Turchia, l’attacco a Suruc e gli obiettivi dell'Isis

Seminare il caos e riaccendere i focolai della guerra civile tra turchi e curdi. Ecco perché sono stati presi di mira i giovani socialisti

 

di Giuseppe Mancini per Lookout news

Il bilancio è pesante: oltre 30 morti e 100 feriti. L’impatto emotivo è stato terrificante: perché l’esplosione avvenuta lunedì 20 luglio nel centro culturale di Suruc, località turca – ma a maggioranza curda – al confine sud-orientale con la Siria, è avvenuta a favore di telecamere. Un’organizzazione di “giovani socialisti” (SGDF, Federazione delle associazioni della gioventù socialista), entità in realtà di estrazione marxista-leninista che ha la “rivoluzione” come obiettivo prioritario, era infatti impegnata in una conferenza stampa – in un tripudio di bandiere e stellette rosse – prima di partire in missione umanitaria a Kobane, pochi chilometri al di là del confine.

 Le modalità sembrano esser state chiarite: si è infatti trattato di un attacco suicida. L’attentatrice, poi, sembra sia una giovane militante dello Stato Islamico, infiltratasi dalla Siria nelle scorse settimane. Qualche dubbio però rimane su chi ha effettivamente organizzato – o almeno reso possibile – l’attentato: l’obiettivo, dichiaratamente politico, ha infatti implicazioni locali che vanno considerate con particolare attenzione.

 Innanzitutto, fonti governative turche hanno sostenuto che l’attentato è la risposta di ISIS al recente giro di vite contro militanti e reclutatori presenti sul proprio territorio. Il bersaglio però non è stato scelto in modo indiscriminato, non è stata colpita “la Turchia” ma un gruppo – di estrema sinistra, filo-curdo – politicamente caratterizzato.

 Più plausibile, invece, una ritorsione nei confronti di chi ha sostenuto le milizie curde contro lo Stato Islamico a Kobane. Ma allora, perché colpire al di là del confine?

 L’obiettivo potrebbe essere però diverso: seminare il caos in Turchia, riavviando – in un periodo caratterizzato da una forte instabilità politica (i negoziati per un governo di coalizione potrebbero fallire, provocando elezioni anticipate) – i focolai della guerra civile tra turchi e curdi. Il caos, come i fatti di Iraq e Siria dimostrano, è il terreno di coltura ideale per l’ISIS: così come, del resto, per tutti gli attori esterni desiderosi di condizionare le scelte politiche di Ankara.

Se il disegno – dell’ISIS o di altri – è questo, alcune reazioni politiche vanno proprio nella direzione sperata dagli attentatori. Perché mentre il primo ministro Ahmet Davutoglu ha invitato tutte le forze politiche all’unità nazionale contro il terrorismo, il leader del partito filo-curdo HDP (Partito Democratico del Popolo) Selahattin Demirtas ha assunto un linguaggio oltranzista denunciando il governo come co-responsabile della strage di Suruc (per negligenza e per aver tollerato le attività dell’ISIS) e invitando la “comunità curda” – come se separata dal resto della comunità nazionale – ad assumere autonomamente “misure di sicurezza” giocoforza armate. Proprio in una fase in cui il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) si è detto pronto a riprendere le ostilità contro la Turchia.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti