Esteri

Il conservatore Tony Abbott è il nuovo Premier australiano

Il Primo Ministro uscente, il laburista Kevin Rudd, si dimette "per lasciare spazio ai giovani"

Tony Abbott sul palco con la moglie e le tre figlie (Credits: SAEED KHAN/AFP/Getty Images)

Sono stati 14,6 milioni gli australiani che, ieri, hanno scelto di sostenere i conservatori di Tony Abbott perché esasperati dai continui cambiamenti che hanno caratterizzato negli ultimi tempi lo schieramento laburista guidato da Kevin Rudd. Il partito liberale ha ottenuto 88 seggi in un Parlamento a 150 posti, lasciandone a Rudd e compagni appena 57.

C’è chi sostiene che questa sia stata un'elezione persa dall'esecutivo più che vinta dall'opposizione, per colpa delle profonde divisioni che negli ultimi sei anni di governo si sono consolidate all'interno dello schieramento fino a ieri guidato da Rudd (che, vale la pena ricordarlo, è tornato alla guida del Partito e del Paese poco più di un paio di settimane fa, dopo aver costretto l'allora Premier Julia Gillard alle dimissioni). Ed è anche per questo che non stupisce leggere delle dimissioni del premier uscente da leader del suo partito, ufficialmente per "lasciare spazio a quei giovani che saranno capaci di rinnovare il partito", a qualcuno in cui l’elettorato laburista di oggi possa di nuovo riconoscersi.

Ancora, c'è chi dice che l'introduzione di un'antipopolarissima carbon tax, che, aumentando il costo delle utenze domestiche, ha avuto un forte impatto sulle famiglie già in difficoltà per colpa di un costo della vita troppo alto, abbia inciso non poco sul risultato finale.

Senza contare il problema della Cina, oggi additata come l'unica vera responsabile di quella crisi economica che, con qualche anno di ritardo, è arrivata anche in Australia. Rudd resta infatti "l'ex diplomatico che parla cinese", l'uomo "di Pechino" che non è riuscito a prevedere che il rallentamento della Repubblica popolare avrebbe avuto conseguenze negative anche per l'Australia. Questo perché sono stati proprio gli incentivi che Pechino ha distribuito negli anni più bui della crisi nel tentativo di rilanciare la crescita puntando sulle infrastrutture, lasciando quindi inalterato il tasso di importazione di materie prime dall'Australia, a creare una bolla che ormai è scoppiata. Creando inflazione, disoccupazione, debito pubblico, e un inevitabile malcontento sociale.

Per tutti questi motivi la maggioranza degli australiani ha scelto di votare Tony Abbott, un cattolico conservatore di 55 anni il cui soprannome, "mad monk", monaco pazzo, non lascia presagire nulla di buono. Pur avendo promesso in campagna elettorale di rilanciare il paese tagliando spese e tasse, in primis la carbon tax, come ha ricordato nel corso del discorso con cui ha ringraziato gli australiani per la fiducia che hanno riposto in lui, non è detto che, con le difficoltà economiche che l'Australia ha oggi, che si sommano a un immobilismo sul piano delle riforme che da diversi anni frenano lo sviluppo, Abbott potrà permettersi di mantenere la parola data. A meno che non riesca a trovare risorse alternative da investire.

Abbott è però un politico navigato, e per consolidare il legame con chi, non senza incertezze e pregiudizi, ha scommesso su di lui sa di doversi concentrare, in queste primissime settimane, su tre cose: mantenere alcune delle sue promesse (compresa quella di nominare l'esecutivo entro la prossima settimana); approvare alcuni provvedimenti che possano effettivamente dimostrare al paese che il governo sa come affrontarne i problemi economici, e dimostrare di avere idee chiare anche in politica estera, da sempre considerata il suo grande punto debole. Dimostrando di saper imporre gli interessi dell'Australia sia alla Cina sia agli Stati Uniti.

 

 

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