Renzi contro Grasso: i motivi dello scontro

Il botta e risposta (a distanza) sull'articolo 2 delle riforma del Senato si traduce in minaccia contro l'unico (vero) nemico interno

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Il premier Matteo Rensi e il presidente del Senato Piero Grasso – Credits: ANSA/CLAUDIO PERI

È una scena curiosa, quella che si è svolta l’altro giorno alla direzione del PD.

Matteo Renzi ha intrattenuto come al solito la platea a braccio, gigioneggiando, distribuendo sarcasmi a destra e a manca, forte del fatto che la sua minoranza interna ha dato l’ennesima prova della sua totale inconsistenza.

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Fanno un po’ compassione, i vecchi notabili del PD: ancora non si capacitano di come Renzi abbia scippato dalle loro mani il partito che consideravano come la propria creatura, lo odiano di un odio genuino e radicale, con quell’odio che si prova solo verso chi ci ha portato via il legittimo consorte (e non sempre), eppure non hanno la minima idea di come opporsi a lui.

“Pocos Locos Y Mal Unidos”, secondo la famosa definizione dell’Imperatore Carlo V (pochi, pazzi e divisi), i derelitti oppositori interni di Renzi sembrano prigionieri di una strana coazione a ripetere gli errori del passato.

Si baloccano in tatticismi, si crogiolano in segnali politici oscuri (non partecipare al voto nella Direzione del partito), continuano a celebrare una liturgia politica che Renzi ha smantellato.

Il nemico interno

Alla velocità dei ragazzo di Rignano sull’Arno, alla sua spregiudicatezza, al suo continuo rilanciare e alzare il tono della sfida, reagiscono come fossero in un congresso del PCI negli anni del ’60, in pieno centralismo democratico, con sottili distinguo, con arzigogolate manovre, con contorsionismo lessicali, che non hanno neppure il tempo di finire di pensare, perché nel frattempo Renzi ha già fatto un altro passo avanti, ha già vinto un’altra sfida contro di loro.

Chi rimane allora come nemico interno? Con chi può prendersela credibilmente il povero Renzi? Guardandosi intorno, il Premier trova solo un ostacolo sulla sua strada, il Presidente del Senato, Pietro Grasso.

Messo lì da Bersani, che immaginava una legislatura ben diversa, Grasso fa di tutto, non da oggi, per marcare la distanza da Renzi.

Perché lo fa? Perché da magistrato è allergico di natura all’indifferenza per regole e procedure dell’adrenalinico premier? Perché sogna di accreditarsi come figura di garanzia super partes nel caso in una delle tante capriole Renzi scivoli e si faccia male davvero? Difficile dirlo.

Resta il fatto che il segnale lanciato da Renzi alla seconda carica dello Stato è risultato tanto oscuro quanto clamoroso. Anzi, ancor più clamoroso proprio perché oscuro.

Il premier in sostanza ha detto che - se il Presidente del Senato accettasse di ammettere alla votazione emendamenti all’art.2 della legge di riforma costituzionale - si creerebbe una situazione eccezionale, di emergenza, senza precedenti, “tanto che dovremmo riunire Camera e Senato insieme”.

Il nodo dell'articolo 2

L’art. 2, lo spieghiamo ai non cultori della materia, è quello che esclude l’elezione diretta dei senatori, argomento che per Renzi è diventato la linea del Piave dalla quale non intende in nessun caso arretrare.

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Renzi e i suoi amici sostengono che sull’art. 2 non si può più votare, mentre i suoi oppositori sostengono l’altra interpretazione, cioè che sull’art. 2 ci possono essere ancora delle votazioni.

La scelta è nelle mani di Grasso che, come presidente del Senato, è chiamato ad interpretare il regolamento.

Ma cosa intendeva dire Renzi con la minaccia di riunione congiunta di Camera e Senato? In realtà tutto e niente. La riunione congiunta di Camera e Senato non esiste nel nostro ordinamento, se non per eleggere alcune cariche istituzionali, e per dichiarare la guerra. E in ogni caso non ha certo alcun potere di censurare o rimuovere il Presidente del Senato.

Richiesto di una spiegazione, Renzi ha provato a sdrammatizzare, a far credere a un equivoco, spiegando che lui intendeva soltanto una ben più innocua riunione congiunta dei gruppi parlamentari del PD di Camera e Senato (per fare cosa non è ben chiaro).

Ma la spiegazione (tardiva) importa poco, ciò che conta è che il segnale, anzi l’avvertimento, è arrivato a destinazione ben chiaro. Tanto è vero che Grasso ha lasciato trapelare (in questi casi non si replica mai, si “lascia trapelare”)  un commento espresso con i più stretti collaboratori.

A muso duro, Grasso avrebbe detto di non essersi fatto intimidire dalla Mafia, quando era procuratore di Palermo. Insomma, l’avvertimento ambiguo di Renzi per Grasso è né più né meno che un segnale mafioso.

Uno scontro durissimo

Questo è il livello della dialettica fra le più alte carche dello Stato. La cosa naturalmente non avrà conseguenze immediate, ma c’è chi ha già notato che nemmeno nei momenti dello scontro più duro fra Berlusconi e Fini si è giunti a questi toni.

La polemica politica, ed anche lo scontro personale, fra i due sono stati durissimi, alcuni berlusconiani chiesero le dimissioni di Fini da Presidente della Camera, visto il suo cambiamento di fronte rispetto alla maggioranza che lo aveva eletto. Ma nessuno ne pose mai in discussione la correttezza istituzionale dell’ex leader di AN, né cercò di interferire sul modo di presiedere l’Assemblea.

Oggi siamo ai segnali mafiosi. Come nuovo stile politico, nel meraviglioso mondo di Renzi, non c’è davvero male.

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