Politica

Un articolo non vale il carcere: la riforma è urgente

Un articolo dell'avvocato Caterina Malavenda tratto da Il Sole 24 ore commenta la sentenza di condanna del direttore di Panorama e di due giornalisti della nostra testata. Tutte le reazioni alla condanna

Tratto da Il Sole 24 ore - Di Caterina Malaventa

Se il numero di persone, direttamente interessate ad una legge, servisse ad accelerarne l'iter, quello per modificare le norme sulla diffamazione non partirebbe neppure. Anzi, considerata dai più un problema della "casta" dei giornalisti e da molti - comprese le migliaia di diffamati o presunti tali - un modo per godere di maggiore impunità, è estremamente probabile che, ancora una volta, la richiesta di interventi radicali rimanga inascoltata.

Pure, come accade sempre, quando la condanna alla reclusione riguarda un giornalista di spicco, ma questa volta con minor vigore, l'indignazione e le sollecitazioni a far qualcosa non sono mancate. Ma non è solo Giorgio Mulè - o, in precedenza, Alessandro Sallusti - a dover temere i rigori di una cella, se la sentenza che lo ha condannato alla reclusione, con i colleghi Andrea Marcenaro e Riccardo Arena, venisse confermata.
Prima di lui, ad una giornalista di Palermo, a due giornalisti di Bolzano ed a tre giornalisti di Chieti - rimanendo a quel che si trova su internet- era toccata la stessa sorte, nel sostanziale silenzio dei colleghi; e chissà a quanti altri è capitato e potrà capitare, non per l'ostinazione o, peggio, per il pregiudizio di un giudice, ma perché è la legge che lo consente ed a volte lo impone.
Dunque, che fare? Si è detto e si è scritto più di quanto fosse necessario, si è proposto, fatto e disfatto più di quanto sembrasse possibile e siamo ancora al punto di partenza.

Certo, mettere mano ad un sistema che finora ha funzionato, con il rischio che le cose peggiorino - e potrebbe accadere, a ricordare alcuni degli emendamenti, proposti un anno fa, da un Parlamento con le idee un po' confuse- è un azzardo, ma aspettare ancora non è più consentito. A chi ritiene che la previsione del carcere, sia pure per casi gravissimi, non possa esser cancellata, si oppone chi, invece, preferirebbe il ricorso alla sospensione dalla professione per diversi mesi o l'incremento dei risarcimenti, soluzioni forse peggiori del problema che dovrebbero risolvere e la politica non è stata ancora in grado di prendere una decisione.
Intanto, qualche giorno fa, uno studio ha confermato come sia praticamente inutile cercare di far sparire definitivamente una notizia, una volta entrata in rete ed ha suggerito, quale rimedio più efficace, di postare una nuova notizia di segno contrario, che finirà per sostituire quella precedente.

E' la stessa filosofia della "vecchia" rettifica, per qualcuno una notizia data due volte, ma nel mondo caotico dell'informazione di oggi, il solo modo per ripristinare la verità e recuperare, forse non del tutto, la reputazione compromessa. Nell'attesa che chi deve decidere lo faccia, basterebbero, intanto, due mosse: abrogare l'art. 13 della legge sulla stampa, che per i soli giornalisti della carta stampata, in caso di diffamazione aggravata dall'attribuzione di uno specifico fatto disdicevole, prevede la reclusione da uno a sei anni, lasciando al giudice la facoltà di scegliere sempre fra la multa e la detenzione; e prevedere che non possa essere querelato chi ha pubblicato una rettifica, a richiesta o spontaneamente, purchè con la necessaria evidenza.

Ciò consentirebbe di rimettere la decisione sui danni residui al giudice civile ma, soprattutto, di azzerare il rischio di una condanna penale, disinnescando così quel dilemma - carcere sì, carcere no- che, come l'asino di Buridano, nell'indecisione perenne, rischia di far morire ogni velleità riformatrice.

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