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Politica

Marino lascia il Campidoglio e accusa il Pd

Fatali le dimissioni di 26 consiglieri. "La crisi doveva chiudersi in aula, non dal notaio... Mi hanno accoltellato. Uno solo il mandante"

"Che dovemo fà?". Sta tutto nelle parole di Maurizio Policastro, uno dei consiglieri più anziani della giunta Marino, lo sconforto in chiusura di una giornata campale.

Le dimissioni di massa dei consiglieri sono arrivate. Nella sede di via del Tritone, in 25 hanno firmato, davanti al notaio, le loro dimissioni. Il ventiseiesimo, Alfio Marchini, è arrivato a Roma più tardi per firmare direttamente in Campidoglio. E alle 17:58, apposte le firme definitive, il consiglio comunale è decaduto e con lui il sindaco di Roma Ignazio Marino.

Ai 19 consiglieri del Pd si sono aggiunti due della maggioranza, Svetlana Celli della Lista civica Marino e Daniele Parrucci di Centro democratico, mentre l'altro "soccorso" è arrivato dai consiglieri di opposizione Roberto Cantiani del Pdl, Alfio Marchini e Alessandro Onorato della Lista Marchini, Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato dei Conservatori riformisti.

 

Il discorso di Marino
In Aula alle 18 in una conferenza stampa, Marino ha subito attaccato: "Auspicavo che la crisi si chiudesse in Aula con un dibattito chiaro e trasparente non dal notaio, segno di una politica che discute e decide fuori dalle sedi democratiche riducendo gli eletti a persone che ratificano decisioni assunte altrove: ciò nega la democrazia".

E ancora: "Mi è stato negato il confronto in aula e chiedo ancora perchè... prendo atto che i consiglieri si sono sottomessi e dimessi per evitare confronto pubblico. Oggi è dimostrata la mancanza di rispetto per i cittadini romani".

"Se mi avessero lasciato parlare ecco cosa avrei detto" ha continuato Marino. "Avrei detto che Roma è ritornata una città virtuosa". E ha ricordato che la sua amministrazione ha "trovato 874 milioni di debiti e ora i conti sono in ordine e possono ripartire gli investimenti: ora abbiamo sbarrato le porte al malaffare, riconquistato lo spazio pubblico, impostato un nuovo ciclo dei rifiuti chiudendo Malagrotta".

"Abbiamo allargato, ed io ne sono orgoglioso, i diritti per tutti e tutti... Abbiamo attratto nuovi investimenti per la nostra città, l'abbiamo candidata a Roma2024, abbiamo programmato il nuovo stadio, un investimento da 1,3 miliardi di euro e 5mila posti di lavoro... abbiamo smesso, e questo ha dato fastidio a qualcuno, di costruire e riempire di cemento l'agro romano".

L'affondo contro il PD
Poi l'affondo più duro, verso il Pd, "partito che ho voluto e fondato". "Questo Partito mi ha deluso per il comportamento dei suoi dirigenti perchè ha rinunciato alla democrazia tradendo ciò che ha nel suo dna. In un dibattito aperto e franco in aula - ha proseguito Marino - avrei accettato la sfiducia a viso aperto o avrei detto di andare avanti, avrei detto di fare ciò che è più giusto e non ciò che è più conveniente, per una politica al servizio degli altri e non dei propri vantaggi". E poi è arrivata la bordata: "Chi mi ha accoltellato ha 26 nomi e un unico mandante... Quando un familiare ti accoltella, dopo pensi: 'ma è stato un gesto inconsulto o premeditato?' Io questa riflessione non l'ho ancora fatta".

E come se non bastasse ha aggiunto: "In un anno non ho affatto avuto un rapporto turbolento con Renzi, nell'ultimo anno non ho avuto nessun rapporto... Io non ho capito quali errori mi si rimproverano su un programma che il centrosinistra ha sostenuto. In Aula avrei ascoltato come si fa in democrazia. Si può uccidere una squadra ma non si possono fermare le idee... Spero non si torni indietro, non è in gioco il futuro di Ignazio Marino ma di Roma".

I retroscena
Una cosa è certa: il Pd romano ha avuto bisogno delle dimissioni degli eletti dell'opposizione per riuscire a far decadere Marino. Entrando in Campidoglio per firmare, infatti, uno dei consiglieri dem, ci ha detto: "C'è molta amarezza, è un momento triste. D'altra parte ci sono precedenti illustri: abbiamo anche votato la fiducia in Parlamento con Forza Italia".

Insomma, l'aria che tira non è buona nel partito. Affatto.

Prima di recarsi tutti insieme in Campidoglio a formalizzare singolarmente le dimissioni, i 25 consiglieri presenti oggi a Roma hanno dichiarato la loro volontà davanti a un notaio portato personalmente in via Del Tritone dall'ex vice sindaco Marco Causi che li ha così "blindati" una volta per tutte.

Le reazioni
Alfio Marchini, entrato in Campidoglio più tardi dall'ingresso posteriore, ci ha detto: "Noi abbiamo fatto quello che dovevamo. Ero fuori ma sono tornato a Roma per firmare. Per la mia città questo e altro. Oggi la cosa più importante è iniziare a ragionare sul futuro di Roma, città in grande sofferenza e nessuno che la ami puà restare indifferente o restare allegro. I vecchi partiti non sono stati in grado di dare quelle risposte che la città attendeva". Dichiarazioni che, a tutti gli effetti, hanno il saporto di annuncio di candidatura.

"Il sindaco è allegro, sereno e per nulla preoccupato" ha dichiarato Luca Giansanti della Lista Civica Marino. "Il suo unico rimpianto è quello di non aver potuto spiegare in aula le sue ragioni".

Intanto iniziano le tesi complottistiche: "È una pessima giornata per la democrazia a Roma. Il fatto che si sciolga il consiglio comunale e si impedisce un dibattito trasparente è una anomalia che deve essere denunciata. Mi sorprende negativamente lo schieramento delle firme dei dimissionari: il Pd con la lista Marchini e pezzetti di centrodestra. Mi pare che sia una operazione di trasformismo che prefigura un alleanza del Pd con Marchini" ha detto il segretario romano di Sel Paolo Cento in piazza del Campidoglio, per poi aggiungere: "Politicamente quanto accaduto oggi ferisce la Roma più democratica e antifascista. Il partito della nazione in versione romana rischia di essere peggiore di quello nazionale".

Lo sconforto è tutto interno al Pd. Valentina Grippo, consigliera del Pd di ala renziana, ci dice: "È una fine ingloriosa, un tristezza infinita. Noi siamo stati messi tra due fuochi: un sindaco che non si è fatto aiutare e un partito che ci ha detto che era finita, ma adesso che siamo liberi cittadini, parleremo".


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