Politica

Hammamet, l'ultima intervista a Craxi (1^ parte)

Le conversazioni informali di Bettino Craxi con la nostra Paola Sacchi, a tredici anni dalla sua scomparsa, raccolte ad Hammamet tra il 1997 ed il 1999 - 2^ parte -

Un' immagine dell' ex primo ministro italiano Bettino Craxi ad Hammamet nel 1999. Longari/ansa

Doveva essere un libro-intervista sulla mancata unità a sinistra, sul perché oggi l’Italia è l’unico paese europeo dove non c’è un vero partito socialista.

Non ci fu il tempo per farla. Bettino Craxi nelle estati tra il 1997 e 1999, quando lo incontrai ad Hammamet , forse pensava che ce ne sarebbe stato  ancora  per un viaggio nella memoria del duello tra Pci e Psi. L’ultima volta che lo sentii nell’ottobre del 1999, pochi giorni prima del suo ricovero all’Hopital Militaire, aveva una voce rauca e stanca. «Una bronchitella», disse, sbrigativo. Quanto a quell’ultima intervista: «Ora mi ci metto giù, con la biro, come Pietro Nenni». Craxi le interviste autorizzate le dettava. Allora, ero un inviato di politica dell’Unità, attualmente sono giornalista politico parlamentare di Panorama.  Senza che potessi registrare né prendere appunti ecco però le riflessioni e i ricordi che, a più riprese, in maniera incompiuta e volante mi regalò sulla terrazza dell’Hotel Sheraton con sullo sfondo le note di “Mambo number five” di Lou Bega, la canzone che impazzava in quelle estati lì,quando non era  di moda andare ad Hammamet. Dove Bettino commentò la scomparsa di lady Diana (31 agosto ’97), che aveva conosciuto nelle visite uffciali da presidente del Consiglio, con un affettuoso: «Povera figlia», aggiungendo: «Ma si è capita la dinamica dell'incidente?». Quanto ai comunisti, ecco come li ricordava.  Enrico Berlinguer? «Io credo alla fine che all’origine di quei suoi attacchi nei miei confronti ci fosse la rottura consumata con il padre socialista». Massimo D’Alema? «Io e lui siamo accomunati solo dall’essere figli del partito della partitocrazia». Walter Veltroni? «Lui è un’altra cosa: fa parte del  partito di Scalfari-Caracciolo-De Benedetti». E i miglioristi, quelli ritenuti più vicino a lui? «Ma se anche Gerardo Chiaromonte  mi diceva: tu Bettino non capisci il valore della rivoluzione mondiale dall'Urss a Cuba...».





Era la sera del 4 settembre del 1999, l’ultima sera che lo incontrai. Mi congedò dicendomi: «Un giorno sarà Occhetto a spiegarmi quello che combinò Claudio Martelli contro di me». Per un paio d’ore Craxi intorno a un tavolo al quale si erano uniti alcuni militanti e ex parlamentari socialisti, turisti non per caso ad Hammamet, espose ragioni e origini del suo anticomunismo.

Presidente Craxi, dove prese la sua prima tessera?
«Alla sezione del Psi di Lambrate a Milano, dove c’era ancora un ritratto di Stalin, pensa tu… Ma fu durante un viaggio a Praga nel ’54, che incominciai ad avere i primi dubbi sul comunismo. Un’immagine mi si impresse per sempre negli occhi. Quellla di un giovane che mi fermò ad un angolo della strada e mi disse: qui non c’è libertà, c’è uno stato di polizia. Io che pure da giovanissimo mi ero letto tutto Marx, Engels, Lenin e credevo ancora nella rivoluzione, tornai in Italia con tanti dubbi in testa».

E cosa fece?
«Divenuto un dirigente del movimento giovanile socialista, ebbi un dissenso con Pietro Nenni (il leader autonomista del Psi dalla cui parte il giovane Craxi era schierato ndr) proprio sull’atteggiamento dei socialisti verso i paesi dell’Est.  Accadde dopo l’invasione sovietica in Ungheria nel ’56. Io mi spinsi  fino a chiedere l’uscita del movimento giovanile socialista dalla federazione internazionale dei giovani comunisti. Li tenni  una notte intera su una paginetta che conteneva una riga dove c’era scritto che non ne dovevamo più far parte. Li presi per stanchezza e la spuntai, ma sull’Avanti quella riga non fu riportata. Chiesi il perché a Nenni e lui mi rispose: manda una lettera all’Avanti. Io gliela mandai. Pensai: anche se non la pubblicano almeno la mia richieta resta agli atti. In quegli anni ero rimasto colpito da uno scritto del laburista inglese Col, secondo il quale nessun uomo può essere uguale all’altro, al massimo può essere quasi uguale. Mi azzardai a dirlo in una riunione di partito e apriti cielo, tutti si scagliarono contro di me».

Lei fu accusato dal Pci di aver cambiato patrimonio genetico al Psi, tradendo Francesco De Martino, il segretario che la precedette alla guida del partito e che aveva lanciato la formula degli  «equilibri più avanzati», vale a dire: il Psi non andrà più al governo senza l’unità con il Pci. Come risponde a queste accuse?
«Alle elezioni del ’76 il Psi toccò il suo minimo storico prendendo solo il 9,6%.
Ma poco dopo, in un sondaggio che commissionai appena diventato segretario, il partito era già crollato al 6%. Io presi in mano un partito che rischiava di morire e gli ridetti ossigeno e vita».

Lei fu alla guida dei quarantenni che congiurarono contro De Martino la mattina del 12 luglio ’76 a Roma all’hotel Midas, dove fu eletto segretario del Psi a 42 anni?
«Quella mattina io non sapevo che sarei diventato il nuovo segretario del Psi. In  realtà la mia candidatura  nacque dal fatto che Giacomo Mancini decise di sbarrare la strada a quella di Giolitti, che puntava alla  segreteria. Mancini si mise di traverso e sono uscito fuori io…Ma non è vero che ero contro De Martino, che aveva già deciso per conto suo di dimettersi dopo la sconfitta elettorale. Un episodio inedito lo dimostra…».

Quale?
«Ricordo che quando uscimmo dalle consultazioni  dal capo dello Stato Giovanni Leone al Quirinale, De Martino mi disse: parla tu. Ma come tu non  parli?, gli chiesi, sbalordito. Fu lì che capii che si voleva dimettere».

Si sentì con il vento in poppa?
«Erano tutti quarantenni i dirigenti alla guida del partito (Enrico Manca, Claudio Signorile, Gianni De Michelis ndr). Un vantaggio, ma  anche uno svantaggio. Mi dissi: questi durano, il rischio è che si vada avanti per cooptazione senza poter rinnovare la classe dirigente. Il pericolo è creare una nomenclatura bloccata, sclerotizzata».

Questo quanto ha influito nella vicenda giudiziaria che ha travolto il Psi, una vicenda in cui  lei viene perfino accusato di arricchimenti personali?
«Basta con questa storia! Io possedevo la casa in affitto di Via Foppa a Milano e ora ho solo la casa di Hammamet . Lo vedi la vita sobria che io e la mia famiglia facciamo qui…».

Ma lei pensa che la deflagrazione del suo partito sia solo frutto di accanimento giudiziario, che pure c’è stato, o anche di problemi legati alla struttura della classe dirigente?
«Nel Psi c’era una struttura diversa dal Pci il quale aveva fondi esteri, provenienti dall’Urss fino agli anni ’80, e strutture pesanti, meno leggere di quelle del Psi. Dove c’erano capicorrente, gente che agiva anche per conto personale, che utilizzava i fondi  per le proprie campagne elettorali». Pausa, sospiro: «E chi li controllava quelli? Avrei dovuto mettere la Guardia di Finanza dentro il Psi..Figuriamoci!».



Io,  Enrico e la rottura su Moro

Niente di più sbagliato pensare di trovare un Craxi animoso e furente contro il Pci e il suo segretario Enrico Berlinguer. Da politico a tutto tondo, molto più pacato e riflessivo di quanto la vulgata giustizialista lo descriveva in quegli anni l’ex premier socialista lucidamente ragionava sulla distanza anche psicologica che c’era tra lui e il suo avversario a sinistra. Quello che conobbi nelle ultime estati di Hammamet era un Craxi che ancora si interrogava sul perché il segretario comunista lo combattè con tanta  durezza. Certo anche lui con «Enrico» non andò per il sottile: al congresso del Psi di Verona nel 1984, poco prima che Berlinguer morisse, il segretario comunista fu accolto da una salva di fischi. Craxi avallò: «Se sapessi fischiare, fischierei anche io». Ma da qui a dare del «bandito», come fece Antonio Tatò, il portavoce di Berlinguer, all’avversario Craxi ce ne correva.  Per l'ex leader e premier socialista da parte di Berlinguer c’era  un’avversione nei suoi confronti che andava oltre il normale scontro politico. E che poteva persino avere una qualche origine psicoanalitica.

Si è dato una spiegazione degli attacchi che le mosse il segretario del Pci Enrico Berlinguer?
«Più volte mi sono interrogato sulle ragioni di quella sua profonda avversione nei miei confronti. Enrico ed io ci conoscevamo fin da giovani. Quando ero segretario del movimento giovanile socialista lui venne a Milano per un incontro dei rispettivi movimenti giovanili. Mia moglie Anna con la quale mi ero appena sposato andò a prenderlo al treno. Lui poi ruppe, ma fino a un certo punto con l’Unione sovietica, anche se all’Urss creò non c’è dubbio problemi. Ancora me lo chiedo perché si incattivì così tanto contro di me. Ma mi sono ormai dato questa spiegazione: le ragioni credo che vadano cercate anche in questioni relative alla psicologia e alla storia personale di Berlinguer. Lui veniva da una famiglia nobile, socialista e massona, quando decise di diventare comunista consumò un atto di rottura profonda con i suoi. Evidentemente il suo rapporto con me, il suo antisocialismo risentiva della rottura consumata con il padre. Io mi sono alla fine convinto che sia così».

Qual è l’accusa che la ferì di più?
«Fu quando Enrico arrivò a dire che i socialisti tranne Sandro Pertini, non avevano fatto molto per la Resistenza. Mi colpì, mi ferì, ci restai male, perché noi abbiamo avuto esiliati, martiri…».

Ma la vera rottura tra lei e  il segretario del Pci avvenne sul caso Moro.  Cosa successe in quei giorni?
«Io ero a favore della trattativa per liberare Aldo Moro. Il Psi prese contatti con  Lanfranco Pace (l’obiettivo era liberare lo statista dc in cambio della scarcerazione della brigatista Paola Besuschio che non si era macchiata di reati di sangue ndr). Ho ancora vivissimo il ricordo di un iincontro con Berlinguer in una sera di quei terribili 55 giorni  nel cortile di Palazzo Chigi. Io uscivo, lui invece entrava per andare a incontrare Andreotti. Lo vidi da lontano e decisi subito di affrontarlo. Lui si appoggiò a una colonna per ascoltarmi. Gli dissi: «Guarda Enrico, voi prendete pure la vostra posizione, d’accordo, io non dico niente, ma a me lasciami fare… Lui mi rispose secco che  lo Stato andava difeso, che era in gioco la sua sicurezza… come se io fossi ignaro di quei concetti. La cosa mi offese.  E pensare che in quei 55 giorni si svolse solo una riunione collegiale dei segretari di partito, si andò avanti per incontri separati».

Con chi nel Pci ebbe i migliori rapporti?
«Paradossalmente gli amici miei nel Pci erano quei vecchi stalinisti di Giancarlo Pajetta e Armando Cossutta. Con Pajetta negli ultimi anni soprattutto stabilii un bel rapporto. Ricordo un incontro che ebbi con lui a casa di Gianni Cervetti (l’ex  leader dei miglioristi milanesi ndr). Non a caso ho una bella collezioni  di  dipinti di Mafai (il pittore padre della compagna di Pajetta Miriam Mafai ndr).

Ma non erano i miglioristi, l’ala destra del Pci, quella da sempre considerata filosocialista, i suoi migliori amici a sinistra?
«Con Gerardo Chiaromonte avevo un ottimo rapporto. E però anche lui alla fine delle nostre conversazioni mi rimproverava con un : "Sì, sì Bettino, ma tu non capisci il senso della rivoluzione mondiale, quella dall’Urss a Cuba" . E se questo lo diceva anche un riformista come lui ti cadevano le braccia. Con Emanuele Macaluso parlai una sola volta in un gruppetto di deputati nel Transatlantico di Montecitorio. In realtà Macaluso ha sempre avuto un filo diretto con Rino Formica, loro due sono una specie di ditta».

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