Obama e il fantasma di Nixon: rischio impeachment?

Il presidente degli Stati Uniti teme la messa in stato di accusa per gli scandali interni. Ha una sola via d’uscita se non vuol finire come Nixon: dire la verità

Barack Obama DC, USA, 23 May 2013. EPA/KRISTOFFER TRIPPLAAR / POOL

Il 2013 appare sempre più come l’annus horribilis per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Numerosi sono infatti i motivi per cui Mr. President ha ragione di temere, ma ciò che lo preoccupa maggiormente sono i paragoni sempre più consistenti da parte della stampa con Richard Nixon, l’unico presidente della storia americana ad essersi dimesso, a causa dell’impeachment seguito allo scandalo Watergate.

Corsi e ricorsi storici: nel primo mandato (1969-1972), Nixon riuscì a districare le forze armate americane dalla trappola vietnamita, procedendo al ritiro graduale dalla guerra, e a squarciare la “Cortina di ferro” normalizzando i rapporti con la Cina, grazie allo spettacolare incontro con Mao Tze Tung. E, così, venne rieletto in modo trionfale per un secondo mandato, prima di finire nella polvere (1974) sollevata dalle intercettazioni abusive al Watergate Complex, ai danni del partito democratico.

Anche Barack Obama ha iniziato il primo mandato con una lunghissima luna di miele con la nazione, dal trionfo del premio Nobel per la pace fino all’annuncio del ritiro graduale dall’Afghanistan, passando per l’eliminazione di Osama Bin Laden. Adesso, però, appena rieletto, rischia di finire anch’egli nei guai, per questioni di spionaggio e non solo, proprio come “Tricky Dicky” Nixon.

L’annus horribilis di Obama

Osserviamo anzitutto il difficile contesto in cui sta operando l’Amministrazione Obama: in politica estera, il governo non ha ancora risolto la questione dell’11 settembre 2012 in Libia, quando l’ambasciatore Christopher Stevens e tre suoi stretti collaboratori furono uccisi durante l’assalto all’ambasciata di Bengasi. All’epoca, il segretario di Stato (ovvero il ministro degli esteri) era Hillary Clinton e, sotto la sua regia, fu in un primo momento negato ogni coinvolgimento di Al Qaeda, affinché la CIA non subisse critiche ex post di scarsa informazione preventiva su una possibile minaccia islamista in Libia orientale, rivelatasi poi oltremodo realistica.

Altra questione calda è quella dei “droni”: non solo l’America contesta al presidente l’uso massiccio e indiscriminato di omicidi mirati attraverso aerei senza pilota che, dietro la giustificazione della lotta al terrorismo, hanno provocato vittime civili (motivo per cui l’Amministrazione USA è sotto inchiesta anche da parte dell’ONU). Ma il problema più grave per Obama è che, con questo sistema, sono stati uccisi anche cittadini americani, senza alcuna autorizzazione di un giudice né un giusto processo: per stessa ammissione di Obama, dal 2009 ad oggi i droni USA hanno messo a morte quattro cittadini americani tra lo Yemen e il Pakistan. E questo non solo è anti-americano ma incostituzionale.

Tralasciamo invece il dossier siriano - dove l’indecisione bellica prefigura tempi bui e ridimensiona il potere e l’influenza americana in Medio Oriente - e l’arresto in flagranza di un agente segreto sotto copertura a Mosca, che ha poi fatto saltare l’intera copertura CIA in Russia.

La politica interna e il “caso che scotta”

 

Dopo che il governo ha perso malamente la battaglia sull’approvazione di una legge sul controllo delle armi da fuoco, altre due bombe sono detonate nella Stanza Ovale: il caso del Dipartimento di Giustizia, che avrebbe spiato una ventina di giornalisti dell’agenziaAssociated Pressper fermare l’imponente flusso di informazioni riservate verso i media, e il più scottante caso che rischia davvero di trascinare Obama giù dalla sedia di presidente: quello dell’IRS, Internal Revenue Service,  ovvero l’Agenzia delle Entrate.

Il caso infuria sui media: l’IRS ha infatti pubblicamente ammesso di aver deliberatamente preso di mira ben 75 gruppi fiancheggiatori del Tea Party, il movimento vicino ai conservatori che durante la campagna per la rielezione di Obama aveva fato temere lo staff dei democratici (ma anche dei repubblicani), dichiarandosi ”anti-tasse”. Il Fisco avrebbe così iniziato a tartassare questi gruppi, con uno zelo che si sta rivelando adesso quantomeno sospetto.

Anche Richard Nixon utilizzò l’IRS a suo piacimento: “Ha cercato di ottenere dall'Internal Revenue Service, in violazione dei diritti costituzionali dei cittadini, informazioni riservate contenute nelle dichiarazioni dei redditi per fini non autorizzati dalla legge, e di provocare, in violazione dei diritti costituzionali dei cittadini, delle verifiche fiscali sul reddito o altre indagini condotte o da condurre in modo discriminatorio” si leggeva nell’articolo 2 del suo processo di impeachment. Stavolta, perché non si ripeta la storia, Barack Obama non deve fare lo stesso errore che fu fatale a Nixon: raccontare bugie o coprire suoi funzionari spregiudicati e disinvolti.

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