Politica

Caso Corrado Clini. L’antigiudice

Fenomenologia del ministro dell’Ambiente, che sfida i magistrati di Taranto sull’Ilva.

Il Ministro dell'Ambiente, Corrado Clini (Credits: Paolo Tre/A3/Contrasto)

Concreto e pragmatico, ma anche amante delle iperboli. Sentite questa sull’Ilva: «Il procuratore della Repubblica di Taranto ha detto che il diritto alla salute non è negoziabile, il che vuole dire che un magistrato può decidere che il limite di sicurezza della salute, stabilito per legge, non è sufficiente a tutelare il diritto costituzionale. È come dire che, sebbene l’emissione dei gas di scarico delle automobili sia diminuito del 95 per cento, resta sempre quel 5 per cento che può fare male. E allora? Si bloccano le auto dai concessionari, se ne vieta la vendita, perché sono “corpi di reato”? Questo hanno fatto i magistrati a Taranto con il sequestro del prodotto finito».

Corrado Clini, 66 anni, è il classico tecnico prestato alla politica. Del ministro non ha l’elegante cerchiobottismo. Preferisce fare, ma se c’è da dire dice quel che pensa senza troppi giri di parole. Non dovendo andare a caccia di voti, se lo può permettere. A Parma, dove ha studiato medicina, faceva parte del movimento studentesco e occupò il manicomio per accelerarne la chiusura in onore del maestro Franco Basaglia. Poi, a Padova, andò a prendere la specializzazione in medicina del lavoro: «Per sei mesi andavo a Trieste davanti a una cokeria (il reparto più inquinante del ciclo produttivo dell’acciaio, ndr) dell’Italsider alle 4.30 di mattina e prendevo le urine e le emissioni polmonari dei lavoratori per misurare l’assorbimento degli idrocarburi policiclici aromatici nell’organismo. Volevo capire che relazione ci fosse tra la salute dei lavoratori e i cicli ambientali. Perciò, molto prima che si occupassero dell’Ilva di Taranto, c’era un giovane medico del lavoro che si era occupato proprio di questo».

I detrattori del ministro dicono che sia presuntuoso, arrogante, che «se la tiri». Sicuramente ne sa molto, visto che è stato per 10 anni, con governi di diverso colore, direttore generale del ministero dell’Ambiente.

A Venezia si lega con il gruppetto di socialisti della Laguna come Gianni De Michelis (con cui ha condiviso anche discoteche e gioie materiali), Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, ma diventa amico anche «di quell’adorabile rompiscatole di Massimo Cacciari», con cui ha più di un conflitto fratricida. È qui che si occupa del risanamento del petrolchimico di Porto Marghera, un’altra fabbrica di veleni ben prima dell’Ilva. Poi frequenta Giorgio Ruffolo, che per primo lo fa entrare al ministero. E Greenpeace lo accusa: «Dovrebbero nominarlo direttore generale all’Industria, altro che all’Ambiente» dicono riferendosi a presunte agevolazioni alle aziende.

Clini denuncia 200 mila euro di stipendio all’anno e il possesso di una 500, ama oltre ogni limite la voce di Freddie Mercury e la vista sul Golfo di Trieste. Al ministero colleziona una serie impressionante di incarichi internazionali ed è lui a guidare la delegazione italiana alle conferenze sul clima di Durban e di Copenaghen. Wikileaks rivelò alcuni cablo dell’ambasciata Usa in cui Richard Spogli scriveva di lui: «Il nostro migliore amico al ministero dell’Ambiente». Oppure: «Un architetto chiave del ponte tra Usa ed Europa in materia di cambiamenti climatici». Domenica 2 dicembre è partito per Doha, Quatar, per la stessa ragione: «Mannaggia, mi perderò la finale di X factor, ma da qualcuno me la farò registrare».

Lo scontro con i magistrati di Taranto lo lascia tranquillo: «Non ho alcuna difficoltà a lavorare insieme per fare in modo che le sinergie tra le varie competenze portino al risultato migliore, però ognuno deve fare il suo mestiere: loro vigilino e facciano rispettare la legge, ma il legislatore siamo noi».

A Taranto sia l’Ilva sia la regione e la procura erano abituati a un ministero considerato entità lenta e astratta, alla classica macchina burocratica che, «facendo ammuina», non modificava mai nulla. La precedente Aia (autorizzazione integrata ambientale) aveva visto la luce dopo cinque anni lasciando all’Ilva margini per ricorsi puntualmente accolti dal tar. Clini, in cinque mesi, ne ha preparata una nuova di zecca molto dura. Non solo, ha costretto l’Ilva ad accettarla, a varare un piano di risanamento molto dispendioso e a rinunciare allo stesso tempo a qualsiasi ricorso in atto. «Bastava fare una cosa concreta. Ripeto: conosco il tema, mi sono letto tutte le perizie, conosco le normative europee. E soprattutto so che se vuoi fare non devi metterti ad accontentare tutte le parti in causa che ti chiedono un pezzetto. Se lo fai, come è accaduto in passato, non si cambierà nulla».

Sì, un po’ se la tira, ma come dargli torto? «Se passa il principio della discrezionalità del pm, si demolisce la certezza di riferimenti per qualsiasi attività, perché quando un’azienda vuole fare un progetto e si basa sulle normative europee, e poi arriva un magistrato che osserva che quelle normative non tutelano l’ambiente o la salute, possiamo scordarci di avere un quadro di riferimento per tutelare le attività».

Anche a Porto Marghera c’era un magistrato molto tosto, Felice Casson... «Sì, lui sanzionava le imprese che non rispettavano le leggi e le amministrazioni che non facevano il proprio dovere, però era molto attento a rispettare i ruoli. Ecco, ho l’impressione che a Taranto stiano ancora esercitando un ruolo di supplenza che adesso non è più giustificato. Dopo l’ultima Aia del 26 ottobre, e a fronte del piano di interventi dell’Ilva, questa supplenza non va più bene».

Clini ha sconfessato con un decreto, sfornato in due giorni dopo il sequestro del prodotto finito e la chiusura dello stabilimento, la decisione del gip: «Tutto il Parlamento, tranne un pezzetto dell’Italia dei valori, era con me. Mi hanno detto alla Camera e al Senato: fate presto». Ha raccolto il pieno consenso anche dalle parti sociali. Perfino Susanna Camusso (Cgil) e Maurizio Landini (Fiom) hanno preso bene il decreto, che cerca di coniugare il diritto alla salute con la difesa del posto di lavoro: «Landini è uomo di fabbrica. Quando esci dai salotti e vai fra la gente che lavora, capisci qual è la realtà. Camusso e Landini conoscono questa realtà. Forse altri signori, seduti sul trespolo, che scrivono articoli e raccontano le loro storie, non sanno che cosa vuole dire, in una situazione difficile, perdere l’identità del lavoro. E a Taranto questa identità è l’acciaio».

Se serve, Clini fa anche il cinico: «A noi interessa il risanamento e il diritto al lavoro. L’Ilva ha accettato l’Aia e ha presentato un piano di interventi che va attuato. Se poi non è in grado di rispettare tempi e investimenti, abbiamo clausole di garanzia blindate. Se venderanno, vuole dire che arriverà qualcun altro, ma le condizioni sono chiare e non negoziabili. E in tre anni tutto sarà risanato». In tre anni. Dove sarà Clini nel frattempo? «Se un nuovo premier mi chiamerà, studierò il programma. Se si può lavorare in maniera concreta, come piace a me, ci sto. Sennò torno a fare il direttore generale al ministero». Con il centrosinistra o il centrodestra? «Non ho allergie particolari. Il discrimine non è destra o sinistra, ma fare gli interessi comuni o i cavoli propri».

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