Politica

Oscar Giannino: il mio complesso di laurea

Dopo i titolo accademici millantati e la débâcle elettorale, Oscar Giannino accetta di farsi psicoanalizzare per Fermare il (suo) declino

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Oscar Giannino, il leader di Fare per fermare il declino (Credits: ANSA/GUIDO MONTANI)

Fare per fermare il declino: 0,9 per cento al Senato, 1,1 alla Camera dei deputati. Ormai è andata. Male.

Oscar Giannino, prego, si allunghi sul divano e stenda bene le gambe, ecco, così, possiamo cominciare.
Il vero problema non è coricarsi, è alzarsi.

Altro che salvare l’Italia dal declino, si tratta di salvare Giannino. E non è detto che l’operazione non si riveli più complicata.
Il problema non è salvare me stesso.

Abbiamo visto due film diversi?
No, sempre quello.

E dunque?
Stabilito che è totalmente compromessa la mia credibilità pubblica, vorrei sapere cos’ho fatto della mia vita.

Sembra che ne abbia sfregiato una parte.
Al di là dello spaventoso gioco che penzola sulla mia testa, i titoli accademici non mi hanno mai interessato e non sono mai stato attratto dalla vita accademica.

Non sembrerebbe questo il problema.
Invece lo è.

In che senso?
Sono diventato uno che non vale niente, che ha sempre millantato. La verità è che sono stati gli altri a riconoscermi capacità e competenze. Sono piombato in un incubo dove d’improvviso devo riabilitare quello che ho fatto, detto e scritto.

Scusi, Giannino, lei non deve riabilitare quello che ha fatto o scritto, ma se stesso per gli abiti fasulli con cui ha avuto la leggerezza di rivestirsi. Si chiamano bugie.
Me ne rendo conto benissimo. Però la domanda è un’altra: posso o non posso, una volta sottolineate le mie bugie su lauree e master, continuare a esercitare la professione che faccio da una vita?

Sarà ovviamente più difficile.
Se quello che scrivo non varrà mai più e non interesserà più, il problema è risolto: sono un uomo morto.

Morto?
Cosa dovrei fare a 52 anni, dopo 32 di lavoro nello stesso ambito?

Si può cambiare vita. Trovi il modo di mettere a frutto l’errore.
Questo è il bello: non ho fatto quell’errore per metterlo a frutto. È difficile spiegare. Per provarci bisognerebbe andare a ciò che ha scritto Stefano Folli, quando ha detto che ci vorrebbe uno psicologo.

Ci avviciniamo alla questione.
Si riferiva alla vicenda dello Zecchino d’oro. Con quella cosa ci ho scherzato una vita, ma ho cantato davvero Belinda innamorata alle selezioni.

Il Mago Zurlì nega.
Sembra una questione cruciale. Zurlì neghi quello che vuole.

Torniamo allo psicologo.
Folli mi vuole bene. Mise quell’inciso dopo aver detto che le idee di Giannino vanno comunque salvate perché restano giuste.

L’inciso era rivelatore.
Non riesco a concepire di avere bisogno di uno psicologo. Ho sempre combinato i miei pasticci giocandoci sopra. Mai speculandoci.

Mentre, buon peso, si esponeva anche in politica. Forse ce ne vogliono due, di psicologi.
Non pensavo di candidarmi. Credevo che lo avrebbero fatto i miei compagni d’avventura. Quando mi sono reso conto che la candidatura diventava obbligatoria, li avvisai: guardate che mi gioco tutto. Sapevo di quelle piccole bugie. E ai miei occhi era evidente che sarebbero diventate un enorme macigno. Cosa avrei dovuto fare? Dire la verità nel giorno della candidatura?

Lei che pensa?
Può darsi. Non me la sono sentita. Non l’ho fatto.

Lo psicologo non si appassionerebbe tanto a quel suo tentennamento, piuttosto al motivo da cui il problema era nato, trascinandosi per anni.
Capisco.

Insomma, Giannino, così dada e tanto spregiudicato, così indifferente all’idea di dare scandalo, non poteva vivere senza indossare l’abito sobrio del plurilaureato con master relativo.
Ho una tendenza insopprimibile a recitare in pubblico la parte del Julien Sorel.

Del cacciatore di dote che cambia vestito a seconda delle opportunità sociali, delle idee che conviene sposare lì per lì.
Solo che io non sono in quel modo, sono il contrario del cacciatore di dote. Non cambio idea per convenienza. I miei titoli accademici mi sono stati appiccicati da altri, convegno dopo convegno, articolo dopo articolo. Ho lasciato fare e me ne sono compiaciuto, questo sì. Anche nel racconto pubblico. Ma senza mai usarli.

Usati o no, lei non è convincente. Vogliamo azzardare un complesso d’inferiorità nei confronti del mondo che frequentava?
Gli anni in cui me ne andai di casa furono difficilissimi. Avevo 18 anni. Lavoravo nel Partito repubblicano, un ambiente di teste eccellenti. E avvertivo in maniera drammatica l’impossibilità che anche la mia testa venisse misurata. Studiavo la notte senza andare all’università. Avevo il bisogno di essere riconosciuto e non possedevo titoli accademici.

Ricorda il giorno in cui decise di iniziare la recita?
È avvenuto nel tempo, nei convegni che si susseguivano, nell’istante topico e ripetitivo in cui bisognava presentare alla platea quel tal Giannino. Un po’ immaginavano gli organizzatori, un altro po’ caricavo io. Poi mi ci sono adagiato sopra. L’errore è stato dirmi: adesso ce l’ho fatta. Senza quel titolo ero sicuro che sarei stato ascoltato in maniera distratta.

Si chiama complesso d’inferiorità?
Ero vittima di un complesso d’inferiorità intellettuale. Loro erano titolati. Non ne condividevo magari le idee, ma era fuori discussione che gli altri avessero titolo per esprimerle e io nessuno. Aggiungo una precisazione…

Prego.
È ancora così.

Cioè?
Nel mondo dei giornalisti economici, nel milieu che io frequentavo, tutti sono titolati o accademici, chi non lo è viene ascoltato con qualche sufficienza.

Conseguenze formali e sostanziali di quella stessa laurea il cui valore legale si vorrebbe abolire?
Esattamente.

Approfitti del guaio che le è capitato, cambi subito lavoro.
Il mio mi piace e non so fare altro.

Non è vero. Scriva la storia della sua vita, lauree e tutto, Zurlì e zecchini, per una pièce teatrale magari, chiami Renzo Arbore, la butti in vacca. Abbandoni quei numerini e quella noia mortale del fiscal compact, l’Irap, l’Irpef.
Sono affezionato all’idea che le cose messe in cantiere con Fermare il declino possano andare avanti, superando l’enorme danno portato da me.

Niente Giannino, niente leader, niente Fermare il declino.
Le persone che ne fanno parte sono bravissime, resisterà e crescerà.

Chiamo un altro psicologo?
Non è una setta che dipende da un guru.

Rimarrà a Radio 24?
Ho un contratto che scade a maggio, vedremo. E vedremo, alzando le asticelle, o arretrandole, se qualcuno vorrà avvalersi di quel che so fare. O se tutto verrà cancellato da quelle maledette lauree inesistenti.

Le sono venute meno solidarietà umane importanti?
Diciamo in questo modo: sono catafratto. Ma sa, chi ha vissuto tra il ’93 e il ’94 in un partito della Prima repubblica ne è uscito notevolmente ispessito. Non mi aspettavo niente di diverso per me.

Mi rivela il nome del suo sarto?
Vuole rovinare anche lui?

Veste più sobriamente, o sbaglio?
Sbaglia.

Quasi quasi oggi sembra Mario Monti.
Vado a cambiarmi.

Eccentrico comunque?
Si tranquillizzi.

So che il senatore Bruno Visentini, prestigiosa figura del suo Pri da giovane, le ripeteva spesso: hai sbagliato ad anteporre la politica agli studi. Adesso gli dà ragione?
Forse l’aveva, ma non rimpiango niente.

Il professor Luigi Zingales l’aveva avvisata che avrebbe denunciato la sua bugia?
No.

Lui dice di sì.
Non mi ha avvisato e non mi ha parlato.

Se è vero, una piccola vendetta lei se l’è già presa: il professore dovrà restare a Chicago?
Zingales è un uomo di grande valore.

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