Politica

Pagherete caro, pagherete tutto (ma intanto dateci la diaria)

Gaffe, retromarce, contraddizioni, ma anche immobilismo politico: i primi 100 giorni dei grillini

Beppe Grillo chiude la campagna elettorale a Roma (Ansa/Massimo Percossi)

Altro che maltempo. Treviso, Ancona, Imperia, Vicenza: le piazze semivuote di Beppe Grillo cominciano a essere un po’ troppe per considerarle una conseguenza meteorologica. Tanto più che si tratta dell’ennesimo sintomo di stanchezza mostrato nelle ultime settimane dal Movimento 5 stelle. Il tasso di litigiosità interna è in crescita, le espulsioni pure; i candidati al Quirinale di ieri, da Milena Gabanelli a Stefano Rodotà, hanno cominciato a prendere distanza; la raccolta di fondi va a rilento e tutti i sondaggi puntano verso il basso: dal 25 per cento conquistato nelle urne il 24 febbraio (giunto a sfiorare il 30 nei giorni immediatamente successivi) al 20-22 di oggi. Non per niente viene fuori proprio adesso il disegno di legge che impedirebbe ai grillini di presentarsi alle elezioni: i vecchi maggiorenti del Pd sentono l’odore della bestia ferita e cercano di liberarsi alla loro maniera del concorrente che gli ha lanciato una sfida mortale.

Che cosa è cambiato dai «giorni gloriosi» in cui i cinquestelle si candidavano a buttar giù la Seconda Repubblica con una spallata? A condurli dall’ebbrezza di allora allo stallo di oggi sono stati tre mesi terribili: un percorso di guerra iniziato con le modeste doti personali mostrate da deputati e senatori scelti con le «parlamentarie», le primarie del M5s, e terminato per ora con le reazioni scomposte di Grillo all’accordo fra Pd e Pdl che le sue stesse scelte hanno contribuito a provocare. Nel mezzo, una lunga serie di piccoli e grandi incidenti che hanno consumato la luna di miele fra il movimento e i suoi elettori, lasciando intravedere la possibilità di una caduta ancora più rapida. «Il prossimo mese» dice a Panorama il sociologo della comunicazione Mario Morcellini «sarà decisivo: se il governo supera le divisioni e porta a casa due o tre risultati sul fronte dell’economia, Grillo può dire addio alla sua fortuna».

Il boomerang degli scontrini.A proposito di economia, la questione dei soldi si è rivelata subito la più insidiosa per Grillo e per i suoi: gli incassi pubblicitari del blog, gli interessi di Gianroberto Casaleggio, il controllo dei fondi destinati ai gruppi parlamentari. E, ovviamente, la retribuzione dei parlamentari stessi. È facile dichiarare, come il senatore Maurizio Buccarella, di avere sottoscritto un «impegno etico» che obbliga «a rendicontare pubblicamente l’uso dei rimborsi spese e benefit» e «accettare la cifra massima di 5 mila euro lordi mensili».

La realtà è ben diversa: rendicontare è un tormento e su scontrini, stipendi e diarie ormai siamo allo psicodramma. Mentre l’Italia assiste stupefatta. Da un lato c’è il codice, molto rigido Dall’altro Grillo, gli elettori e gli attivisti, tutti pronti a stare col fiato sul collo agli eletti, finoal punto da espellere il deputato siciliano Antonio Venturino, dandogli del «pezzo di merda» perché avrebbe fatto «la cresta sulla diaria». Nel mezzo, 162 parlamentari di cui molti, fino al giorno dell’elezione, non avevano neanche uno stipendio fisso. Il capogruppo al Senato, Vito Crimi, guadagnava circa 20 mila euro l’anno: quello che il Senato, grosso modo, gli versa adesso ogni mese.

Tre deputati, Fabiana Dadone, Giulia Di Vita, Paolo Parentela, hanno dichiarato al sito www.riparteilfuturo.it un reddito pari a zero. Non deve essere facile ricalibrarsi. «Soprattutto quando ti passano per le mani, oltre all’indennità parlamentare, 9 mila euro di rimborsi al mese. Netti ed esentasse» precisa il senatore Marino Mastrangeli. Perfido: «Voglio vedere chi ci rinuncia. Voglio vedere i bonifici». A tutt’oggi nessuno avrebbe da mostrargli niente. «Camera e Senato» spiega l’avvocato Luigi Piccarozzi, che ha difeso Mastrangeli nel procedimento di espulsione «non hanno attivato alcun conto bancario su cui gli eletti del movimento possano versare i soldi cui rinunciano, quindi non c’è proprio alcuna restituzione».

Una precisazione che fa suonare ancora più grottesco l’annuncio dato il 13 aprile scorso da Roberta Lombardi, quando informò via Facebook la nazione del furto del portafogli contenente le fatidiche ricevute. Il popolo grillino l’ha praticamente presa a pernacchie. «Sono stata distratta» s’è scusata lei «rinuncerò ai rimborsi». Certo non immaginava che, neanche un mese dopo, sarebbe andata in scena la rivolta dei parlamentari intenzionati a tenersi la differenza fra la diaria e le spese documentate. «Ma prendete quei soldi e governate! » ha infierito Matteo Renzi. «È ridicolo che chi ha votato M5s pensando che potesse cambiare le cose si trovi adesso 150 parlamentari intenti a discutere di scontrini e diarie

Un’armata Brancaleone.Che il livello di preparazione di deputati e senatori targati M5s non fosse particolarmente elevato lo sapevano tutti. Neppure quello degli altri partiti lo è. Ma qui a fare gaffe sono gli stessi capigruppo: Roberta Lombardi che rivaluta il fascismo e ignora che, secondo la Costituzione, servono almeno 50 anni per fare il presidente della Repubblica; Crimi che manca di rispetto a Giorgio Napolitano, assicurando alla stampa che Grillo durante le consultazioni lo ha «tenuto sveglio» (salvo poi addormentarsi lui stesso, clamorosamente, nell’aula del Senato durante un dibattito).Anche l’attività svolta finora dai gruppi parlamentari non si segnala per incisività. Gli interventi in assemblea, a Montecitorio e al Senato, vengono letti dai parlamentari con tono soporifero, e con frequenti impappinamenti, direttamente dall’iPad.

Gli atti di sindacato ispettivo, cioè le interrogazioni e le interpellanze, non arrivano a 150, meno di uno a testa.E dal punto di vista legislativo? In due mesi solo otto proposte di legge alla Camera e 12 al Senato: matrimonio per le persone dello stesso sesso, abolizione dell’Ordine dei giornalisti, abolizione dei contributi elettorali e delle agevolazioni a partiti e movimenti politici… E i temi caldi della campagna elettorale, dalla riduzione dei parlamentari all’abolizione dei vitalizi, dalla cancellazione delle authority all’incremento delle energie rinnovabili? Nessuna traccia. «L’elettorato ha la sensazione che gli M5s siano un po’ un’armata Brancaleone» sintetizza con Panorama Alessandro Amadori, direttore dell’istituto di sondaggi Coesis. «O, se si preferisce, una forza politica cresciuta troppo in fretta, e che non riesce a passare dal momento dei proclami a quello delle proposte vere e proprie».

I voti in freezer.Di certo l’umiliazione inflitta il 27 marzo da Roberta Lombardi e Vito Crimi a Pier Luigi Bersani resterà fra i simboli della politica di questi mesi. È il picco della fase vincente dei cinquestelle, che forse proprio allora hanno cominciato a declinare. I toni sprezzanti dei due capigruppo grillini («Sembra di stare a Ballarò» sentenziò in quell’occasione Lombardi) hanno contribuito alla caduta del segretario del Pd e all’avvio di una fase assai meno favorevole per il movimento. Il 24 aprile si vede che la musica è completamente cambiata: il nuovo presidente del Consiglio incaricato Enrico Letta passa al contrattacco in diretta streaming, invitando Lombardi e Crimi a «scongelare» i loro voti e accettare il dialogo con le altre forze politiche. I due, colti alla sprovvista, non fanno proprio una gran figura. «Il vero nodo politico, in ogni caso, è la scelta strategica di Grillo e di Gianroberto Casaleggio di rifiutare accordi con gli altri partiti» osserva ancora Amadori. «Dai nostri focus group emerge che la critica più frequente dell’elettorato è la loro incapacità di incidere nella realtà della politica. Chi li ha votati si aspettava che cambiassero l’Italia e ora comincia a rimproverargli di avere favorito il ritorno al governo dei vecchi partiti»

Epurare per credere.Quelli che sono partiti insieme a Grillo e sono stati sbattuti fuori lungo la strada (sono parecchi, ormai) sanno bene che il Movimento 5 stelle, come le forze rivoluzionarie del Novecento, tende a divorare i suoi figli. Ma ora lo sanno anche tutti gli altri italiani, che da settimane assistono a una serie di espulsioni accompagnate da un livore che all’esterno appare abbastanza inspiegabile. La cacciata dei bolognesi Giovanni Favia e Federica Salsi aveva già segnato un trauma prima delle elezioni. Ora ce ne sono altre due: il senatore Marino Mastrangeli, espulso con l’accusa di aver partecipato ai talk show di Barbara D’Urso, e il vicepresidente della Regione Siciliana Antonio Venturino, colpevole di «avere fatto la cresta» sui rimborsi. «Uno vale uno» continua a proclamare Grillo. Ma, in pratica, chi non si allinea subisce un bombardamento online. Violentissimo. A farne le spese non sono solo i dissidenti interni, ma anche gli esterni, come i giornalisti critici o i blogger non allineati, come il musicista Tony Troja, autore del video satirico Ma Beppe Grillo come fa?, che continua a ricevere insulti online. Addirittura paradossale poi la parabola di Milena Gabanelli, ex candidata dei cinquestelle al Quirinale e ora aggredita furiosamente per la puntata di Report sulla gestione del blog di Beppe .

Che i toni esasperati e l’approccio urlato siano per Grillo una caratteristica comunicativa, nonché la chiave del successo, è risaputo. Ma cominciano a stancare l’elettorato. La violenza verbale, sua e dei suoi seguaci,spesso travalica il confine del gradevole e del pittoresco: «Il giorno in cui, dopo l’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del Senato, Beppe ci ha invitato ad autodenunciarci e ad assumerci le conseguenze delle nostre scelte» confessa Mastrangeli «ho avuto paura. Avevo in calendario un incontro con gli elettori. Ho chiesto una scorta alla questura». L’autoritarismo potrebbe giocare a Grillo un brutto scherzo proprio là dove oggi è più forte: la capacità di organizzare il consenso su internet. «Una delle regole fondamentali della rete» aggiunge Morcellini «è che il dialogo avvenga in entrambe le direzioni. Lui invece tende a usarla come se fosse la tv: uno parla e gli altri ascoltano. Per la campagna elettorale va bene. Ma ora deve cambiare stile». E se non ci riesce? «Deve stare attento perché la rete è una brutta bestia». 

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