Più di 2 milioni di persone rischiano di finire sotto assedio totale ad Aleppo. È l'allarme dell'Onu, che ha lanciato un appello per una "pausa umanitaria di 48 ore" dei combattimenti per consentire l'accesso immediato agli aiuti. Dalla fine di luglio almeno 130 civili sono morti, sono stati colpiti ospedali e cliniche e sono state pesantemente danneggiate le reti elettriche e idriche. (Ansa)

per Lookout News
Le fazioni ribelli hanno rotto l’assedio del regime ad Aleppo e conquistato strategiche porzioni di terreno. L’accerchiamento non ha funzionato del tutto e così, al prezzo di centinaia di ribelli morti nell’assalto, i governativi sono stati respinti. Non solo. Nell’accademia d’artiglieria a Ramouseh, Aleppo, i ribelli hanno affermano di aver trovato una vera e propria santabarbara: pezzi d’artiglieria, obici, lanciarazzi, carri, mortai, munizioni e molto altro materiale bellico (le foto pubbilcate in rete – da verificare – mostrano anche qualche carro armato) che ora potranno usare per tentare di andare avanti e magari puntare alla conquista della città. Conquista che, dopo anni di ritirate e avanzate, non potrà certo dirsi “definitiva” anche qualora i ribelli dovessero respingere ulteriori assalti del regime di Damasco.
Certo è che i governativi, supportati dai raid aerei dell’aviazione siriana e russa, non riescono proprio ad avere la meglio sulle forze d’opposizione e, dopo aver ingegnosamente tagliato la linea di rifornimento nemica lungo Castello Road, non sono riusciti a tenere la posizione. A dimostrazione di come, secondo un leit motiv che andiamo ripetendo ormai da anni, i raid aerei senza le truppe di terra non bastano a conquistare un’area strategica. Delle circa 400mila forze disponibili tra i soldati regolari dell’esercito di Assad, infatti, oggi ne restano circa 180mila. Una situazione sempre più difficile da sostenere per Damasco, che ha portato alla coscrizione anche minorenni e anziani, dispiegati lungo i check point e i soli in grado di rinfoltire le seconde linee.

Il fattore "Al Nusra"
 
Se nel settore di Latakia e Ghouta le cose sembrano andare meglio per il regime, dove gli uomini di Assad avanzano lentamente per liberare strade e villaggi, sul fronte settentrionale che si distende da Idlib ad Aleppo, si combatte invece sempre più duramente. Specialmente dopo che i jihadisti del Fronte Al Nusra a fine luglio hanno annunciato di aver tagliato i propri legami con Al Qaeda e di essere confluiti nella più grande fazione islamista di Jaish Al Fatah, ovvero l’Esercito della Conquista, che riunisce ormai quasi tutte le sigle delle brigate ribelli.
Dopo lo Stato Islamico, Al Nusra è la forza d’opposizione più rilevante di tutta la Siria e quella che in futuro mostra di avere maggiori chance di restare unita. I suoi rapporti con gli uomini di Al Baghdadi sono sempre stati difficili e le poche volte che le due fazioni jihadiste hanno combattuto insieme è stato solo per necessità e tattica. Mantenere le distanze da Raqqa, insomma, ha permesso loro di accreditarsi al momento come forza “patriottica” e di farsi accettare nell’Esercito della Conquista, per puntare poi alla più importante delle mete: Aleppo. Del resto, lo Stato Islamico non è veramente interessato al settore di Aleppo: ha già le sue battaglie da combattere e perciò si tiene a distanza di sicurezza dalla più grande città siriana, osservando l’evolversi della situazione in attesa di eventi significativi.
 
Al Nusra, comunque, ha cambiato anche il proprio nome in Jaish Fateh Al Sham ovvero il “Fronte della Conquista del Levante”, ma non ha certo cambiato volto: l’ideologia propugnata dal suo leader Abu Mohammed Al Julani resta quella salafita, ma la necessità di non cedere terreno ai governativi e rischiare la sconfitta sul campo, è più importante d’ogni altro obiettivo. Il paradiso, in questo senso, può attendere.

La futura divisione del paese

 
Con il quinto anno di guerra e l’impossibilità per le parti di giungere a una vittoria schiacciante, si fa largo l’ipotesi tra i comandi dei ribelli (ma anche dei governativi) di una divisione inevitabile del paese, secondo le linee di demarcazione che verranno definite dalla forza delle armi. In questo senso, la battaglia di Aleppo non può conoscere fine: da ambo le parti si vorrebbe, infatti, annetterla ai rispettivi territori controllati (se di controllo reale si può parlare), al fine di sedersi in futuro al tavolo della pace con la città sotto il proprio tacco.
 
Ma c’è chi non è convinto di questa ipotesi di scuola, considerato che le armi non smetteranno di sparare sino a che lo Stato Islamico governerà Raqqa. E c’è poi da considerare le aree de facto annesse in una nuova entità statuale, che potrebbe prendere il nome di Rojava e che corrisponde al Kurdistan siriano.
La fame, le centinaia di migliaia di morti, le ferite di guerra, le fughe dall’una e dall’altra parte, i milioni di profughi, ci raccontano in ogni caso di uno dei momenti più lugubri della storia siriana, dove troppe forze lottano violentemente per pochi chilometri quadrati, senza mai riuscire ad avere la meglio. Il che oltre a disperdere un popolo, disperderà presto anche le energie residue spese per tenerlo unito. Fra non molto si dovrà arrivare inevitabilmente alla resa e alla definizione di una nuova realtà. A meno che altri attori in campo non contribuiscano a modificare ulteriormente la situazione, come già i russi hanno tentato di fare, con risultati sì importanti ma quantomeno discutibili nell’ottica di un vero e proprio successo militare.
 
Che questa sia o meno una guerra per procura e che gli interessi stranieri siano distanti dalle reali esigenze del popolo siriano, sarà comunque dall’esito della grande battaglia di Aleppo che dipenderanno le sorti e le alleanze future che daranno vita alla ridefinizione politica di quest’area geografica. Senza Aleppo liberata non possono infatti iniziare le trattative e la conseguente road map per la pace. In ogni caso, il Medio Oriente sta cambiando definitivamente aspetto sotto i nostri occhi, ed è la Siria a pagarne il prezzo più alto.


© Riproduzione Riservata

Commenti