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Il vero obiettivo della guerra in Siria

Possono gli Stati Uniti voler colpire Assad e contemporaneamente tentare di mantenerlo al potere? Le forze in campo - Mille e una Siria: il puzzle etnico -  Lo speciale

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Per Lookoutnews

L’attacco alla Siria sta per iniziare. L’ordine del comandante in capo di questa operazione, ovvero il presidente degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace Barack Obama, è ormai questione di ore. Ma, prima di capire a cosa potrà portare questo intervento, è opportuna una riflessione sulle reali motivazioni e sulle possibili conseguenze di una simile avventura.

E, per farlo, dobbiamo parlare anzitutto di Israele. Il messaggio consegnato alla Casa Bianca da Yaakov Amidror, consigliere per la sicurezza del premier israeliano Benjamin Netanyahu, è di quelli che fanno riflettere: “Serve un attacco militare mirato per impedire a Bashar Assad di vincere, non per rovesciarlo”. Paradossalmente, a sostenere la stessa tesi è nientemeno che l’acerrimo nemico di Israele, Hezbollah. Il leader del movimento libanese in guerra al fianco della Siria, Hassan Nasrallah, fa eco al consigliere israeliano quando sostiene che “Hezbollah non interverrà” se le forze dell’Occidente si limiteranno a un'azione “punitiva” contro il regime di Assad. Se invece l'obiettivo fosse quello di eliminare fisicamente il presidente della Siria, gli sciiti libanesi scateneranno “una guerra infernale”.

Ma il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, garantisce: “Le opzioni che stiamo considerando non riguardano un cambiamento di regime”. A chiudere il discorso, arriva dalla Russia anche la dichiarazione a mezza bocca di Vladimir Putin, secondo cui “la Siria non è argomento all’ordine del giorno” del G20 di San Pietroburgo, in programma il 5 e 6 settembre prossimi.

Assad non deve cadere

Dunque, pare di capire che molti tra i principali protagonisti dell’affaire siriano tollereranno, pur se malvolentieri, una sorta di spedizione punitiva contro il regime siriano. Guai a toccare Assad, però: “Bashar non deve cadere” si sussurra in queste ore tra i corridoi del Mossad, il servizio segreto di Gerusalemme. Yuval Steinitz, giovane ministro delle Relazioni Internazionali e Affari Strategici israeliano - nonché uomo di fiducia del premier Netanyahu – si spinge più in là: “Noi siamo come la Svizzera e non interferiamo, questa è la nostra politica”, dice a proposito dell’insistenza americana sul dossier siriano, quella stessa America che però sottobanco continua a tirare per la giacca gli alleati “helvetically correct”. Vedremo.

Ma è davvero possibile bombardare un Paese come la Siria, centrale per i destini del Medio Oriente, senza che ciò comporti gravi conseguenze nella regione? Può l’America voler distruggere le difese di Damasco e contemporaneamente mantenere in piedi il regime che lo rappresenta? E, soprattutto, ha una logica tutto questo? Probabilmente sì, ma essa sfugge alla comprensione dei più.

L’orizzonte prospettato dal Pentagono sarebbe quello di un “weekend di paura” ovvero una campagna aerea in stile Kosovo, come nel 1999, limitato a massicci bombardamenti concentrati in pochi giorni, volti a depotenziare le difese dell’esercito siriano e ammonirlo dal fare nuovamente uso di gas sulla popolazione. A scriverlo è nientemeno che il New York Times - tra l’altro oscurato da un attacco di hacker questa mattina - che riporta fonti vicine ai vertici militari USA.

La guerra contro Al qaeda

Dunque, deterrenza, punizione, ma non annientamento. “Seek but no destroy”, colpire senza distruggere. Eppure, solo poche settimane fa sempre dagli States giungevano voci concordi nel ritenere che “il futuro della Siria non può comprendere Assad”. Allora, qual è la verità? Cosa andiamo a fare veramente in Siria? Sì, “andiamo” perché, in quanto alleati, anche noi italiani potremmo essere a vario titolo coinvolti nel caos siriano.

Cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi giorni dagli Stati Uniti, il cui attacco è stato annunciato e sponsorizzato in tutte le salse, pompato mediaticamente al punto che già tutti conoscono persino gli obiettivi specifici che i missili Tomahawk delle portaerei americane dovrebbero disintegrare?

A Washington si ribadisce che la logica è quella di punire in maniera esemplare chiunque usi armi chimiche - di cui peraltro non sono state ancora mostrate prove inconfutabili oltre ogni dubbio – e chiunque infierisca sulla popolazione. Ma, allo stesso tempo, il presidente Bashar Assad e i suoi maggiorenti servono vivi e al comando per arginare Al Qaeda nel futuro prossimo: qualora il regime dovesse cadere, infatti, i jihadisti porterebbero disordine e violenza nell’intera regione. Come se questo già non fosse un dato di fatto. Come se i qaedisti non fossero già in Siria, in Iraq, in Libano, in Libia e, almeno in parte, anche in Egitto.

Secondo Israele, vi sono almeno diecimila uomini sul campo che rispondono agli ordini di Al Zawahiri (numero uno di Al Qaeda), e che sono pronti a sfruttare la deposizione manu militari di Assad per fare del Paese una loro base permanente. E questo nessuno lo desidera, né a Occidente né a Oriente.

Il progetto di Obama

Così, se dietro alla scelta di Barack Obama ci fosse una strategia precisa (come, ad esempio, immunizzare l’intero perimetro musulmano mediorientale dall’Islam radicale) potremmo dedurne che l’America è improvvisamente tornata a interessarsi attivamente del Medio Oriente e che il suo impegno e la sua presenza nell’area, di conseguenza, cresceranno proporzionalmente, con l’aiuto degli anglo-francesi.

Basta guardare la cartina di questa parte di mondo per farsi un’idea: la Siria è crocevia tra l’Islam sunnita - dalla penisola araba fino alle propaggini asiatiche dell’Iraq – l’Europa turca e il confine asiatico dove dominano le potenze che contendono agli Stati Uniti la supremazia mondiale, le superpotenze russa e cinese. E non pare esserci molto spazio residuo per la presenza sciita (Libano, Siria, Iraq e Iran) nell’ipotesi di un nuovo scacchiere mediorientale.

Se invece tutto ciò fosse un bluff, magari dettato dalla semplice volontà di svuotare i depositi di missili obsolescenti o per testare i droni nel contesto di una vera guerra, allora le conseguenze sarebbero ben peggiori. Se, ancora, questo intervento fosse dettato da pura ideologia (gli USA si sentono protettori del bene contro il male, ambasciatori della libertà e dei diritti dell’uomo, e difensori della democrazia nel mondo) o dall’impossibilità per la Casa Bianca di venir meno alla parola data a suo tempo - “superata la red line ci saranno conseguenze” disse Obama - allora rischiamo davvero di trovarci di fronte a uno scenario catastrofico, dove una prolungata scia di sangue può fare da detonatore per l’intero Medio Oriente e il Mediterraneo, generando quel redde rationem che molti governi annunciano da tempo ma che nessuno ha mai avuto il coraggio – o la follia – di portare a compimento. Finora.

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