"L'Isis ha fatto cadere Hagel"

Il Califfato esulta per la defenestrazione del segretario alla Difesa Usa. Ma l'avvicendamento è stato dettato solo da logiche di politica interna

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Chuck Hagel con Barack Obama – Credits: Getty

Per Lookout news

Ad alimentare le polemiche sulle dimissioni del segretario alla Difesa americano Chuck Hagel, annunciate ieri dal presidente Barack Obama, è stato un tweet inviato poche ore fa dagli jihadisti dello Stato Islamico. L’ufficio comunicazione del Califfo Al Baghdadi, molto abile nella propaganda su internet, si è attribuito in 140 caratteri la defenestrazione di Hagel (“Lo Stato Islamico ha fatto cadere il segretario alla Difesa americano”), diffondendo anche delle vignette satiriche per sbeffeggiare la Casa Bianca.

 In queste ore Obama ha però altro a cui pensare. Il segnale di discontinuità che ha voluto dare ai repubblicani e alle potenze impegnate al fianco degli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS, potrebbe infatti non bastare per ridare solidità all’immagine della difesa americana. In Iraq e Siria si continua a combattere ma non è chiaro quali siano la strategia e gli obiettivi finali degli USA. E anche nell’est dell’Ucraina le tensioni continuano a crescere senza che si scorga all’orizzonte alcuna soluzione diplomatica con la Russia.

 Obama aveva comunque bisogno di dare una scossa ai vertici della sicurezza e a farne le spese alla fine è stata la figura considerata più debole. Né il consigliere della sicurezza nazionale Susan Rice, troppo vicina al presidente, né il segretario di Stato John Kerry, impegnato a condurre i complicati negoziati di Vienna sul nucleare iraniano, né il capo di gabinetto della Casa Bianca Denis R. McDonough, potevano essere sacrificati per la causa.

 Sacrificare Hagel non sarà comunque del tutto indolore per Obama. Silurare un repubblicano proprio nel momento in cui i repubblicani si apprestano a prendere il pieno controllo del Congresso somiglia tanto a una ritorsione politica che provocherà certamente mugugni. Bastano le parole del deputato repubblicano della California Howard McKeon per capire già ora che aria tira al Congresso: “L’amministrazione Obama è adesso in cerca del quarto segretario della Difesa da quando si è insediata. Forse per Obama è arrivato il momento di chiedersi se il problema sono i suoi segretari della Difesa o invece lui”.

Perché le dimissioni di Hagel
Scelto due anni fa dal presidente Obama con l’obiettivo di contrastare quella cerchia di funzionari del Pentagono che insistevano per l’aumento delle truppe in Afghanistan e per allentare il rientro dei militari americani dall’Iraq, durante il suo mandato Hagel non è però mai riuscito a imporsi ai vertici della sicurezza nazionale. Ha pagato ad esempio le incomprensioni con Obama sul processo di svuotamento del carcere di Guantanamo, i dissidi con Susan Rice sulla gestione del conflitto in Siria e il rapporto ambiguo con il governo del presidente Bashar Assad.

 Ieri nel congedarlo Obama ha parlato dell’ottimo “lavoro di squadra” svolto dalla Difesa durante il suo mandato, ma in realtà è stata propria l’incapacità di trovare un equilibrio con i vertici della sicurezza nazionale a far fallire Hagel. Già da qualche mese Obama lo aveva scavalcato rivolgendosi direttamente al generale Martin Dempsey per pianificare l’azione militare contro lo Stato Islamico.

 

Cosa accadrà adesso
Con l’intero Congresso contro, la sensazione è che il presidente sarà adesso costretto a un maggiore interventismo in politica estera. Lo ha già fatto in Afghanistan, estendendo a tutto il 2015 la missione militare americana, e adesso potrebbe muoversi in questa direzione sia in Iraq e Siria così come in Ucraina.

Nella top list dei papabili successori di Hagel nelle ultime ore sono circolati diversi nomi, tutti con un passato in posizione di rilievo nella sicurezza nazionale. C’è Michèle A. Flournoy, ex sottosegretario alla Difesa vicino all’ex segretario di Stato Hillary Clinton. C’è Ashton B. Carter, anch’egli un ex vice segretario della Difesa. Altri nomi sono poi quelli del senatore Jack Reed, democratico del Rhode Island ed ex ranger dell’esercito. O ancora il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, e l’ex senatore del Connecticut Joseph Lieberman, le cui idee sarebbero però troppo simili a quelle del senatore John McCain, uno dei principali oppositori dell’amministrazione Obama.

Certo è che scegliere una figura vicina a Hillary Clinton segnerebbe il definitivo endorsement per la futura candidata presidente e la vittoria di quest’ultima nella sfida interna al Partito Democratico tra gli Obama e i Clinton che ha caratterizzato le dinamiche interne e le linee guida della politica dei democrat.

 

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