Regno Unito, perché Jeremy Corbyn ha conquistato il Labour

La crisi della società inglese, il divario economico e la cattiva politica hanno spinto questo “uomo contro” verso la leadership laburista

Amnesty UK Front "Solidarity With Refugees" Demonstration

Il nuovo leader dei laburisti inglesi, Jeremy Corbyn – Credits: mitchell/getty

Per Lookout news

Ci sono state reazioni scomposte su Jeremy Corbyn, appena incoronato nuovo leader del partito laburista inglese con il 59,5% delle preferenze. Al punto che il premier britannico, David Cameron, si è spinto a dichiarare che “il partito laburista ora è una minaccia per la nostra sicurezza nazionale”. Se il Labour è certo un partito di centrosinistra, tuttavia la virata verso il socialismo duro e puro che Corbyn si porta dietro dal curriculum, preoccupano non poco l’establishment britannico e la stessa dirigenza del partito.

Soprattutto, in ragione del fatto che in sole 24 ore il Labour di Corbyn ha raccolto più di 15mila nuovi iscritti, che si sommano adesso agli oltre 425mila e che sono in continua crescita. Un segnale che qualcosa non va per i conservatori tories, ma anche per la sinistra inglese moderata così com’era stata plasmata da Tony Blair in poi. Che difatti ha perso rovinosamente le scorse elezioni di maggio, riconfermando Cameron alla guida del Paese.

Il curriculum di Jeremy Corbyn
Tanto per fare una citazione a caso, quello che oggi preoccupa Downing Street, ma anche Washington e Tel Aviv, è presto detto: “uno spettro si aggira per l'Europa, lo spettro del comunismo”. Corbyn è, infatti, unanimemente descritto come un contestatore radicale, sempre all’opposizione nel suo partito (milita in parlamento da 32 anni), pacifista, propugnatore delle tesi sui diritti umani, sul ruolo centrale dei sindacati e su posizioni economiche che oggi in Europa si traducono come anti-austerità.

Ha cavalcato la guerra contro l’apartheid negli anni Ottanta, ha promosso campagne contro il nucleare, ha sostenuto le tesi dell’indipendenza per l’Irlanda del Nord e provocatoriamente invitato in parlamento Gerry Adams, leader repubblicano del Sinn Fein, il braccio politico dell’IRA. Inoltre, ha patrocinato la Palestine Solidarity Campaign, che promuoveva il boicottaggio dei prodotti israeliani in segno di protesta per la condizione dei palestinesi a Gaza, e attualmente si dichiara contrario a qualunque intervento militare britannico in Siria.

 Insomma, Jeremy Corbyn incarna il classico uomo politico anti-sistema. E allora perché scegliere lui? Forse perché la società inglese, ma si potrebbe dire quella europea in generale, è atterrita dal futuro e non si fida più dei profili accomodanti di politici che vanno a braccetto con l’attuale classe dirigente, invece di rompere un assetto politico economico che li ha progressivamente impoveriti e ha spalancato le porte all’insicurezza.

Una reazione da parte della base della società che - prendendo le dovute distanze e facendo i necessari distinguo - sta spingendo un personaggio come Donald Trump, altro uomo di “rottura” (anche se dalla parte opposta), verso la corsa alla presidenza negli Stati Uniti. Oggi, insomma, molti sondaggi elettorali sembrano dire che vince chi scompagina le carte e non invece chi distribuisce il mazzo.

La regressione socio-economico inglese
Se è pur vero che alle prossime elezioni manca molto tempo e che Corbyn potrebbe spaccare l’unità del partito logorandosi lungo il percorso, ciò nonostante egli riflette pienamente il disagio della popolazione inglese.

 Fino alla prima guerra mondiale, dal punto di vista sociale il Regno Unito era costruito come una sorta di piramide, che aveva al vertice un’aristocrazia e una borghesia mercantile, seguite da un’ampia classe media composta dalla borghesia impiegatizia e dal civil service dello stato, e molto più lontana dal vertice un’enorme base contadina e operaia, notevolmente povera.

Questa situazione è cambiata durante il primo dopoguerra, con l’erosione progressiva dell’alta borghesia aristocratica terriera e mercantile, cui si sono sostituiti un consolidamento della classe media e migliori condizioni di welfare per le classi medio-basse. Agli inizi del nuovo secolo furono introdotti concetti come la pensione e la liquidazione, e già negli Anni Trenta e Quaranta in Inghilterra erano stati avviati i servizi sanitari pubblici.

Un trend proseguito anche nel secondo dopoguerra, che portò a una progressiva erosione del vertice della piramide. Fino a quando l’aristocrazia terriera non perse quasi del tutto i suoi plurisecolari privilegi, mentre il sistema di welfare e le condizioni economiche della middle class si espandevano, facendosi via via più solide e dignitose, trascinando nella propria scia le classi medio basse.

Solo con Margaret Thatcher prima e con Tony Blair poi, la situazione è decisamente cambiata. I due leader, l’una conservatrice e l’altro laburista, si sono resi conto che il sistema di welfare a pioggia era economicamente insostenibile per le casse del Regno. Da allora in poi, la struttura sociale inglese ha subìto una serie di scosse, che negli ultimi anni si sono rivelate quasi fatali per la stessa middle class e per i ceti meno abbienti.

Il Regno Unito oggi
Da un punto di vista sociale ed economico, dunque, il Regno Unito è paradossalmente tornato alla struttura piramidale antecedente la prima guerra mondiale, cioè a un’epoca vittoriana in cui i ricconi dell’aristocrazia terriera sono stati sostituiti dai grandi manager della City (il distretto della borsa), dai banchieri e da tutti coloro che sono riusciti ad entrare nel nuovo circuito del potere, ossia il mondo finanziario. Marginalizzando invece il resto della popolazione, che è sempre più povera.

Chi ha passato di recente del tempo nel Regno Unito sa che vivere a Londra, Edimburgo o in qualsiasi altra grande città inglese è economicamente insostenibile. Sa che i prezzi delle case, gli affitti o il semplice costo di un pranzo di lavoro, sono fuori dalla portata dell’inglese medio. E che compiere un viaggio di soli 90 km tra Londra e Oxford sulle ferrovie privatizzate costa quanto in Italia andare da Roma a Milano (motivo per cui Corbyn punta alla nazionalizzazione). Un civil servant che negli anni Sessanta e Settanta poteva vivere tranquillamente a Chelsea con uno stipendio che gli consentiva di affittare una casa in centro o acquistare un villino in sobborghi puliti e dignitosi, oggi con le sue 33mila sterline scarse a inizio carriera, non riesce a sostenersi più di due settimane nella City.

Il futuro del Labour Party
La società inglese e la base politica del Labour Party sono perciò terrorizzate dal proprio progressivo impoverimento e decadimento sociale. E certo l’esempio di un Tony Blair che si è dimostrato capace di farsi pagare uno stipendio da 18 milioni di dollari nel 2014 come consulente politico del presidente kazako Nazarbaev (un tipino non proprio democratico), non aiuta la causa e anzi segnala alla middle class inglese che il laburismo blairiano potrebbe non essere più in grado di ricostruire le basi di dignità economica e sociale che il popolo pretende gli siano garantite.

 Jeremy Corbyn, dunque, avendo stravinto le primarie rischia ora di essere un protagonista in parlamento e forse alle prossime elezioni. Non solo e non tanto per le sue idee, ma semplicemente perché la classe media inglese “non ce la fa più”. Professori, funzionari di stato e classi un tempo agiate oggi sono i nuovi poveri, e i nuovi poveri non si faranno incantare facilmente dai “nuovi ricchi” come Tony Blair, che con i loro comportamenti si schierano, forse anche inconsapevolmente, contro il sentimento diffuso della società inglese.

 Insomma, David Cameron ha ragione: un pericolo c’è. Ma non è quello che crede lui e non riguarda solo il Regno Unito. Più in generale, infatti, quello cui stiamo assistendo oggi nelle democrazie occidentali, Europa in testa, è un trend dove nelle scelte delle masse elettorali prevalgono nettamente i voti di protesta e di rottura, contro la scelta del candidato migliore. Il che non solo è pericoloso, ma potenzialmente autodistruttivo. E se la colpa non è certo degli elettori, le conseguenze ricadranno comunque su tutti. Si chiama democrazia

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