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Politica

Metti un Grillo al Quirinale

Il comico-politico sale al Quirinale per l’incarico da premier. Cronaca semiseria del giorno più serio nella storia d’Italia. Un articolo di Panorama del novembre 2012

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Il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo (Credits: Matteo Corner-LaPresse)

Quirinale, 26 aprile 2013, interno giorno. Nello «studio alla Vetrata», luogo simbolo del potere presidenziale, Giorgio Napolitano è in meditazione. Il capo dello Stato sa bene che i suoi ultimi 40 giorni al Colle saranno i più complessi. E oggi iniziano le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Rivolge lo sguardo alla nave del Borgognone. Pensa: «È un quadro metaforico, rappresenta fedelmente il rischio che corre l’Italia, quello di schiantarsi».
Poi ha un lieve sussulto: squilla improvviso il megatelefono con quattro file di tasti; è proprio la linea rossa, venne imposta da Francesco Cossiga, porta a linee criptate impossibili da intercettare. Parla il responsabile del cerimoniale. Dice: «Sta salendo, signor presidente, è arrivato in bicicletta ed è vestito come si sospettava: da astronauta. Giacca e cravatta sono di latta».
Napolitano accomoda lentamente la cornetta. Non considera i microfoni nascosti, li fece sistemare Giovanni Gronchi nel 1958 perché «verba volant», ma le bobine restano. Opportunamente, nessuno ne ha mai svelato i segreti. Molti, adesso, pagherebbero oro per registrare l’incontro con Beppe Grillo.
È questa la prima conseguenza della tempesta perfetta deflagrata 15 giorni prima. Il 7 e 8 aprile 2013 le elezioni politiche hanno confermato il risultato delle regionali siciliane del 28 ottobre 2012. L’astensione, drammatica, ha toccato il 53 per cento. Sul restante 47 di votanti la sinistra è arrivata al 31 per cento, ottenendo il premio di maggioranza alla Camera. I moderati sono andati oltre il 40, ma frantumati in diverse fazioni hanno perduto la loro occasione. La (non) sorpresa è proprio il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, primo partito d’Italia, che ha sfiorato il 19 per cento, eletto 118 deputati e una cinquantina di senatori. A Palazzo Madama una maggioranza omogenea non c’è. Tre giorni fa, tra l’altro, il primo ingresso in Parlamento dei grillini è stato rumoroso: si sono portati il panino da casa e hanno piazzato davanti ai ristoranti di Camera e Senato un cesto per le offerte. Pretendevano che i colleghi versassero la differenza tra quanto pagato di tasca propria (20 euro) e il costo reale del pranzo (38). La chiamavano «Operazione magna-magna».

È un fatto che solo inizialmente ha divertito i giornalisti. Dopo quasi un anno e mezzo di noiosissimo governo Monti, arido di stravaganze, la stampa politica attendeva goliardica l’arrivo degli alieni. Si sono subito dovuti ricredere. La prima proposta di riforma del regolamento parlamentare annunciata dagli eletti (altrimenti detti «cittadini del M5s») ha riguardato proprio i giornalisti. Il movimento vuole la stampa fuori dal Palazzo, «ma non per censura» spiegano. «I giornalisti selezionano le notizie a seconda dei voleri dei loro editori. Noi vogliamo appunto superare la selezione, sostituirla con le webcam. La gente potrebbe così seguire in streaming tutto quanto avviene, senza alcun filtro».
In attesa di capire se le webcam verrebbero installate anche nei bagni, il M5s chiede l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti, l’abrogazione del finanziamento pubblico alla stampa e la soppressione dei giornali di carta, «per ragioni ambientali: è noto, l’informazione su internet non ha bisogno di alberi».
I cronisti hanno pure scoperto che i grillini sono spesso migliori di Grillo, il quale ha tuttavia scelto di «stare dentro standone fuori», cioè di cambiare la politica tenendosi lontano da Palazzi che considera «naturalmente corrompenti». Negli ultimi giorni di campagna elettorale ha citato la parabola di Tonino Di Pietro, poi finito fuori dal Parlamento: «È una brava persona, ma persino lui ha usato i soldi del partito in maniera disinvolta».
Perciò Beppe ha confermato di volere fare da semplice «garante» degli eletti. Ci sono ingegneri informatici, medici, disoccupati, operai. Tutti vergini di politica, però competenti nel loro campo. Insomma sono meno ridicolizzabili di quanto si pensasse, nonostante siano dei perfetti sconosciuti, tipo (la lista sarebbe ancora più lunga) Davide Bono, Roberto Fico, David Borrelli, Vito Crimi, Domenico Savino, Maurizio Ottomano, Massimo Bugani, Marco Gavagnin, Alberto Filippi, Vittorio Bertola.

Selezionati tra i candidati alle precedenti amministrative, votati online dagli iscritti al movimento, sono poi stati ammessi al ruolo da Beppe. Gli esclusi sostenevano di esserlo per volontà di Gianroberto «Ricciocapriccio» Casaleggio, il guru del guru Grillo, raccontato come una sorta di genio del male. Spinti (anche) dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, per settimane giornali, tv e web non hanno parlato che di Ricciocapriccio: dei suoi presunti rapporti con poteri forti, logge massoniche e lobby mondiali.
Addirittura, gli scartati dalle candidature (che da due anni redigevano preventivamente il «dossier Casaleggio») hanno avanzato l’ipotesi che Gianroberto sia il referente italiano dell’Haarp (High frequency active auroral research program), un’installazione statunitense che studia le frequenze radio; i complottisti di professione la considerano invece uno strumento per controllare magneticamente la mente delle persone. Ma tant’è, dopo il successo elettorale del 5 stelle e il flop dei fuoriusciti (la loro lista ha ottenuto lo 0,12 per cento dei voti) i pettegolezzi sono finiti archiviati in 10 minuti. Per dare spazio alle proposte di legge grilline.
Il M5s ne ha subito annunciate 100. La numero uno è l’abolizione dei titoli di onorevole e senatore per sostituirli con quello di «cittadino delle istituzioni». La numero due, l’allineamento di stipendi e pensioni dei parlamentari alla media nazionale. La numero tre, il limite dei due mandati per Camera e Senato. La quattro, la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti. La cinque, il dimezzamento del numero di parlamentari. La sei, la incandidabilità dei condannati. La sette, la rottamazione delle auto blu in favore delle biciclette verdi. E via (anti)politicando.
Fin qui, almeno parzialmente, è d’accordo pure Napolitano. Che anzi maledice i leader di partito. E rimugina: «Non hanno riformato la politica e questo è il risultato». Ovvero: l’astronauta Grillo, seduto dinanzi a lui, su un divano Luigi XVI, che la fa provocatoriamente da padrone. E chiede conto delle «sue» tre leggi di iniziativa popolare (350 mila firme ognuna) mai analizzate in Parlamento: «Vogliamo l’obbligatorietà della loro discussione».

Da una valigia, di latta ovviamente, poi Beppe tira fuori il suo non-programma. «Noi restiamo all’opposizione di tutti, anche di lei, presidente: voteremo solo questi provvedimenti qui». Il leader 5 stelle vuole rendere pubbliche, online, le leggi, «almeno 3 mesi prima della loro approvazione, per ricevere i commenti dei cittadini». Per Napolitano (e non solo) l’effetto sarebbe letale. Qualsiasi provvedimento urgente sarebbe impossibile da approvare. Manovre di bilancio comprese.
Più in generale, il M5s chiede di finanziare: banda larga, Adsl, piste ciclabili, sanità, «universale e gratuita», «graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi loro gratuità, con l’accessibilità via web», raccolta di rifiuti solo differenziata. «Tutto molto bello, ma i conti dello Stato risulterebbero compromessi» tenta di argomentare Napolitano.
«I soldi è facile trovarli, basta tagliare gli sprechi» replica Grillo.

«Ma se nemmeno Monti c’è riuscito…» controbatte il presidente. «Mario Monti è il diavolo e lei non è l’acqua santa» urla Beppe. Napolitano sbotta: «Ma così lei incoraggia gli speculatori finanziari mondiali, perdinci!». «Perdinci? Ma perbacco, perdiana e per dindirindina! Addio!» chiude Grillo, e se ne va.
Il giorno dopo, 27 aprile 2013, Napolitano affida a Mario Monti il compito di guidare nuovamente il Paese, questa volta con un esecutivo politico di grande coalizione. È un sabato; la domenica il governo ottiene la fiducia delle Camere, il lunedì riaprono le borse mondiali. Lo spread resiste. Già sei mesi dopo quasi nessuno riconoscerà più le leadership dei vari Bersani, Alfano e Casini. Il Paese sarà diviso tra montiani e grillini. E la Terza repubblica sarà nel pieno della sua storia.
(avvertenza: le indiscrezioni su Grillo, dalla tuta da astronauta al «dossier Casaleggio», sono il risultato di un lavoro giornalistico approfondito. La trama, insomma, non è tutta di fantasia. È solo proiettata nel futuro. Ecco, speriamo bene...).

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