Politica

Un anno di Governo Renzi tra renziani, renzisti e renzini

Il premier ha cambiato il linguaggio della politica ma certo non il Paese. Eppure una marcia di conservatori è riuscita a farlo sembrare l'uomo nuovo

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Il premier Matteo Renzi - Roma, 3 febbraio 2015 – Credits: ANSA /Riccardo Antimiani

In un anno non ha cambiato (ancora) l’Italia, ma ha arricchito il lessico e il vocabolario. "Jobs act", "sblocca Italia", "rottamatore" sono oggi non più prodotti di Matteo Renzi, ma termini d’uso, espressioni della lingua che il premier maneggia con la disinvoltura del dominatore non solo politico ma linguistico. E così lo Zingarelli, il dizionario che registra le fughe in avanti dell’italiano e che censisce lo stato di salute delle parole, documenta addirittura tre declinazioni dell’homo renzianus che può essere "renziano", "renzista", "renzino".

 

Un anno di governo Renzi ha insomma cancellato le lacrime dei professori di Mario Monti e fattoci dimenticare la nazione declassata dalle agenzie di rating, la febbre dello spread, i sorrisetti dell’asse franco – tedesco, quell’alone da baratro imminente che aveva appannato l’Italia già salutata come "prossima Grecia d’Europa". E sembra essere finita la glaciazione del politico che parlava complicato, i doppi petti come divisa di ordinanza oggi sostituiti dalla camicia bianca, dal pantalone a tubo stretto, stretto.

Anche la donna renziana in politica ha dismesso il blu istituzione di Anna Finocchiaro, il tailleur castigato, e ha preferito il blu elettrico del ministro Maria Elena Boschi che giura da ministro precisando che si "veste da Zara" e che vuole "essere giudicata non dalle forme ma dalle riforme" come se queste non necessitassero di quella competenza che in un anno Renzi ha demonizzato perché sa di "professionisti della tartina", troppo pensiero e poca azione.

Un anno di Renzi ha modificato l’estetica del potere politico che non è più pop ma smart, anzi on-line quindi politica da selfie che non decrittano più i politologi a Porta a Porta, ma bensì gli sfaccendati del Twitter del programma Gazebo, eccezionale esegesi del renzismo fatta da Diego Bianchi ovvero Zoro.

Nessuno infatti ci aveva inondato di foto, icone, come ha fatto Renzi che ha diffuso selfie su social network più degli euro (80) di bonus che ha messo in busta paga a "10 milioni di italiani". Non c’è stato giorno del primo anno renziano passato senza un selfie tra Matteo e gli italiani, e anche in Europa, lasciando un attonito Martin Schulz, presidente del parlamento europeo, ad attenderlo perché Matteo era intanto tutto uno smack, un click, un hashtag.

E chissà quanti ancora invece ricordano quella foto di risentimento manifesto tra il detronizzato Enrico Letta, che cedeva la campanella da premier, e Matteo Renzi che si insediava con spavalderia e velocità a palazzo Chigi frantumando anni di etichetta e annunciando ai follower il suo arrivo e la sua lista di ministri («arrivo, arrivo») mentre ancora era a lezione da Giorgio Napolitano che lo istruiva e gli bocciava alcuni nomi di ministri.

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Enrico Letta, nel gelo assoluto, scambia la campanella con Matteo Renzi Roma 22 febbraio 2014 – Credits: ANSA /Alessandro Di Meo

In un anno di governo abbiamo conosciuto i gusti cinematografici di un leader che si sente "un po’ come Al Pacino in Ogni maledetta domenica" e che vorrebbe dire agli opinionisti critici con il suo governo, nel frattempo antropomorfizzati in gufi, quello che Michael Keaton nel bel film Birdman dice alla critica del New York Times: "sono tutte etichette, è squallida pigrizia. Lei non è capace di vedere se non riesce a etichettare". Renzi ha annunciato un turbine di riforme e quando si aveva la sensazione che fossero già troppe ne ha aggiunta una sempre più "fondamentale", sicuramente "rivoluzionaria".

Da un anno il paese è per Renzi "una rivoluzione" che quasi sempre è speculare alla confusione ma che mai è condizione necessaria al mutamento. Ha firmato un patto con Silvio Berlusconi, quello del Nazareno, lasciando pensare che l’Italia fosse possibile pacificarla e sottrarre alla cavalleria rusticana tra berlusconiani e anti berlusconiani, salvo romperlo, nel momento in cui poteva davvero essere un onesto connubio, con un atto di soperchieria nei confronti della minoranza estromessa dalla decisione (felice e vincente) di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica.

E a riprova che chi si affretta in realtà non corre, basterebbe citare quel semestre europeo che Renzi già pregustava come la proiezione del suo carisma oltrefrontiera ma che si è concluso con la subalternità diplomatica internazionale e oggi con il pasticcio libico: intervenire o attendere? Renzi ha sacrificato perfino Federica Mogherini come Agamennone con Ifigenia, facendola nominare lady Pesc, responsabile della politica estera comunitaria, pur sapendo che l’Europa non ha una politica estera comune e che quel ruolo è ricoperto con l’autorevolezza della stabilità politica da Angela Merkel.

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E allora vale tornare alla lingua. Svaniti i “responsabili” che salvarono il governo Berlusconi, ma non riuscirono a salvare se stessi, i fuoriusciti che stanno garantendo il governo Renzi sono i nuovi “stabilizzatori”. Vedete? Il lessico si assottiglia come una sfoglia e con Renzi l’inglese che ha avuto il sopravvento è in realtà l’ultima polverosità linguistica che ci fa girare la testa ma non ci fa capire nulla.

Di sicuro, in un anno la fortuna gli ha sorriso: l’anarcosindacalismo degli orchestrali di Roma con l’indennità frak, i vigili con l’indennità per lavorare per strada, la Rai che non voleva cedere ai suoi privilegi, e poi giudici, professori, tassisti … Insomma, una marcia di conservatori è riuscita a far sembrare Renzi l’uomo nuovo, il primo liberale italiano, il castigatore degli indolenti del pubblico servizio, il liberatore dal mezzemaniche scortese che ci offende negli uffici pubblici. Ma forse, ora che si avvicina la primavera, di un anno non rimane che quel carretto dei gelati che in estate Renzi offrì ai giornalisti per rispondere al settimanale inglese “The Economist” che lo ritraeva in copertina con un cono in mano dietro a Hollande e la Merkel, un vaudeville che ci inchioda ancora una volta alla maledizione italiana del primo ministro che vuole essere simpatico a tutti i costi, lo statista di gusto che il più delle volte finisce per sciogliersi. Appunto come un cono gelato.

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