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Gli Usa e la filosofia del "poliziotto" del mondo

Nella visione di Barack Obama, si trovano l’auto-assoluzione e la giustificazione del ruolo di potenza dominante, autorizzata all’uso della forza - Tutto sulla crisi in Siria

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al G20 di San Pietroburgo (Credits: KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images)

di Luciano Tirinnanzi
Il fatto che in Europa, e in Italia massimamente, manchiamo di una visione lungimirante e di politiche estere nette, non significa che gli altri non ne abbiano una propria, forte e manifesta. Anche se è vero che il disegno finale degli Stati Uniti in Siria sfugge alla comprensione dei più, ciò non significa che Washington non ne abbia uno. E, sopra tutti, il suo presidente: Barack Hussein Obama.

Certo, gli Stati Uniti sono un Paese assai controverso: basti pensare al fatto che sono il maggiore produttore ed esportatore di armi mondiale e, al tempo stesso, la nazione che si autodefinisce “poliziotto del mondo” e “difensore delle libertà e della pace”. Ma non sono proprio le sue armi a impedire quella pace? Non è forse l’America il Paese più impegnato nelle guerre in tutto il pianeta?

Ancora più controverso il ruolo degli Stati Uniti in Siria: c’è una mera ragione economica dietro all’intervento? C’è soltanto ipocrisia nel voler colpire una Paese certamente dittatoriale ma di cui non si ha piena garanzia delle efferatezze che gli s’imputano? No, non c’è solo questo.

Sbaglierebbe chi volesse definire il ruolo auto-ascrittosi di “poliziotto” degli americani come una semplice scusa per giustificare ciniche aggressioni ad altri Paesi, in ragione d’interessi esclusivamente privati. C’è dell’altro.

Il comandante in capo, Obama, non ha mai fatto mistero di avere una propria “visione”. Ed è proprio il fatto di averne una - almeno teorica - che segna una marcata differenza con tutti gli altri Paesi che, almeno in quest’epoca, ne appaiono privi e che non sono forniti di un sufficiente bagaglio culturale e ideali cui riferirsi, per orientare le proprie politiche espansive (cosa che, ad esempio, costituisce una delle ragioni principali del fallimento dell’Europa unita). E, quand’anche lo hanno (ancora l’Europa), ne sono dimentichi.

Ne siano prova i due discorsi pubblici più importanti della presidenza Obama, quelli tenuti all’Università del Cairo e all’accettazione del Nobel per la Pace. Entrambi - siamo nel 2009 - parlano di pace ma affrontano la guerra. E chiariscono in modo straordinario il pensiero dominante in America e offrono la lettura delle odierne decisioni USA sul Medio Oriente.

- Il discorso del Cairo

“Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano” dice Obama di fronte a quegli stessi universitari che solo due anni dopo metteranno a ferro e fuoco proprio quella città in cui parla, Il Cairo in Egitto.

Nell’elencare una serie di principi e regole morali che sottendono a quella visione, il presidente ammette anche che “la strada per realizzare questa promessa non è rettilinea”. Un fatto, questo, oggi quanto mai evidente. E il problema è proprio che quanto enunciato non è incoerente con la condotta corrente della Casa Bianca.

- Il discorso del Nobel per la Pace

Ma è sul discorso di Oslo al ricevimento del Nobel che la sua visione si fa quantomai manifesta. Nonostante la pioggia di critiche per le evidenti contraddizioni che il premio in mano al rappresentante del più grande Paese trafficante d’armi del mondo comporta, Obama non appare affatto imbarazzato e ci tiene anzi a ribadire: “In quanto capo di Stato che ha giurato di proteggere e difendere la mia nazione, non posso lasciarmi guidare solo dai loro esempi (Gandhi e Martin Luther King, ndr). Devo affrontare il mondo così com'è e non posso rimanere inerte di fronte alle minacce contro il popolo americano. Perché una cosa dev'essere chiara: il male nel mondo esiste. Un movimento nonviolento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non potrebbero convincere i leader di al Qaeda a deporre le armi. Dire che a volte la forza è necessaria non è un'invocazione al cinismo, è un riconoscere la storia, le imperfezioni dell'uomo e i limiti della ragione”.

Ma Obama va oltre: “Non sono state solo le istituzioni internazionali, non sono stati solo i trattati e le dichiarazioni a portare stabilità al pianeta dopo la fine della seconda guerra mondiale. A prescindere dagli errori che abbiamo commesso, gli Stati Uniti d'America hanno contribuito per più di sessant'anni a proteggere la sicurezza globale, con il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostre armi”.
Citando numerosi Paesi, dalla Germania alla Corea fino ai Balcani, Obama non abiura alcuna guerra made in USA. Anzi, rivendica con orgoglio la condotta americana nella storia e lo fa con una frase rivelatrice, ma anche un po’ inquietante: “Lo abbiamo fatto per interesse illuminato”. E la chiosa non è da meno: “Dunque sì, gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace”.
La filosofia Kennedy
Una pace, dice infine Obama citando il presidente Kennedy, “più pratica, più raggiungibile, basata non su un improvviso capovolgimento della natura umana, ma su una graduale evoluzione delle istituzioni umane”. Ecco l’interesse illuminato. Una pace che s’imponga “regolando l’uso della forza”. Proprio questa parola, “regolando”, stabilisce e racchiude un preciso orizzonte filosofico al concetto di uso della forza. Perché, in fin dei conti, quel regolare significa comunque autorizzare, aderire, comprendere l’uso della forza. Di certo, non significa negarla.
Insomma, Obama e l’establishment di cui egli è piena espressione, sono convinti che l’uso della forza possa essere giustificato per ragioni umanitarie: “Ecco perché tutte le nazioni responsabili devono accettare il ruolo che possono giocare le forze armate, con un mandato chiaro, per il mantenimento della pace”. Una giustificazione per proteggere i diritti dei cittadini nel mondo perché “se perdiamo questa fede, se la liquidiamo come qualcosa di stupido o ingenuo, se la separiamo dalle decisioni che prendiamo sulla guerra e sulla pace, allora perdiamo quello che c'è di migliore nell'umanità. Perdiamo il nostro senso di possibilità. Perdiamo la nostra bussola morale”.
Conclusioni
In conclusione, queste parole dicono che non possiamo stupirci del comportamento degli Stati Uniti: finché essi manterranno questa visione e si atterranno a quei principi - sbagliati o giusti non importa, non è questo in discussione - non possiamo aspettarci che agiscano diversamente. Ed è lecito temere che sia nella loro natura il ruolo di “poliziotto del mondo”. Del resto, chi altri potrebbe arrogarsi quel diritto, le Nazioni Unite?
Quando a una cultura non se ne oppone un’altra, essa prolifera. E, senza trovare opposizioni credibili, diventa dominante. Non stupiamoci che oggi sia così. Con buona pace della Siria e di chi spera in un mondo migliore.

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