La Lega Nord di Matteo Salvini

Vuole andare avanti da solo, cambia l'elettorato di riferimento, fa un'opposizione sistemica. Un po' poco per riuscire

Lega: Salvini, se si votasse domani, noi andremmo soli

Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, a Borgo San Lorenzo nel secondo appuntamento del suo tour nel Fiorentino, 26 febbraio 2015 – Credits: ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Vi ricordate la Lega delle origini? Quella dei matrimoni celtici, e delle ampolle con l’acqua del Dio-Po? Delle macroregioni del prof. Miglio e delle canottiere di Bossi? La Lega che “ce l’aveva duro” e che, di conseguenza, distribuiva il raffinato profumo “Dur”, complemento indispensabile, con i fazzoletti verdi, del guardaroba di ogni gentiluomo “lumbard”?

Oggi il nuovo Segretario leghista Salvini usa metodi di seduzione probabilmente più raffinati, altrimenti non avrebbe fatto breccia nel cuore della dolce, incantevole Elisa Isoardi.

Ma non è certo questo l’unico cambiamento avvenuto nella Lega. Il partito che fu di Bossi e che oggi è di Salvini non solo ha abbandonato le invettive contro “Roma ladrona” ma anzi proprio a Roma domani terrà una grande manifestazione nazionale contro Renzi.

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Già definirla “nazionale” è uno strappo non da poco: nel lessico leghista finora “nazionale” significava quello che per la gente comune si dice “regionale”, perché la Lombardia, il Veneto, il Piemonte nell’immaginario leghista erano “nazioni “ a se stanti.
Il nemico della Lega non sono più i “terroni” e neppure “Roma-Polo e Roma-Ulivo” secondo il fortunato slogan di Bossi nel 1996. Oggi i nemici sono i clandestini, i Rom (a chiamarli “zingari” si rischia una querela), l’Unione Europea.

La Lega, insomma, ha cambiato pelle. Nei giorni scorsi, Maroni è riuscito ad ottenere un referendum regionale per fare della Lombardia una regione autonoma. In altri tempi, la Lega non avrebbe parlato d’altro. Oggi, la notizia è scivolata via nel disinteresse dei padani (o degli ex-Padani?)

Accantonata o rinviata a tempi migliori l’indipendenza della Padania, la Lega tenta seriamente di sbarcare nel centro-sud, cavalcando i temi di un populismo di destra, dichiaratamente ispirato a quello di Marine Le Pen in Francia.

Questo ha ovviamente diverse conseguenze. La prima è che la Lega sta mutando il suo elettorato di riferimento. Il popolo delle partite IVA, della piccola impresa del Nord, è lasciato a se stesso, e alle sirene tentatrici di Renzi. Al contrario, un voto di destra fatto di piccola borghesia impiegatizia spaventata, di sottoproletariato urbano, di provincia depressa, accorre in massa sotto le bandiere dell’incolpevole Alberto da Giussano.

In qualche modo, la Lega si candida a ricoprire il ruolo che fu, in altre epoche, quello del MSI. Una bella nemesi storica, per un partito che era nato per disfare l’Italia.

Da qui anche l’auto-isolamento della Lega, che fa di tutto per rendere impossibile l’alleanza con gli stessi partiti con cui ha governato l’Italia fino al 2011 e con i quali governa tuttora importanti regioni. Non da ultimo Forza Italia da cui ha detto di sentirsi troppo distante.

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È evidente che così facendo pone in serio pericolo la conferma di un leghista come Luca Zaia alla guida del Veneto, ma questo sembra essere poco importante nella prospettiva di Salvini, che sembra essere quella di un’opposizione sistemica (come quella della Le Pen in Francia e come fu quella missina in Italia).

Una destra così ha la vita assicurata, per oggi e per il futuro, raccoglie più o meno consensi, di volta in volta, secondo il grado di scontento e di paura diffuso (quindi oggi ne raccoglie molti), si ricompatta intorno al leader, superando divisioni e rivalità, ma non è mai una destra di governo.
Per Matteo Salvini probabilmente è la strada più facile.
Ma da un uomo che ha saputo conquistare Elisa Isoardi ci saremmo aspettati qualcosa di più.
 

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