Dalle favelas argentine al trono papale di Pietro, in Vaticano. Un salto storico e sorprendente che con apparente naturalezza ha compiuto Jorge Mario Bergoglio, nato, da genitori italiani emigrati in Argentina dal Piemonte, il 17 dicembre 1936 a Flores, nei pressi di Buenos Aires.

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4 ANNI DI PONTIFICATO
Un salto per tanti aspetti spericolato che il successore di Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) effettua quattro anni fa – quando già aveva superato i 76 anni – ma che in seguito ha vissuto sempre in prima linea sull'onda di una crescente popolarità internazionale che ha ridato alla Chiesa cattolica credibilità e prestigio messe a dura prova dagli scandali della pedofilia tra il clero e da una banca vaticana, lo Ior (Istituto per le Opere di Religione) per anni finita sotto inchiesta dalle autorità italiane per operazioni finanziarie poco ortodosse. Anni di gioie e di dolori, che Bergoglio affronta giorno dopo giorno sempre col sorriso e costantemente sorretto dalla totale fiducia nell'opera dello Spirito Santo.

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È, sostanzialmente, il sintetico identikit del giovane pontificato di papa Francesco, eletto romano pontefice la sera del 13 marzo 2013 intorno alle ore 20, dopo un breve Conclave convocato in fretta e furia in seguito alla improvvisa e traumatica rinunzia al governo della Chiesa di Ratzinger. Un evento che a sorpresa cambia la storia ed il volto della vita della Chiesa.

LE ORIGINI DI PAPA FRANCESCO
Primo Papa latino-americano arrivato “dalla fine del mondo” come lui stesso si autodefinì nel primo messaggio fuori ordinanza Urbi et Orbi dalla Loggia della Benedizione della basilica di S.Pietro, dove aveva esordito con un semplice e spontaneo “fratelli e sorelle buona sera!, pregate per me” chinando il capo chiedendo di essere benedetto.

Parole e gesti nuovi, per un papa appena eletto, che colpirono subito i cuori e gli animi delle migliaia di pellegrini radunati in piazza S.Pietro e i milioni e milioni di telespettatori collegati in mondovisione. Ma soprattutto, primo Papa gesuita e primo Papa a scegliere di chiamarsi, con una buona dose di coraggio, Francesco, prendendo a modello proprio quel Francesco di Assisi, il Santo dei poveri e della difesa del Creato per antonomasia, amato da tutti, credenti e non credenti, diversamente credenti, atei e, persino, laicisti, facendo subito capire di che “pasta” sarebbe stato il suo papato.

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I GESTI COMPIUTI
Ed infatti tanti sono stati i gesti – grandissimi e piccolissimi, ma sempre significativi – compiuti da Jorge Mario Bergoglio da quella sera del 13 marzo di quattro anni fa. A partire dal giorno dopo, il 14 marzo quando come un cittadino qualsiasi si presentò, vestito naturalmente di bianco, a pagare il conto alla Casa del Clero dove era stato ospitato durante le Congregazioni generali preparatorie al Conclave del dopo-Ratzinger.

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Saldato il debito tra lo stupore e lo sconcerto del cassiere della Casa del Clero, eccolo come un fedele “qualsiasi” recarsi nella basilica di S.Maria Maggiore a pregare la Madonna davanti all'icona della Vergine Salus Populi Romani tanto cara ai cittadini della Capitale. Una “visita” - come un figlio che va a salutare la propria mamma – che il Papa in seguito farà ogni volta che rientrerà da un viaggio apostolico.

IL PAPA "POVERO"
Non meno sorprendenti le parole e le scelte operate subito dopo la elezione papale. Prima di tutto, rinunzia al mega appartamento, al terzo piano dello storico Palazzo Apostolico, per sistemarsi in una più modesta residenza di circa 80 metri quadri nella Casa di S.Marta, dove abita insieme a cardinali non residenti in Vaticano ed ospiti come in una sorta di convento e dove ogni mattina celebra la Messa e pronuncia una seguitissima omelia considerata, ormai, suo personale filo diretto non solo con quanti seguono il rito nella cappella, ma con tutto il mondo attraverso le onde della Radio Vaticana.

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Spiazzanti, ancora, le parole pronunciate al primo incontro pubblico nell'Aula Paolo VI in Vaticano davanti ad una platea di giornalisti arrivati da tutto il mondo, ai quali confessa, tra l'altro, che uno dei suoi più grandi desideri è vedere “una Chiesa povera, vicina ai poveri e ai sofferenti, come un ospedale da campo, pronta ad aiutare tutti, senza guardare a nazionalità, religioni, orientamenti politici...”. Detto, fatto.

Nei giorni successivi, chiede ai sacerdoti ed ai preti di uscire dalle chiese e di stare in mezzo alla gente come i pastori stanno vicini alle loro pecore, conoscendone anche “il profumo”. E lui stesso come primo viaggio, sceglie, significativamente, di recarsi a Lampedusa per pregare per le vittime della ennesima tragedia del mare. (continua dopo le due fotogallery)

 
 

AL SERVIZIO DEI POVERI
Dalle grandi tragedie umanitarie, ai dolori dei poveri che gravitano intorno alla basilica di S.Pietro: per loro attiva subito la Elemosineria Apostolica facendo organizzare centri di accoglienza, ambulatori, barberie, docce, mettendo persino a disposizione dei clochard le automobili del Vaticano per ripararli dal freddo della notte: “Voglio che le casse della Elemosineria siano sempre vuote perchè le offerte devono essere subito destinate ai nostri poveri”, è la sua spiegazione.  “Io guardo avanti – è solito ripetere – e vado dove lo Spirito Santo mi spinge. Non vedo problemi”.

È, sostanzialmente, il tratto caratteriale e la stessa granitica fede che lo ha sempre accompagnato fin da quando in Argentina, da giovane sacerdote gesuita, amava stare in mezzo ai poveri delle favelas, conoscendone le sofferenze, le privazioni, attese e speranze.

Un giovane gesuita costretto a rinunziare per motivi di salute ad andare missionario in Cina, ma che si getta anima e corpo in mezzo alla gente più sofferente del suo paese, parlando con tutti, al di là di fedi e di religioni. Tra i suoi amici più intimi ci sono ebrei, musulmani e persino atei e comunisti militanti.

È una sua amica laica non credente che lo consiglia di entrare in seminario quando, pur essendo fidanzato, “sente” la chiamata vocazionale. Da vescovo non cambia. Il primo giorno che entra in Curia compie un gesto rivoluzionario nel suo genere: invita subito il sacerdote segretario a lasciare l'ufficio per andare tra i poveri; “non ho bisogno di segretari, sono i poveri invece che hanno bisogno di preti e volontari”, puntualizza.

Analoga scelta negli spostamenti: rinunzia alla macchina in dotazione alla Curia, preferendo usare i mezzi pubblici impugnando sempre l'immancabile borsa nera, la stessa che ha usato da cardinale e che ora porta con sé da Papa quando è in viaggio.

COERENZA E CORAGGIO
Da Pontefice si può dire che papa Francesco è rimasto sempre coerente a se stesso, a quel Mario Jorge Bergoglio che si è forgiato, come uomo e come sacerdote, tra i poveri delle favelas di Buenos Aires. E non a caso, ha voluto che la sua Chiesa aprisse le porte per far entrare chi ha bisogno di conforto, ma anche per far uscire sacerdoti, suore, volontari e chierici per andare nei luoghi del bisogno e delle sofferenze.

Una Chiesa “ospedale da campo” - sua felicissima espressione – pronta a curare le ferite di malati, sofferenti e poveri, a partire dai migranti che scappano da guerre, persecuzioni, oppressioni, da qui la sua voce sempre alta e coerente contro qualsiasi politica di respingimento fatta di muri e di segregazioni.

Una Chiesa aperta anche a divorziati risposati, a conviventi e a coppie di fatto, con buona pace dei difensori ad oltranza della tradizione cattolica che ha nella famiglia formata tra un uomo ed una donna sposati col sacramento del matrimonio l'irrinunciabile “requisito” per accedere ai sacramenti. Aperture che, come noto, gli hanno attirato le pubbliche critiche di tradizionalisti e persino di alcuni cardinali.  

Papa Francesco però non si lascia intimidire e con la stessa determinazione che aveva da giovane sacerdote gesuita argentino va avanti con le sue riforme, senza mai dimenticare poveri, migranti ed emigranti. Senza curarsi delle critiche, perchè sente che lo Spirito Santo lo aiuta. Sempre. Come ha già sperimentato in Argentina e come sta facendo da successore di Pietro.

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