dobbiamo essere uniti. Se invece per le follie di qualcuno rischiamo di farci male da soli, stavolta ognuno andrà per la sua strada".

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