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Siria: il tormento di Barack Obama

Il dubbio: gli Stati Uniti hanno una strategia precisa circa il futuro politico della Siria? - I pro e contro della guerra - Lo speciale di Panorama.it

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– Credits: Getty Images

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Se abbiamo capito bene, l’attacco in Siria da parte degli americani slitta per il tempo tecnico di chiedere il benestare del Congresso. E questo lo si deve in parte alla prudenza estrema del presidente, in parte all’intervento dell’ONU, che si è interposta all’eccitazione anglo-franco-americana nel voler infliggere ad Assad una sbrigativa “giusta punizione”. Che sia il tentativo estremo di Obama per non addossare soltanto su di sé tutta la responsabilità, quello di chiedere il voto del Congresso? O il rischio è calcolato? Vedremo. Quel che è certo è che il presidente è profondamente tormentato e, in queste ore difficili, non appare più sicuro di sé e delle proprie decisioni. Come se, in fondo, egli sentisse che c’è qualcosa che non torna in tutta questa storia, che c’è puzza di bruciato in Siria e che, in questa guerra, lui non si sente affatto a suo agio. Sembra dire “mi ci hanno trascinato, io non vorrei”. Ma lui è il presidente degli Stati Uniti, il comandante in capo, e ora non può certo tirarsi indietro. Deve compiere una scelta.

 

Nel frattempo, l’indecisione europea sul da farsi ha già mietuto vittime eccellenti: il Regno Unito è infatti un po’ meno unito (e un po' meno impero) da quando la Camera dei Comuni di Londra ha risposto con un secco “no” alla richiesta d’intervento presentata dal premier britannico David Cameron. Una questione sulla quale il primo ministro si è giocato molta della propria credibilità e che ora rischia di fargli perdere, oltre alla faccia, anche la poltrona di Downing Street.

 

Sottovoce, in molti pensano che la sfiducia del parlamento inglese nei confronti del giovane conservatore equivalga a una bocciatura complessiva della sua politica e che, adesso, è quasi giunto il tempo per lui di dimettersi (visto che le elezioni politiche in Inghilterra si svolgeranno solo  a maggio 2015). Cameron paga, in parte, anche per colpe non sue: l’affaire siriano è, al di là del bene e del male, un indecifrabile rebus per i suoi stessi protagonisti.

 

L’opinione pubblica - americana ma soprattutto europea - desidera solo chiarezza e chiede trasparenza sulle reali motivazioni che ci spingono in Siria, non potendosi certo fidare dei tentennamenti dell’Occidente tenuti sinora sul caso. Una ragione su tutte induce a dubitare della buona fede dell’intervento: le armi chimiche. Esse hanno rappresentato la bandiera ideologica sventolata per giustificare l’innalzamento del livello di scontro, sotto la quale sono però già fallite precedenti esperienze belliche (l’ultra-citato “caso iracheno” ha fatto ormai scuola oltre ogni più rosea previsione dei pacifisti).

 

Perché lo scandalo sulle armi chimiche?

 La domanda che viene da fare in queste ore dovrebbe però essere un'altra: perché insistere proprio sulle armi chimiche per giustificare l’intervento? Quando nel 2011 scoppiò la guerra civile siriana, pochi mettevano in dubbio il fatto che Bashar Assad fosse un dittatore sanguinario, ciò nonostante nessuno si è azzardato a intervenire. Oggi, invece, qualcuno pensa che il presidente sia quasi nel giusto e vada addirittura preservato.

 

Si dirà che la ragione principale della prudenza era e resta la presenza di Al Qaeda nella regione e che un intervento esterno rischiava - allora come oggi - di liberare queste “forze del male”, contribuendo solamente a peggiorare la situazione, come già avvenuto in Iraq. Ma è bene ricordare che Al Qaeda fa la sua prima apparizione in Siria solo quando il governo di Assad accusa esplicitamente i “terroristi di Bin Laden” di aver firmato l’attentato del 23 dicembre 2011 a Damasco, peraltro mai rivendicato (in quell’occasione, i kamikaze fecero esplodere due autobombe provocando 34 morti nella capitale, a poche ore dall'arrivo di una squadra di osservatori della Lega Araba).

 

Al Qaeda in Siria

 Oltre a ciò, è bene sottolineare non solo che in Siria gli attentati dinamitardi e gli attacchi kamikaze prima della guerra erano estremamente rari, ma che gli obiettivi scelti dai terroristi in quell’occasione riguardarono edifici rappresentativi della sicurezza interna siriana. La qual cosa denota sia un’approfondita conoscenza dei presidi governativi - dunque una possibile matrice locale - sia una distanza significativa dalle stragi qaediste “tipiche”, che mirano a colpire soprattutto obiettivi simbolici (come le moschee) e a terrorizzare indiscriminatamente la popolazione civile.

 

Prima di quella data, gli appartenenti siriani di Al Qaeda non avevano mai colpito all’interno del Paese, piuttosto erano stati reclutati per andare a combattere altrove, come nel vicino Iraq. Fino all’inizio del 2012, inoltre, la ormai nota sigla di Jabhat al Nusra - il primo e più attivo gruppo qaedista siriano, che in seguito si salderà parzialmente con il fronte dei ribelli fino a prenderne quasi il sopravvento - era inedita e sostanzialmente sconosciuta alla comunità dell’intelligence internazionale.

 

Dunque, perché non si è agito al tempo? Davvero gli Stati Uniti aspettavano che qualcuno - il regime - lanciasse gas velenosi contro la popolazione per decidersi a intervenire? Certamente le armi chimiche hanno ucciso molte persone (1.429 secondo gli Usa), per di più con l’aggravante di un metodo infame e contro ogni convenzione internazionale. Ciò nonostante, il numero di vittime provocato dal protrarsi della guerra è di gran lunga superiore a quella barbarie (si contano oltre centomila morti dall’inizio della guerra).

 

Questa ipocrisia dell’Occidente, se confermata, non rappresenta certo una novità. Aleggia, anzi, il sospetto che l’analisi degli esperti della difesa di Washington sulla guerra in Siria fosse semplicemente sbagliata in partenza: l’aver supposto che i ribelli se la sarebbero “cavata bene” anche senza interventi dall’esterno, o con aiuti limitati come nel caso della Libia, si è rivelata totalmente errata. Inoltre, il presidente Assad non è un imprudente né un battitore libero come lo era Gheddafi - le cui amicizie erano trasversali agli schieramenti e alle politiche delle cancellerie del resto del mondo - e gode di sponsor ben più importanti e di alleanze più rigide (e, certamente, meno volubili rispetto a quelle occidentali) quali Russia e Iran.

 

Cosa fare con Assad?

 Bashar Assad, lo si voglia o no, resta un dittatore sanguinario che teoricamente non merita di restare al proprio posto, soprattutto dopo quanto sta avvenendo sotto il suo comando. Ma questo non è mai stato l’argomento principe della comunità internazionale e la Casa Bianca ha scelto piuttosto di puntare sul dossier relativo alle armi chimiche, per giustificare un intervento. Grosso errore, verrebbe da dire.

 

Ora che i “falchi umanitari” - come già sono stati ribattezzati a Washington i più stretti consiglieri di guerra dell’entourage di Barack Obama (John Kerry, Susan Rice, Samantha Power) - sembrano aver abbandonato ogni prudenza e aver vinto le proprie resistenze, intorno a loro è l’amica Europa a fare il vuoto. Tranne la Francia, il cui presidente è in crisi di popolarità e la cui grandeur gl’impone di non tirarsi mai indietro, gli altri Paesi si sono trincerati dietro l’inutile balletto del “tribunale” delle Nazioni Unite, che non può certo dare al mondo quelle risposte politiche o di merito che tutti si aspetterebbero.

 

Così, dopo aver sbagliato praticamente tutto in politica estera, vuoi o non vuoi all’Amministrazione Obama - spiace dirlo - resta una sola cosa da fare: andare fino in fondo in Siria, senza indecisioni né ulteriori stop. Perché ogni altro tentennamento potrebbe essere fatale tanto ai siriani quanto all’immagine dell’America. 

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