Primarie PD: De Luca e il pasticciaccio brutto in Campania

Eleggerlo significherebbe tornare subito a votare. E così si riapre il dibattito sulla Legge Severino. Mentre lo sfidante Caldoro se la ride

De Luca

La conferenza stampa di Vincenzo De Luca nella sede elettorale di Salerno, 2 marzo 2015 – Credits: ANSA / CIRO FUSCO

La maledizione delle primarie non smette di perseguitare il PD. E ancora una volta il guaio viene dalla Campania. Ma un guaio così intricato, e così imbarazzante, non si era mai visto, nemmeno nella storia del PD.
I soliti problemi, quelli che in passato avevano sollevato tante polemiche, stavolta sono “bazzecole, pinzillacchere”, visto che siamo nella terra del grande Totò. I giornalisti che raccontano di essere riusciti a votare quattro volte, senza esibire documenti, non fanno più notizia. Non è un grande problema neppure il fatto che dei 150.000 votanti, 50.000 siano di Salerno (patria del vincitore De Luca), contro i 65.000 di Napoli e le poche migliaia delle altre province. Questo nonostante Napoli abbia il triplo di abitanti di Salerno.

Il vero problema stavolta è che ha vinto proprio chi non avrebbe mai dovuto vincere. Quel Vincenzo De Luca, già sconfitto da Stefano Caldoro (Forza Italia) cinque anni fa, odiato da tutta la nomenklatura campana, ma soprattutto condannato in primo grado, e quindi, per effetto della Legge Severino, incompatibile con la funzione di Governatore.

Ciò significa che De Luca, se eletto, decadrebbe immediatamente dalla carica. Certo, potrebbe ricorrere al TAR, e il tar potrebbe concedere una sospensiva, cme è successo quando per effetto della Severino De Magistris è stato dichiarato decaduto da Sindaco di Napoli. Ma c’è un problema: nei comuni, cadendo il Sindaco, può supplire il Vice Sindaco, alla Regione no. Cadendo il Governatore con lui cadrebbe l’intero consiglio regionale, come accade in caso di dimissioni. Dunque eleggere De Luca, con ogni probabilità, significherebbe tornare immediatamente a votare.

In verità la Legge Severino è una legge assurda, lo sanno tutti, che ha un effetto retroattivo, e che colpisce anche i condannati in primo grado (che potrebbero risultare innocenti nel giudizio di Appello o di Cassazione). È una legge che il Parlamento ha votato in uno di quei momenti di ubriacatura giustizialista collettiva che di tanto in tanto colpiscono la classe politica. Ma è una legge dello Stato, e – quello che è peggio – è una legge fortemente sostenuta proprio dal PD.

Il PD, e lo stesso Renzi, ne hanno invocato la rapida e rigida applicazione quando è servita per cacciare dal Senato Silvio Berlusconi. L’hanno esaltata di nuovo in opposizione a De Magistris a Napoli. Ora possono cambiare completamente idea, nel giro di poche settimane, fino a portare in Parlamento una modifica della Severino, come chiede De Luca? No, sarebbe un clamoroso esempio di legge ad personam, e probabilmente il Pd non vuole nemmeno, visto che De Luca non è tanto amato neppure a Roma.

In realtà, a Largo del Nazareno sperano che sia la Corte Costituzionale a risolvere il problema, accogliendo le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal TAR sulla vicenda di De Magistris. Ma la Corte Costituzionale non avrà tempi brevi, tanto è vero che il Presidente della Consulta Alessandro Criscuolo ha detto che sarebbe meglio che "Il Parlamento mettesse mano alla legge Severino", sarebbe meglio se "se ne occupasse il parlamento”. Di avviso opposto la Presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferrante (PD), secondo la quale sarebbe “preferibile che se ne occupasse la Consulta”.

Insomma, tutti cercano di allontanare la patata bollente. Ma la patata bollente da qualche parte deve cadere. E cadrà sul PD campano che – già lacerato da divisioni storiche – dovrà cimentarsi nel difficile compito di convincere gli elettori a votare per un Presidente che non potrà fare il Presidente, ad eleggere un Consiglio regionale che quasi certamente decadrà appena eletto.

Per il Governatore Caldoro, che punta alla riconferma, le cose si mettono bene.

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