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Dopo Marino a Roma arriva il Partito della Nazione

Perché le firme di Marchini e del centrodestra con quelle dei dem per cacciare il "marziano" sono la foto della futura alleanza elettorale nella Capitale

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La statua della Lupa in Campidoglio – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

C'è un ormai ex consigliere dem tra i più schietti che sgaiattolando fuori dal Campidoglio dopo una giornata campale, segnata da lacrime, mezzi svenimenti, mal di testa e teste contro il muro, lo dice molto chiaramente: “Ho l'impressione che con oggi si sia chiuso un libro e che se ne stia per aprire un altro”. Sono da poco passate le sei di sera. Alle 17.58 un messaggino sul telefono della cronista anticipa la notizia che pochi minuti dopo avrebbe fatto il giro del mondo: “Firme apposte. Chiuso”.

Ignazio Marino non è più il sindaco della città, accoltellato da 26 piccoli Bruti e “un unico mandante” dirà poco dopo nel corso di una tesissima conferenza stampa durante la quale, a parte rivendicare i soliti meriti della sua amministrazione (Malagrotta, le unioni civili, i conti in ordine ecc.) lancerà accuse durissime verso un partito, il suo (almeno finora) che preferisce risolvere le faccende dal notaio piuttosto che discutere nelle sedi democratiche.

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Il consigliere in questione risponde a una domanda semplice, la stessa che Panorama.it rivolge a più di uno dei suoi colleghi: “per far cadere Marino alla fine avete avuto bisogno delle firme dei due marchiniani (quella di Alfio Marchini è stata la ventiseiesima, quindi non necessaria ma altamente simbolica), di Roberto Cantiani del Nuovo Centrodestra e dei due fittiani, Cozzoli e Barbato, eletti con la lista civica di Gianni Alemanno. Si tratta della nascita, in salsa romana, del Partito della Nazione di Matteo Renzi?”.

“Ma quale Partito della Nazione, non se ne parla proprio” ribatte un'altra ex consigliera dem che però è giovane turca e parla per voce del suo “capo” Matteo Orfini il quale, in serata, dirà che il suo auspicio è quello di poter riproporre alle prossime elezioni la stessa alleanza di centrosinistra, quindi con Sel dentro, già sperimentata a Roma nel 2013.

Peccato solo che quell'alleanza sia già miseramente fallita e che sempre ieri il coordinatore romano del partito di Nichi Vendola, Paolo Cento, diceva che se alle prossime elezioni dovesse delinearsi un'alleanza tra Pd e Marchini, “mai e poi mai Sel parteciperebbe a una tale operazione di trasformismo politico e alla costruzione del partito della nazione che a Roma è peggio della sua versione su scala nazionale”.

Il Partito della Nazione

Insomma, che sullo sfondo degli ultimi eventi che hanno segnato la città ci sia un disegno di questo tipo è molto più di un'ipotesi campata in aria. Perché se è vero che più indizi (in questo caso le firme dei consiglieri d'opposizione apposte al fianco di quelle dei dem) fanno una prova, la prova che il Partito della Nazione sta davvero per nascere a Roma sono proprio quelle firme.

D'altra parte, se i consiglieri dem hanno dovuto accettare di dimettersi obbedendo alla richiesta del partito, quindi del suo segretario, è ovvio che anche gli altri lo abbiano fatto obbedendo al loro. Che Cantiani o i due fittiani abbiano assunto la decisione di aggregare le loro firme a quelle del Pd in perfetta autonomia, è semplicemente assurdo. Mentre è ovvio che anche loro abbiano ricevuto il via libera dall'alto, quindi dagli stessi Angelino Alfano e Raffaele Fitto, ossia da chi oggi rappresenta la seconda gamba del governo Renzi e dall'aspirante “rottamatore” di Silvio Berlusconi.

Alfio Marchini al centro

Ma è soprattutto nel ruolo assunto da Alfio Marchini nella defenestrazione di Ignazio Marino che va letta in controluce la strategia messa in campo dal premier. Che sia o meno l'ingegnere “calce e martello” a diventare il prossimo candidato sindaco di un arco che va dal centrodestra ex berlusconiano ai dem (includendo anche esponenti della lista civica di Marino pronti a passare con lui), è comunque a un profilo come il suo, civico, moderato, centrista, possibilmente cattolico, che pensa Renzi per Roma.

Il diretto interessato, che ieri si è scapicollato da Milano per non perdersi la scena dei dem che mandano a casa il loro sindaco firmando le proprie dimissioni in Campidoglio, dove è arrivato nel tardo pomeriggio entrando da un ingresso laterale scortato dal suo consigliere Alessandro Onorato, al momento dice solo che “oggi la cosa più importante è cominciare a ragionare sul futuro di Roma”.

Nelle ore precedenti i due, Renzi e Marchini, si erano sentiti per concordare lo show down. Se torneranno a parlarsi anche nei prossimi giorni e settimane non si sa. Quello che è escluso, almeno al momento, è che Marchini diventi il candidato del Pd o di Forza Italia. Casomai saranno il Pd e Forza Italia a dover rinunciare ai propri simboli per portare linfa al cuore di Marchini. Fantapolitica? Chissa'. 

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