Parla il ministro del Petrolio del governo di Tripoli

Le proposte di Mashallah Zwai, titolare del dicastero del Petrolio dell’esecutivo islamista guidato dal premier Omar al-Hassi

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Mashallah Zwai, titolare del dicastero del Petrolio dell’esecutivo islamista guidato dal premier Omar al-Hassi – Credits: LOOKOUT

Di Cristiano Tinazzi per Lookout news


La Libia sta vivendo una situazione di caos e divisione che è probabilmente la peggiore dalla guerra civile del 2011. Il Paese è scisso politicamente e territorialmente tra coloro che appoggiano il vecchio parlamento presieduto dal premier Omar al-Hassi, e coloro che invece sostengono il nuovo, rappresentato da Abdullah al-Thani. Nell’agosto scorso, le milizie pro-vecchio parlamento conquistano Tripoli, ricacciando le milizie avversarie di Zintan sulle montagne dello Djebel Nafusah.

 Sostanzialmente, gli schieramenti che si contrappongono sono due. Il primo, che ha in mano Tripoli, gli uffici ministeriali e controlla la maggior parte delle entrate e delle risorse petrolifere, è capitanato dalla città di Misurata, alleata con la minoranza berbera in Tripolitania e con i tuareg nel Fezzan, mentre in Cirenaica sono stati fatti accordi con il consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi (una coalizione di milizie) e gli jihadisti di Ansar al-Sharia.

 Dall’altra parte troviamo una coalizione guidata dalla città di Zintan insieme al fallito golpista generale Khalifa Haftar, alla tribù dei Wershefana e alle milizie Toubu. A livello internazionale, è stato riconosciuto come legittimo il premier al-Thani e il suo parlamento, costretti però a risiedere nell’estremo est della Libia, a Tobruk, senza nessun controllo sulle principali città della Libia e sulla capitale.

 Abbiamo incontrato Mashallah Zwai, detentore del dicastero del Petrolio del governo non riconosciuto, per capire meglio il punto di vista di una componente determinante della politica libica.

 

Ministro, la situazione di confusione nel Paese è notevole. I danni economici sono ingenti e la produzione del petrolio è crollata
Nel 2010 il reddito derivante dal petrolio era di 47 miliardi di dollari. In molti credevano che prima di un decennio la produzione non potesse tornare ai valori precedenti alla guerra, ma tra il 2011 e il 2012 siamo arrivati a una produzione di 1,7 milioni di barili,che equivale a circa 60 miliardi di dollari.

 

Questi però sono dati vecchi. Il 2014 ha avuto un forte calo nella produzione
Nel 2013 purtroppo a causa dei blocchi nei porti petroliferi e agli stop degli impianti il reddito è calato a 40 miliardi e nel 2014 a 15 milioni di dollari. La colpa è dovuta ad attori esterni, Paesi limitrofi o concorrenti petroliferi che hanno minato la credibilità della Libia e soffiato sul conflitto interno. Hanno alimentato la guerra civile e nel prossimo futuro sapremo distinguere poi tra quelli che hanno aiutato la Libia a ricostruire le infrastrutture e a indirizzarla sulla via della democrazia e altri che invece hanno favorito la controrivoluzione. Come ministero del Petrolio abbiamo due obbiettivi: la stabilità e l’aumento della produzione.

 

Con una produzione ormai scesa a circa 200mila barili, quanto influisce il controllo dei vostri avversari sui pozzi di petrolio in Cirenaica?
A dicembre abbiamo prodotto 362,780 barili al giorno, con un calo del 50% rispetto al mese di novembre. Il calo ulteriore è dovuto anche alla chiusura dei pozzi nel sud del Paese. Se non ci fossero problemi di stabilità la produzione tornerebbe ai livelli massimi nel giro di qualche settimana. Quanto a Ibrahim Jadran*, è solo un burattino nella mani dei separatisti e dei governi stranieri. Le tribù della Cirenaica hanno in gran parte rifiutato l’idea del federalismo e hanno fatto fallire il suo progetto di esportare petrolio a terzi in modo illegale. Come governo ufficiale della Libia a Tripoli non vogliamo combattere con le armi ma attraverso il dialogo politico, sapendo che il petrolio è il pilastro della nostra economia.

 

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Cosa chiedete ai Paesi occidentali?
Chiediamo ai Paesi esteri di fermare il loro supporto esterno alle parti in lotta. Per questo motivo speriamo che il mondo si assuma le proprie responsabilità per quanto avviene in Libia, perché questo ha ripercussioni su interessi globali, non solo libici. Siamo molto delusi però quando vediamo che a livello internazionale molti stati sostengono il generale Khalifa Haftar. Ha raccontato bugie facendo passare la sua campagna armata personale come una lotta al terrorismo, ma è il primo a farlo perché sta ammazzando donne e bambini e bombarda infrastrutture e installazioni in tutto il Paese. Ha fatto colpire dalla sua aviazione una petroliera greca battente bandiera liberiana, ha bombardato la centrale elettrica di Sirte e l’impianto di Abu Kammash. Anche a Sidra, Haftar ha bombardato due depositi di greggio. È stato difficilissimo estinguere le fiamme, abbiamo anche inviato due petroliere per svuotare i serbatoi ma il generale ha minacciato di bombardarle se si fossero avvicinate. Le perdite in questo ultimo caso sono state di circa un milione di barili. Non nego che ci siano estremisti in Libia, ma nel 2012 siamo riusciti a contenere queste minoranze e a portarle alle elezioni. Le azioni di Haftar adesso stanno facendo sì che questi gruppi radicali allarghino la loro influenza.

 

Quale soluzione per la Libia?
Il miglior modo di uscire da questo problema è il dialogo e la negoziazione. Ma Haftar non è altro che un ex generale di Gheddafi; non può essere un fattore positivo per la Libia. E a Tobruk stanno costruendo un’altra Banca Centrale e un altro Ministero del Petrolio. Loro vogliono dividere il Paese. E noi non lo permetteremo.

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