Il discorso di Hillary Clinton di chiusura della convention di Philadelphia, fuori dall’appuntamento con la storia che l’ha incoronata come prima candidata donna alla presidenza degli Stati Uniti d’America, è stato poco progressista e molto retorico. Pur usando lo stesso registro immaginifico di Michelle Obama, al suo confronto l’orazione di Clinton non ha retto ed è stata perciò piuttosto deludente.

Come Donald Trump, nell’arringa finale sono rientrati la madre e il padre, e gli aneddoti sulla famiglia venuta dal basso che “non ha nomi incisi sui palazzi”. Come Donald Trump, Clinton ha fatto un passaggio troppo veloce sui diritti degli omosessuali (ci si aspettava di più da chi ha fatto di questo argomento una bandiera) e ha cercato di volgere in positivo le numerose virtù americane, proprio sul modello positivista di Barack Obama, da lei non a caso definito “the man of Hope”, l’uomo della speranza.

Una speranza che però otto anni non sono bastati a far realizzare del tutto. Ed è proprio in questo passaggio che suonano stonate alcune note sulle quali Hillary Clinton ha battuto di più: “Il lavoro non è mai andato meglio, abbiamo 15 milioni di nuovi posti di lavoro e l’assicurazione sanitaria per 20 milioni di americani in più e l’industria dell’auto non è mai andata meglio”. Dunque, “diventeremo più forti ma dobbiamo stare uniti” perché “da soli non si vince”. E poi ancora “Wall Street non ci distruggerà” e “il cielo è il nostro unico limite”.

Alti e bassi nel discorso di Hillary

Forse, il punto meno convincente dello speech della candidata democratica è stato però quello intorno alla strategia contro lo Stato Islamico: la Clinton afferma di avere una strategia per il Medio Oriente che consiste nel “bombardare dai cieli, dare supporto alle forze locali e aumentare il lavoro dell’intelligence”. Tutte cose peraltro già in essere da anni, che non sconfessano la linea di Barack Obama e che però non hanno ancora portato ai risultati sperati, anzi.

Mentre il punto più entusiasmante per la platea è stato il passaggio in cui Clinton ha promesso di liberare - insieme a Bernie Sanders - la classe media dalle tasse universitarie e dai debiti per lo studio. Quest’ultima affermazione, che avrebbe una portata incredibile, è tuttavia un progetto irrealizzabile che denota un’inaspettata e improvvisa deriva populista di Hillary Clinton, di cui francamente i democratici avrebbero volentieri fatto a meno.

Non entrando nel merito del programma oltremodo ambizioso, è comunque evidente che, dopo otto anni di presidenza Obama, simili affermazioni non sembrano credibili e la mettono anzi in una posizione di debolezza. Se la Clinton è dovuta infine ricorrere ai proclami “acchiappa popolo”, significa che non si sente affatto sicura di vincere e ha bisogno anche lei di attingere al populismo, ponendosi nello stesso campo da gioco tanto caro al suo avversario.

Ed è forse per questo motivo che nel suo discorso, Hillary ha voluto attaccare Donald Trump continuamente e lo ha citato ben 23 volte (Trump, invece, l’ha nominata solo 11 volte), demonizzandolo in tutte le salse e criticandolo per la sua narrazione americana “piena di paura”, al quale lei invece contrappone un sano ottimismo e la medesima solarità obamiana.

Clinton ha detto di avere come scopo quello di perseguire una società più giusta, ma ha usato un tono trasognato come se gli Stati Uniti uscissero da otto anni di dittatura, anziché di governo democratico. Inoltre, nel raccogliere il testimone di Obama, ha descritto un libro dei sogni a tratti persino irrispettoso, dove le difficoltà sembrano poter essere superate solo con l’orgoglio di una grande nazione cui tutto il mondo guarda con ammirazione.

Le critiche severe di Donald Trump

Trump, da buon imprenditore, ha snocciolato numeri e cifre che sono scese nella realtà economica del paese e che hanno dipinto sì un’America eccessivamente a tinte fosche, ma almeno sono apparse meno illusorie e hanno marcato le distanze dallo speech della sua competitor, che invece in questo appuntamento elettorale ha tentato di avvicinarsi troppo al suo stile.

Nel suo puntare sulle paure americane, il tycoon ha fatto un bagno di realtà nelle acque dell’America depressa, puntando proprio su quelli che sono a suo avviso errori economici da non ripetere e proponendo le sue ricette forse anche troppo semplici: dagli accordi NAFTA "il peggior accordo mai fatto nella storia” al TTP, dal raddoppio del debito nazionale americano durante la presidenza Obama “a più di 19 miliardi di dollari e in continua crescita” fino alla gestione dei dossier più delicati della politica estera. Poi è passato a quello che sa fare meglio, attaccare.

Il suo passaggio più convincente è stato proprio quando ha citato il periodo di Clinton Segretario di Stato, quando cioè Hillary era alla guida del ministero degli esteri: “Nel 2009, epoca pre-Hillary, l’ISIS non era nemmeno sulla mappa. La Libia era stabile. L'Egitto era pacifico. L’Iraq stava conoscendo per la prima volta una grande riduzione della violenza. L'Iran era stato soffocato dalle sanzioni. La Siria era in qualche modo sotto controllo. Dopo quattro anni di Hillary Clinton, che cosa abbiamo?” si è domandato Trump, con evidente compiacimento per aver messo il dito nella piaga.

Trump non ha fatto sconti neanche al presidente in carica: “La retorica irresponsabile del nostro Presidente, che ha utilizzato il pulpito della presidenza per dividerci in base alla razza e colore, ha reso l'America l'ambiente più pericoloso che francamente io abbia mai visto” ha detto serissimo. E ha citato Baltimora, Ferguson, Detroit e poi la Chicago di Obama per sottolineare il fallimento nelle politiche contro la criminalità.

Il discorso da "allenatore"

Non ci sono state vere derive populiste nel discorso di Trump alla convention di Cleveland, non più del suo solito almeno. Il tycoon newyorchese - lo ripeterà più e più volte - si è presentato né più né meno come il candidato “Law and order”, cioè l’uomo della legge e dell’ordine, lo sceriffo dai modi bruti ma sinceri che riporterà un po’ di disciplina nel suo paese. Ha detto cose come “Sono con voi, con gli americani” e “Sono la vostra voce”.

In fondo, non possedendo quell’ars oratoria tipica della scuola democratica né potendo vantare la mirabile ars retorica cui ci ha abituato Barack Obama - il suo stile ciceroniano è stato uno dei fattori determinanti per la sua vittoria e, in questo, Obama non è secondo a nessuno - il discorso di Donald Trump è risultato simile a quello di un allenatore negli spogliatoi durante l’intervallo di una partita. In questo modo pragmatico, però, ha segnato qualche punto in più rispetto a Hillary Clinton, con grave rammarico di quanti speravano e sperano ancora che gli scivoloni cui Trump ci ha abituato - l’ultimo sulla Russia e l’emailgate - di qui in avanti lo danneggino più di quanto non lo abbiano reso famoso e credibile agli occhi stanchi e disillusi del popolo americano.

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