Politica

Bologna: il referendum della discordia a sinistra

Sulla consultazione che mira a tagliare i fondi per le scuole private si sta giocando una partita decisiva tra le due sinistre: il nostro reportage dal capoluogo emiliano

Non crediate che sia soltanto un referendum a favore o contro la scuola privata. E non crediate che sia una contesa per sottrarre un milione di euro alle scuole materne paritarie. Vogliono fare di Bologna una Ramallah, la città santa della sinistra più massimalista e integralista, la fortezza degli ex di tutto: ex sessantottini, ex rivoluzionari, ex marxisti, ex girotondini e tentare di succedere alla sinistra di governo, la città dove il partito con Giuseppe Dozza e Renato Zangheri ha sperimentato quanto sia faticoso e difficile amministrare, dove la convivenza tra laici e cattolici è stato il cuore buono della storia d’Italia.

«Bologna ci riguarda» avverte Gino Strada, ma per Carlo Freccero è addirittura «il nostro muro di Berlino». Non poteva svolgersi che qui il banco di prova della sinistra sanculotta, arrabbiata e colta guidata da Strada, Dario Fo e Stefano Rodotà, presidenti della Repubblica a furore di striscioni e appelli che il 26 maggio sogna di sostituirsi al Pd mettendo in discussione un sistema integrato pubblico-privato che dal 1994 garantisce le migliori scuole del paese, un modello scopiazzato da qualsiasi amministrazione e che porta il sigillo di una legge regionale allora voluta dal presidente Pierluigi Bersani.

Solo Bologna riesce a spendere 108 milioni su 560, un quarto del proprio bilancio, per l’istruzione e avere una lista d’attesa di “soli” 108 bambini nei propri nidi, lista di attesa che sarebbe poi il pretesto della consultazione. È infatti chiaro che l’oggetto della contesa che ha portato al referendum promosso dal “comitato articolo 33” non è in realtà il milione e 88 mila euro su 38 milioni complessivi che l’amministrazione di Virginio Merola ha finora destinato a 27 scuole convenzionate. Si consuma nel tempio dove per Giorgio Bocca «il socialismo è il capitalismo gestito dai bolognesi» il tentativo di secessione a sinistra del Pd, facendo della bellissima Bologna la cittadella dell’ideologia e del rancore da cui far partire gli attacchi al quartier generale del partito. Una comune che vede schierata quella rubrica di intellettuali che s’ingrossa di giorno in giorno e che fa tremare l’assessore all’Istruzione, Marilena Pillati: «Con tutto il rispetto non capisco cosa ne sappia il pur bravissimo attore Riccardo Scamarcio delle materne di Bologna».

Insieme all’attore ci sono Andrea Camilleri, Corrado Augias, la filosofa Nadia Urbinati, Margherita Hack, l’immancabile Paolo Flores D’Arcais, Giulietto Chiesa, Sabina Guzzanti, Angelo Guglielmi, Salvatore Settis, Nichi Vendola, forse anche lo stesso Sergio Cofferati che oggi non vuole esprimersi sul referendum e che rimprovera il Pd di non scendere in piazza con la Fiom, ma che da ex sindaco di Bologna ha finanziato le scuole private, e poi ancora Fausto Bertinotti, Maurizio Landini, il collettivo di scrittori Wu Ming. «Un’invasione dei marziani» la definisce il democratico Matteo Lepore, la gran parte dei quali ha mandato i propri figli a studiare all’estero in scuole private e con rette salatissime, tutti sotto l’egida di Strada, Fo e Rodotà, il vero santone del diritto che si è messo alla testa dei referendari e che raggiunto al telefono si scusa ma «adesso non ha tempo per occuparsi di Bologna perché a Lisbona», come il Totò cieco di Ennio Flaiano che nella Roma della Dolce Vita veniva invitato a qualsiasi festa si tenesse come fosse un feticcio. Si tratta di un’armata rossa che si è calata su Bologna brandendo la cultura come munizione, un’accolita di canuti livorosi e infiammati che fa un torto alla Bologna libertaria delle radio libere, del ’77, quel ginnasio di giovinezza e anarchia che da sempre è stata la riserva aurea della sinistra. Ed ha sicuramente ragione Bruno Simili che in città guida quel forno di idee che è la rivista “Il Mulino”: «Questi appelli il più delle volte si riducono a vuoti plebisciti. Rimane il problema del finanziamento fra le scuole, come rimane il problema che a sinistra ha assunto la parola compromesso sempre più inteso come inciucio».

Non poteva tirarsi indietro neppure la chiesa che sentitasi attaccata non ha esitato a fare ascoltare la sua voce tramite il cardinale Angelo Bagnasco felicemente mescolatosi con il Pd e alcuni sindacalisti, Peppone insieme a Don Camillo contro la sinistra-sinistra. Parlano infatti di offensiva alla scuola pubblica i referendari con Katia Zanotti, ex parlamentare Ds e donna che ha amministrato, simbolo e riferimento autorevole del comitato che rifiuta l’idea del referendum come laboratorio: «Togliere quei fondi sarebbe un segnale d’inversione di rotta in un momento in cui scarseggiano le risorse. Non è il milione in quanto tale, è piuttosto una scelta etica che va fatta. Purtroppo c’è un arretramento del Pd su questo fronte».

Un dissidio che i referendari bolognesi avevano già sottoposto di fronte alla Consulta perdendolo, ma che oggi sono sicuri di vincere nonostante lamentino la parzialità del sindaco, la sua scelta di spalmare in un solo giorno la consultazione e di allestire solo 200 seggi. Offensiva? «Hanno un’idea vecchia, conservatrice e statalista di cosa sia il servizio pubblico. Arbitro? Certo che non lo sono. La verità è che si servono di Bologna per fare il loro laboratorio» risponde Merola che del referendum ne ha fatto un suo cruccio al punto da spedire tredicimila lettere alle famiglie bolognesi per spiegare le sue ragioni. «Accorparlo alle politiche sarebbe costato ancora di più. Per il resto mi sono attenuto al regolamento stilato dal consiglio comunale. Più che il miele della sinistra è soltanto l’acido di chi non è stato eletto in parlamento». Rodotà? «Avrei voluto parlare con il professore e spiegargli come funziona il sistema. L’ho chiamato tre volte. Per tre volte mi ha risposto che aveva altro da fare. Io non ho cercato vip da contrapporre ad altri vip. Non è raro il caso di chi firma contro le scuole private e poi manda i propri figli alle private».

Nonostante non li abbia cercati qualcuno si è iscritto, come Massimo Cacciari -  «è una sciocchezza quel referendum» ha sentenziato -  o come l’economista Stefano Zamagni o come il sindaco di Firenze Matteo Renzi che viene atteso a Bologna come un’epifania per la vigilia. «Non capisco la doppiezza di questo mondo. Quella di Nichi Vendola che qui si dichiara contro il sistema integrato salvo sovvenzionare le private in Puglia, come del resto fanno anche a Parma i grillini con Federico Pizzarotti che neppure a dirlo a Bologna si oppongono. Perché dovrei dividere i bambini in categorie e discriminarli? Anche quelle famiglie pagano le tasse. Nelle statali un bambino costa 6912 euro nelle private la spesa che sosteniamo è di 657. Servirebbero dieci milioni per farsi carico di quei bambini nelle scuole pubbliche. In ogni caso al di là del risultato io andrò avanti con questo sistema».

Parole che irritano i referendari che s’appellano all’imprescindibile volontà generale della piazza: «Se ignorasse il risultato, la sua indifferenza segnerebbe ulteriore scollamento con la città e anche con la sinistra, parliamo di scuole confessionali in gran parte, inoltre il numero degli iscritti non è mai aumentato in dieci anni e tra questi pochi sono quelli con handicap o figli di extracomunitari», dice la capogruppo di Sel in consiglio Caty La Torre. Ventisette scuole private tra cui quella - anonima e pasticciata - di Lucia Fanfoni, minuta, discreta direttrice dell'istituto Minelli rilevato nel 2005 da un ordine di suore dopo aver lasciato il suo lavoro nel pubblico, dove per altro precisa si era trovata benissimo. «Vede qui c’è l’orto, il castello, il teatro dei burattini…» e mentre fiera indica ogni nuovo spazio ricavato dalle mura gli sciamano attorno 75 bambini, 10 maestre tutte laiche «perché non è vero che la scuola privata è fatta soltanto da preti e suore come non è vero che sia una scuola solo per ricchi. Sono tante le famiglie con un reddito basso che tuttavia vogliono iscrivere i propri figli qui».

2800 euro annui costa la retta, ma in alcuni casi ci sono gare di solidarietà fra le stesse famiglie, spiega con fierezza la direttrice. «Perché ci scelgono? Sanno di poterci trovare sempre, sposano un progetto. Qui nessuno è contro la scuola pubblica, anzi. Ad inizio anno invitiamo le scuole pubbliche a tenere una mostra di presentazione. Ogni scuola si espone poi saranno i genitori a scegliere». Inevitabile che una vittoria dei referendari possa mettere in difficoltà la sinistra di governo e che, da questo, possa nascere un soggetto che si misuri sul piano della competizione elettorale. Ma la bellissima Bologna non merita di diventare il campo di battaglia di dispute ideologiche oggi sulla scuola, domani sul concordato o sull’articolo 18 e l’imperialismo. Bologna è chiamata a scegliere fra la sinistra dei buoni amministratori e i Giulietti Chiesa che non a caso si sono dati appuntamento con la Fiom il 2 giugno, sperando di entrare in una Bologna liberata. Il loro colore non è il vecchio rosso del Pci, ma il nero-bile, il colore dell’alleanza con Beppe Grillo, una sorta di organizzazione palestinese di liberazione di quello che rimane di un mondo, una Hamas con la kefiah di Rodotà, Bologna come la Ramallah di sinistra…
 

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