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Consip, cosa c'entra Tiziano Renzi

L'inchiesta è un labirinto. Ma mettendo in fila parole e date si capisce come si sono aperte le porte al babbo dell'ex premier e ai suoi amici

Per uscire dal tenebroso angolo in cui l’ha ficcato l’inchiesta Consip, Tiziano Renzi ha usato la più ovvia delle giustificazioni: "Millanterie". Il padre dell’ex presidente del Consiglio, Matteo, ha spiegato che hanno abusato del suo nome. L’amico Carlo Russo, indagato come lui per traffico illecito d’influenze? Solo un compagno di pellegrinaggi. L’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato per corruzione? Mai incontrato. E così via. Un uomo di fede, devotissimo alla madonna di Medjugorie, con l’unica colpa di avere un figliolo tanto inviso. A cui adesso, dopo il declassamento da premier a cittadino, tentano di dare il calcio dell’asino.

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«Colpiscono me per colpire lui» si sfoga Tiziano, assediato dai cronisti nella sua villa di Torri, a Rignano sull’Arno. La difesa del «babbo», come viene chiamato nelle intercettazioni, è legittima. È però contraddetta da decine di dichiarazioni. Non dalle ipotesi investigative. O dall’incerto pizzino raccattato nelle discariche napoletane: «30 mila euro al mese a T.». La sua versione è confutata dalle parole di ottimi amici, fidati manager, compagni di partito. Nessuno a lui avverso, anzi. Intercettazioni, interrogatori, interviste. Basta mettere in fila tutto per pronunciare l’inappellabile sentenza di condanna: politica, ovviamente. Non c’è nessuna valida giustificazione per cui il padre dell’ex presidente del Consiglio, mentre il figliolo è al potere, si debba interessare di appalti pubblici. La giustizia farà il suo corso. E vada come vada. Ma la credibilità di Renzi, a soli tre mesi dalle sue dimissioni, viene irrimediabilmente minata. Perché i personaggi coinvolti nell’inchiesta rappresentano un fondamentale pezzo di potere messo in piedi dall’ex rottamatore.  

Tiziano Renzi: imprenditore dalle alterne fortune. Il 3 marzo 2016 davanti ai pm di Roma e di Napoli nega tutto. A partire dai rapporti con Luigi Marroni, fino al giugno del 2015 assessore alla Sanità della Regione Toscana, poi chiamato dal figlio Matteo a guidare Consip, la centrale d’acquisto della pubblica amministrazione. Un fedelissimo. La gara finita nell’inchiesta è quella del facility management: la fornitura di servizi agli uffici della pubblica amministrazione. L’appalto Consip è il più sostanzioso mai bandito in Europa: 2 miliardi e 700 milioni di euro. E l’azienda di Romeo, la Romeo gestioni, s’è aggiudicata tre lotti: per un valore di 609 milioni.

Ai magistrati, Renzi senior conferma di aver visto due volte Marroni. La prima, nel 2015, quando il manager è ancora nella giunta toscana: «Volevo fare mettere, tramite l’associazione Il Cirineo, una statua della Madonna di Medjugorie, di cui sono molto devoto, davanti all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze». Autorizzazione poi negata in un altro appuntamento, in Piazza Santo Spirito, a Firenze: «Mi ha detto che la statua non si poteva mettere per una questione di rispetto delle altre religioni» ricostruisce il padre dell’ex premier.

L’amministratore delegato Consip ha però ben altri ricordi. Ai pm di Napoli, che lo interrogano il 20 dicembre 2016, Marroni riferisce: «Tiziano Renzi mi chiese di incontrarlo di persona, nella zona del Bargello. Mi chiese di ricevere un suo amico imprenditore, Carlo Russo, che voleva partecipare a delle gare d’appalto indette da Consip. Dovevo fare il possibile per assecondare le richieste e dargli una mano perché era un suo amico». Ma chi è Russo? Un imprenditore di Scandicci, 33 anni, compagno di pellegrinaggi di Tiziano, che ha battezzato anche suo figlio, già proprietario di un centro estetico poi fallito e responsabile d’area di un’azienda di consegna di farmaci a domicilio.

Marroni acconsente all’incontro: «Dopo una quindicina di giorni» dice ai pm «Russo venne nella sede Consip. Lo ricevetti nel mio ufficio da solo. Mi spiegò in concreto che, tramite una società, stava partecipando alla gara d’appalto indetta da Consip che riguardava il facility management, credo proprio il bando Fm4». Marroni dettaglia: «Per rafforzare la sua richiesta, mi disse in modo esplicito che questo affare non interessava solo a lui. Mi ribadì che io ricoprivo questo incarico grazie alla nomina che mi era stata concessa dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi». 

Dopo qualche mese, aggiunge il manager, il presunto «facilitatore» chiede un nuovo colloquio: «Russo mi fece capire che se io lo avessi agevolato sarei stato reputato affidabile da lui e dai suoi amici, Tiziano Renzi e Denis Verdini, e che quindi mi avrebbero tenuto in considerazione in futuro per più prestigiosi incarichi». Un ricatto che il numero uno della Consip definisce «spregevole». Marroni riferisce anche di un successivo incontro in piazza Santo Spirito a Firenze, dando una versione completamente diversa dal padre dell’ex premier: «Tiziano Renzi mi ribadì che dovevo aiutare Russo nella gara d’appalto perché era una persona a lui molto vicina».  
            
Le dichiarazioni di Marroni sono il primo chiodo a cui appendere le responsabilità del «babbo». È uno stimato e navigato dirigente d’azienda, voluto da Matteo Renzi: perché mai avrebbe dovuto mentire? Anche se il suo comportamento non è certo stato irreprensibile, anzi. Il manager è tra i responsabili di una delle clamorose fughe di notizie che hanno costellato l’inchiesta. Dopo una soffiata, invece che presentarsi in procura, fa bonificare i suoi uffici dalle cimici piazzate dai carabinieri del Noe.

Chi l’ha avvertito? Davanti ai magistrati, tira in ballo Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua: altro manager di strettissima osservanza renziana e amico personale del segretario del Pd. Marroni, nell’interrogatorio del 20 dicembre 2016, ammette di essere stato informato due volte da Vannoni di avere il telefono sotto controllo: prima dell’estate del 2016 e all’inizio di dicembre.

Il 21 dicembre, i pm di Napoli sentono quindi Vannoni come persona informata sui fatti. Il presidente di Publiacqua conferma la circostanza. E, pressato dai magistrati, svela: «Fu Luca Lotti a dirmi che c’era un’indagine su Consip». Dopo, aggiunge: «Ricordo che il presidente Renzi mi diceva solo di stare attento a Consip». Le dichiarazioni di Vannoni trascinano il giglio magico nell’agone giudiziario. Lotti, attuale ministro dello Sport e storico braccio destro dell’ex premier, è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento.

Lo stesso reato è contestato a Tullio Del Sette, comandante generale dei carabinieri. Così come a Emanuele Saltalamacchia, alla guida della legione Toscana dell’Arma. Sarebbe lui, scrive La Verità, l’autore di un’altra soffiata. A fine ottobre 2016, durante una grigliata tra amici a casa di Tiziano Renzi,  il generale avrebbe dato un consiglio preciso al «babbo»: «Non parlare con Alfredo Romeo». Ma Saltalamacchia, si legge nell’informativa del Noe, avrebbe informato anche Marroni: «Una domenica» rivela ai pm il numero uno di Consip «durante una passeggiata organizzata con le nostre signore ho chiesto a Saltalamacchia se il mio cellulare fosse ancora sotto controllo, ma lui mi disse che non aveva avuto aggiornamenti e quindi la cosa per me finì lì».
Indicazioni che, per i magistrati, farebbero il paio con un’altra spiata.

Il 7 dicembre 2016, Roberto Bargilli, ex autista del camper di Matteo Renzi alle primarie, chiama il telefono di Russo: «Scusami, ti telefonavo per conto di babbo, mi ha detto di dirti di non chiamarlo e di non mandargli messaggi». Renzi, concludono i magistrati, sa di essere ascoltato. Le intercettazioni sul suo telefono sono cominciate appena due giorni prima: il 5 dicembre, il day after del referendum perso malamente da Renzi. Chi lo ha avvisato con tale tempismo? Bargilli derubrica la telefonata a un sms: «Fu Tiziano a chiedermi di inviare questo messaggio perché Russo lo tempestava di telefonate». Ma evidentemente ricorda male perché il dialogo è registrato.

Anche Renzi senior, di fronte ai magistrati, svilisce il suo rapporto con l’amico di Scandicci: «L’ho conosciuto perché siamo entrambi fedeli alla madonna di Medjugorie. Aveva problemi in chiesa perché è separato e io l’ho aiutato con il parroco». Insomma: il padre del suo figlioccio sarebbe solo un millantatore e uno stalker telefonico. Le cimici piazzate negli uffici romani di Romeo, in via Pallacorda, registrano però diverse conversazioni in cui Russo evoca Renzi senior: «Tiziano mi dice di chiederle, se per lei non è un problema, lui è a disposizione, qualsiasi cosa gli manda un m... Però dice di aspettare dopo il referendum» spiega all’impreditore napoletano il 3 settembre 2016.

I due parlano anche di un possibile ingresso di Romeo nell’azionariato dell’Unità, il quotidiano del Pd: «Se lei riuscisse a fare l’operazione e gli dice a Tiziano: “Scegliamola insieme la persona da metterci dentro”» sostiene il facilitatore di Scandicci, riferendosi all’ipotetica nomina del direttore del quotidiano «ecco che lei si è fatto un amico per tutta la vita». Un investimento che non si è mai concretizzato. Al contrario della donazione di 60 mila euro alla fondazione Open, che raccoglie fondi per conto di Renzi, fatta nel 2012 da Romeo tramite una società di famiglia: la Isvafim. In uno stralcio di ambientale, Russo tira in ballo anche Laura Bovoli, detta Lalla, moglie di Tiziano, da sempre al suo fianco nelle avventure imprenditoriali: «Bisogna tenere distinti i compensi… in quanto tutto è gestito direttamente dalla moglie di Tiziano, Lalla».

Un millantatore, dunque? Eppure non c’è solo Marroni a confermare come Tiziano Renzi perorasse le cause di Russo. A sorpresa pure Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, in corsa per la segreteria del Pd, il 24 febbraio 2017 aggiunge un altro, fondamentale tassello. Al Fatto Quotidiano racconta: «Era ottobre 2014, Renzi era da poco premier, io scrivo a Lotti: “Conosci un certo Carlo Russo che sta venendo a Bari a sostenermi dicendo che è amico tuo e di Maria Elena Boschi?». Lotti avrebbe laconicamente risposto: «Lo conosciamo». E il governatore, di rimando: «In che senso? Lo devo incontrare o lo devo evitare?».

La risposta di Lotti, riferisce il governatore, è chiara: «Ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo». Emiliano prosegue: «A quel punto, io ho visto Russo. Senza il messaggio di Lotti non ci sarei andato. Si presentava come un rappresentante di Renzi e dei suoi». Anche Tiziano Renzi, aggiunge il governatore, tenta un approccio con lui. Ma il paventato vis-à-vis, alla fine, salta. Alfredo Mazzei, commercialista e storico esponente del Pd di Napoli, aggiunge dettagli importanti.  Il 2 gennaio 2017, interrogato a Napoli, riferisce di un pranzo o una cena tra l’imprenditore napoletano, Tiziano Renzi e Russo: «Romeo mi disse che era rimasto molto colpito da quell’incontro per la spregiudicatezza dei suoi interlocutori».

Il «babbo» ha però seccamente smentito pure questa ricostruzione: «Mai fatto cene segrete in vita mia. Non ho nulla da nascondere». E ai magistrati ha aggiunto: «Non conosco Romeo e non ha mai fatto alcuna pressione su di lui». Una versione confermata dai legali dell’imprenditore arrestato che, il 6 marzo 2016, davanti al gip di Roma, Gaspare Sturzo, s’è avvalso della facoltà di non rispondere. Resta quindi agli atti solo un’intercettazione ambientale del 6 dicembre 2016. Mentre parla con Italo Bocchino, suo collaboratore ed ex deputato finiano, pure lui indagato per traffico illecito di influenze, Romeo dice: «Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato...».

Si riferiva a Tiziano o Matteo? Solo lui potrebbe chiarirlo. Ma, per adesso, con i magistrati ha scelto di non parlare. A differenza di Marco Gasparri, dirigente Consip, arrestato per corruzione. Ha confessato di aver preso più di 100 mila euro di mazzette dall’imprenditore napoletano. In cambio avrebbe fornito notizie riservate sugli appalti della società pubblica. Il 16 dicembre 2016, interrogato dai pm della Procura di Roma, rivela: «Romeo mi disse che aveva fatto un intervento sui vertici Consip attraverso il massimo livello politico. Non mi disse il politico o i politici sui quali era intervenuto, ma mi disse che si trattava del livello politico più alto». Si riferiva a Matteo Renzi, sospettano gli investigatori. Un’altra millanteria? Può darsi. Ma, alla fine, poco conta. Per il verdetto morale tutte le parole necessarie sono già state scritte.

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