La persecuzione dei cristiani e lo Stato islamico

Gli attentati in Pakistan, l’avanzata di ISIS in Libia, l’emergenza nel Mediterraneo: il punto del direttore di Lookout news

Aftermath of twin suicide attacks targeting Lahore churches

Il dolore dei sopravvissuti all'attentato suicida contro i cristiani a Karachi, Pakistan, 15 marzo 2015 – Credits: Ansa

Un’altra sigla, Jamaat ul Ahrar, si aggiunge al famigerato elenco dei gruppi dell’orrore jihadista. L’assalto kamikaze in due chiese cristiane del Pakistan ripropone l’allarme per l’instabilità di un’area che comprende l’Afghanistan ed è stata incubatore di Al Qaeda: “A Lahore, nei pressi del confine con l’India, la fazione talebana di Jamaat ul Ahrar ha voluto attestare col sangue la propria esistenza nel frastagliato panorama del terrorismo islamico”, spiega al Giornale di Sicilia il  direttore Luciano Tirinnanzi. “In Pakistan, come in Yemen, Siria o Libia – commenta – è in corso una competizione serrata tra gruppi tribali e gruppi etnici, per il predominio del territorio. Ciascuno vuole ritagliarsi uno spazio per governare. Se è difficile trovare punti di contatto fra le diverse bande armate del pianeta jihadista e lo Stato Islamico, tutti hanno però in comune una costante, rappresentata dal modo di operare. Jamaat ul Ahrar, come l’ISIS, vuole imporsi col sangue e con le bombe, terrorizzando la popolazione e colpendo le minoranze”.

 

Sembrava di essersi lasciati alle spalle l’incubo talebano. Una pia illusione?
In Afghanistan come in Pakistan, ma in generale in tute le aree dove si è radicato il salafismo, la corrente estremista sunnita, esistono territori completamente fuori controllo, dove il governo centrale non riesce a imporsi. I salafiti non hanno alcun concetto di Stato e non accettano alcuna ingerenza esterna. Intere regioni sono sotto così scacco dei signori della guerra e dei potentati locali. Questa tendenza, peraltro, si è acuita anche a seguito del disimpegno americano da Pakistan e Afghanistan, dopo gli anni della guerra di Bush contro Osama Bin Laden.

 

L’Isis, intanto, minaccia luoghi-simbolo dell’Occidente, come il Big Ben e la Tour Eiffel. Segnali di attacco per i fanatici della porta accanto?
I lupi solitari sono sempre in agguato: non si è mai al sicuro dagli squilibrati, perché di questo si tratta, e dobbiamo iniziare a convivere con l’idea che qualcosa possa succedere. Dobbiamo essere consapevoli del pericolo, ma ciò non deve limitare la nostra libertà di muoverci e agire serenamente. L’attenzione da parte delle forze di sicurezza è alta.

 

Non bisogna, quindi, chiedersi “se” i terroristi islamici colpiranno ancora, ma “quando”?
Se vogliamo parlare di quanto queste minacce possano concretizzarsi, dobbiamo affidarci alla statistica. E la statistica ci dice che dove c’è maggior concentrazione di estremisti, in questo caso fondamentalisti islamici, c’è una più alta probabilità che avvenga un attentato. Londra e Parigi non saranno mai al sicuro. Ma i governi di quei Paesi ne sono pienamente consapevoli. E stanno prendendo le contromisure. Speriamo siano sufficienti.

 

Anche l’Italia è nel mirino, proprio quando si prepara a ospitare due grandi eventi quali sono Expo e Giubileo. Difficile garantire la sicurezza?
È sempre difficile garantire la sicurezza. Ma, affidandosi a metodi collaudati e a uomini esperti, si può ridurre il rischio al minimo. Per questo serve un’alta preparazione, che certo non manca alle nostre forze dell’ordine, anche se forse andrebbero rivisti e aggiornati alcuni processi relativi alla prevenzione delle minacce esterne. Ad esempio, le telecamere non servono a nulla se non sappiamo cosa o chi stiamo cercando. Ci vuole molta serietà, tanta analisi del rischio e direttive precise. Senza linee guida, come possono le forze dell’ordine prevenire attentati alla sicurezza dei cittadini?

 

In Iraq, intanto, vengono devastati siti archeologici e musei. Perché?
Si sommano più fattori insieme. La barbarie dell’uomo, di cui la storia è piena. La stupidità e la mancanza totale di consapevolezza da parte di chi agisce. La follia dell’estremismo religioso, di cui non mancano esempi anche nel recente passato. Ma soprattutto, l’iconoclastia trae origine dalla rabbia di chi vuole distruggere un mondo che non approva. E, lo sappiamo bene, i simboli contano moltissimo, ieri come oggi. Non a caso, lo Stato Islamico gira video in quantità, perché consapevole che la forza delle immagini è più dirompente ed efficace delle armi.

 

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Il Califfato mostra i muscoli. In realtà, solo un segnale di debolezza?
Il Califfato è in una fase involutiva, sta perdendo terreno in Iraq e non solo. Perciò, tenta di diversificare la lotta e cogliere nuovi obiettivi, minacciando l’Europa e l’Occidente in generale, come faceva Al Qaeda ai suoi esordi. Ma questi sono soprattutto vaneggiamenti che i vertici usano strumentalmente per tenere alto il morale dei miliziani, sempre più in difficoltà sul terreno di scontro. In ogni caso, finché non verrà presa Mosul, capitale irachena dell’Isis, e lo stesso Al Baghdadi non sarà assicurato alla giustizia, il potere dello Stato Islamico sarà intatto nell’immaginario collettivo.

 

Alcuni analisti hanno evidenziato dissidi interni tra i miliziani del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, tra locali e volontari stranieri. I foreign fighters sono diventati un impaccio?
I foreign fighters si dividono in due, le giovani reclute che altro non sono se non forze fresche mandate al macello, e i signori della guerra che dalla Tunisia all’Afghanistan hanno sempre fatto ottimi affari con le aree di conflittualità e che continueranno ad agire impunemente anche dopo che lo Stato Islamico sarà sconfitto.

 

In Libia, difficile capire come stiano davvero le cose. Daesh, lo Stato Islamico, avanza?
La Libia è in guerra civile perenne. Cirenaica e Tripolitania si combattevano anche sotto Gheddafi e adesso, senza un potere centrale e con tutte quelle armi in giro, tutti concorrono alla lotta per la supremazia che, tuttavia, in realtà è piuttosto la difesa delle rispettive aree tribali dove gli abitanti non vogliono più un potere centrale, distante e dittatoriale, che imponga loro tasse e dazi senza offrire niente in cambio. Meglio dividersi e lottare, anche al prezzo di non avere più un Paese chiamato Libia. Ognun per sé, insomma. Che, in effetti, è quello che già oggi accade, con le città Stato come Tripoli, Bengasi, Misurata.

 

Assalti a campi petroliferi e ritirate. I tagliagole potrebbero aver deciso di passare alla guerriglia, per esporsi meno?
La guerra a bassa intensità è sempre preferibile perché alla portata di mano anche di piccole unità. L’imprevedibilità della guerriglia, degli attacchi a sorpresa, sono uno strumento limitato ma molto efficace. E in questo i signori della guerra sono molto esperti. Ci aspetta un periodo molto duro in Libia, ma anche in Nigeria, Somalia e Mali. I gruppi terroristici dilagano in Africa perché nessuno ha la forza né la volontà di schiacciarli definitivamente. È saltato il tappo e adesso richiudere la bottiglia è impossibile.

 

L’Unione Europea discute l’ipotesi di un blocco navale nel Mediterraneo. Facile a dirsi…
Il blocco navale presuppone uno sforzo economico immenso, di cui l’Italia, anche volendo, non potrebbe farsi carico da sola. In teoria, potrebbe funzionare se esistesse un esercito europeo determinato a mantenerlo in piedi. Ma io non ce li vedo i leader dell’Unione così uniti e decisi a spendere tutti quei soldi per un blocco che, in ogni caso, non garantirebbe la fine dei flussi migratori verso l’Europa, dal momento che vi sono altre vie, più semplici e veloci per raggiungerla. Ad esempio, i Balcani”.

 

Per fermare l’esodo dei migranti, l’Italia ha proposto all’UE la creazione di tre campi profughi in Africa. Si può fare?
Mi sembra improbabile, se non utopistico. E comunque non è lì la soluzione. Se continuiamo a ragionare in termini di campi profughi per contenere intere popolazioni, non andremo mai da nessuna parte.

 

Intervista pubblicata sul Giornale di Sicilia il 16 marzo 2015

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