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Esteri

Giappone: i tycoon adottano i mariti per salvare le aziende famigliari

Grazie al metodo Mukoyoshi. Che permette di assegnare il proprio cognome anche ai parenti acquisiti

(Credits: LaPresse/AP)

Vi siete mai chiesti come mai i Presidenti delle più grandi compagnie giapponesi hanno sempre lo stesso cognome del tycoon che le ha fondate? Possibile che in una nazione in cui il tasso di natalità sta crollando a ritmi vertiginosi famiglie come quelle dei Suzuki, dei Toyota, dei Canon o dei re della salsa di soia, i Kikkoman, siano così fortunate da avere non solo sempre eredi maschi, ma anche talmente in gamba da essere in grado di gestire un'eredità così delicata e importante?

Non proprio. Anzi, quasi mai. Il merito infatti è solo del Mukoyoshi, un'abitudine che ha iniziato a consolidarsi nel paese del Sol Levante circa 1300 anni fa. Quando il dio del Monte Hakusan suggerì al monaco buddista Taicho Daishi, in sogno, le indicazioni per trovare una fonte di acqua calda nel villaggio di Awazu, in quella che è oggi la prefettura di Ishikawa. Dove il monaco indicò al suo discepolo Garyo Hoshi di aprire una piccola pensioncina familiare. Che quest'ultimo, non avendo figli, affidò a un ragazzino adottato che chiamò Zengoro. Che, a sua volta, usando lo stesso metodo ha portato avanti il nome e le attività degli Zengoro Hoshi per altre 46 generazioni.

Il Mukoyoshi è quindi un sistema di adozioni che permette alle famiglie di dare il proprio cognome anche ai mariti delle figlie femmine. E oggi, statistiche alla mano, in Giappone vengono adottati ogni anno circa ottantamila uomini in età da matrimonio. Quindi tra i venti e i trent'anni. Osamu Suzuki, ad esempio, è il quarto "marito adottivo consecutivo" dall'impero.

Il business delle adozioni in Estremo Oriente si è sviluppato al punto da spingere tanti a creare anche siti internet in cui "promuovere" mariti da adottare. Del resto, in un paese in cui fino a centocinquant'anni fa i cognomi esistevano solo in riferimento ad alcune famiglie di Samurai, cambiare cognome diventa un'opportunità, non un disonore.

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