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L’offensiva attraverso cui il 15 giugno i soldati dell’YPG (Unità di protezione del popolo) hanno ripreso il controllo della città di Tal Abyad, dimostra che le milizie curde in questo momento sono l’unica forza militare capace di tenere testa in Siria allo Stato Islamico.

 

Tal Abyad, città situata al confine tra Turchia e Siria, era sotto il controllo di ISIS dal 2014. Per riprenderla i curdi dell’YPG hanno avuto il sostegno dei caccia della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e l’appoggio di diversi gruppi di ribelli siriani. Con la sua conquista, i curdi adesso si sono impossessati di circa 400 chilometri di territorio siriano confinante con la Siria. Entrando a Tel Abyad hanno ripreso il controllo anche della strada principale che collega a Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria, situata 100 chilometri più a sud.

 

Il controllo di questa strada è un duro colpo per i miliziani jihadisti, che così perdono la principale via di collegamento che nell’ultimo ha permesso loro di ricevere armi e rinforzi dalla Turchia e di poter contrabbandare all’estero il petrolio estratto dai giacimenti conquistati in Siria. Da Tal Abyad adesso gli scontri potrebbero spostarsi più a est, verso la città di Jarabulus, una delle ultime roccaforti di ISIS in quest’area.

 

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Nel descrivere la vittoria di Tal Abyad, il portavoce dell’YPG Redur Xelil ha affermato all’agenzia Reuters che di fronte all’avanzata dei curdi diversi miliziani di ISIS sono fuggiti verso la Turchia. La conquista di Tel Abyad non è arrivata per caso. Da mesi le forze curde portano avanti una campagna militare per recuperare terreno nelle strategiche montagne Abdulaziz. Qui l’YPG ha stretto alleanze con diverse tribù siriane, con fazioni Free Syrian Army e con milizie assire. Dopo aver difeso Kobane, a inizio maggio i curdi sono avanzati nella provincia di Hassakeh e adesso, sfruttando la copertura dall’alto dei caccia della coalizione, potrebbero iniziare a spingersi all’interno della provincia di Raqqa.

 

Dopo l’occupazione jihadista, gli orrori per Tal Abyad potrebbero però non essere finiti. Rappresentanti dei ribelli siriani hanno infatti accusato i miliziani dell’YPG di aver ucciso decine di arabi e turkmeni una volta entrati in città. Accuse pesanti che dimostrano quanto sia radicato l’odio settario e interconfessionale al confine tra Turchia e Siria.

 

Le preoccupazioni del governo turco

La situazione al confine con la Siria preoccupa il governo di Ankara. Nelle ultime 24 ore più di 5mila siriani si sono ammassati nei valichi di frontiera turchi. Inizialmente quello di Akçakale è stato chiuso dalle autorità turche per poi essere riaperto di fronte all’ennesima tragedia umanitaria. Il governo turco ha criticato la strategia dei raid aerei della coalizione, causa principale del riversamento di migliaia di profughi ai confini con la Turchia.

 

Syrian refugees from Tel Abyad line up at the border crossing as others wait behind the fences to cross into Turkey at the Akcakale border gate in Sanliurfa province, Turkey

 

La vera preoccupazione del presidente Erdogan – impegnato nel difficile compito di formare un nuovo governo dopo la mezza sconfitta patita dell’AKP (Partito di Giustizia e Sviluppo) alle elezioni del 7 giugno – sono però i curdi, galvanizzati dall’affermazione del Partito Democratico del Popolo (HDP) di Selahattin Demirtas. Le vittorie dell’YPG potrebbero dare forza alle rivendicazioni separatiste del PKK, destabilizzando la precaria situazione politica del Paese emersa dal dopo elezioni.

 

Ankara – spiega sul Corriere della Sera Guido Olimpio – non ha ancora digerito la vittoria dei curdi a Kobane e ora deve assistere ad un altro successo di quelli che considera alla stregua di ‘terroristi’. Non solo. L’YPG potrebbe consolidare il controllo sull’entità territoriale a lungo inseguita. Scenario che fa venire attacchi di bile al ‘sultano’ Erdogan e preoccupa i suoi generali, ossessionati dalla questione curda per ovvie implicazioni interne. I turchi potrebbero giocare sporco, con qualche manovra neppure troppo segreta in favore dell’ISIS”.

 

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