L'irresistibile ascesa di Donald Trump

Con la vittoria nell’Indiana e il ritiro di Ted Cruz, nella corsa alle primarie non sembrano esserci più ostacoli: it’s gonna be Donald!

 

Per Lookout news

It’s gonna be Donald” titola oggi la CNN. La corsa alle primarie per i repubblicani probabilmente finisce qua. Donald John Trump Senior, dopo la vittoria nello Stato dell’Indiana e il contestuale ritiro di Ted Cruz, è l’uomo che presumibilmente alla convention di luglio del Grand Old Party sarà investito della nomina per la presidenza degli Stati Uniti d’America.

 Chi non credeva possibile che un imprenditore newyorchese prestato alla politica, un battitore libero senza peli sulla lingua, nonché un festaiolo con tre mogli all’attivo e il portafoglio gonfio di dollari potesse sbancare e raccogliere così tanti consensi nel paese, si è sbagliato di grosso.

 Non solo. Vista la sua rapida ascesa nell’agone politico e gl’indici di gradimento dell’imprenditore che continuano a salire, Trump ha sempre maggiori chance di battere anche la sua presunta prossima avversaria democratica, Hillary Rodham Clinton. La quale, invece, è sempre più appannata da una lotta all’ultimo voto con Bernie Sanders, il socialista che piace al popolo dei democrat americani ben più di quanto non piaccia l’ex first lady e Segretario di Stato.

Hillary Clinton in difficoltà
La Clinton - che comunque resta saldamente in vantaggio nelle primarie - paga non poco il logoramento e l’appannaggio della propria immagine, un fatto dovuto anzitutto alla sovraesposizione del proprio ruolo politico, non sempre positivo. E oggi, proprio nel giorno in cui Trump viene investito in maniera semi-ufficiale grazie al ritiro del suo principale competitor, Hillary sbanda ancora perdendo lo Stato dell’Indiana, che va a Sanders.

 Su di lei sembrano pesare sempre più gli anni passati alla Casa Bianca a fianco del marito Bill e soprattutto quelli spesi negli altri centri di potere di Washington D.C., a cominciare dal Dipartimento di Stato, quel ministero degli esteri USA da cui Barack Obama l’ha rimossa in favore dell’attuale Segretario John Kerry a causa di “diversità di vedute” e un rapporto non felice con la famiglia dell’attuale presidente.

 Inoltre, lo scandalo dell’uccisione dell’ambasciatore americano Chris Stevens (avvenuta l’11 settembre 2012 a Bengasi, Libia), così come la controversia circa l’uso spregiudicato delle email private per le comunicazioni ufficiali classificate, non le hanno consentito di svolgere una campagna elettorale serena e al riparo dalle critiche.

 Anche se tutto questo non inficerà l’aggiudicazione delle primarie tra i democratici, è però evidente che la stella di Hillary non brilla nel cielo della politica americana. Mentre Donald Trump, che si destreggia tra commenti caustici e momenti di sobrietà, tra sparate a zero sugli immigrati e spregiudicate tesi di politica estera, appare quanto mai fresco nell’immagine e determinato nella proposta che intende offrire alla nazione.

 

 

L’immagine vincente di Donald Trump
L’immagine che Trump si è costruito intorno, circondato dalla sua famiglia “da copertina” e dal lusso sfrenato tipico dei “golden boys”, è quella dell’uomo vincente che ha realizzato il sogno americano. E, almeno in questo, non c’è niente di più conservatore.

 Non solo. In un momento storico in cui la Russia - che per gli americani è e resta l’unico vero competitor a livello mondiale - propone un modello di presidente “action man”, con un Vladimir Putin che lotta tra le tigri e combatte gli avversari a colpi di judo (oltre a vincere la guerra in Siria), e l’America risponde con la timidezza e la disarmante indecisione con la quale abbiamo visto agire il democratico Barack Obama, ecco che allora l’immagine machista di Donald Trump, uno che non fa sconti a nessuno, che batte i pugni e aizza la folla con parole incendiare, risulta premiante.

 Trump interpreta l’uomo del politicamente scorretto, che non fa il gioco né del partito né delle lobby. Insomma, un personaggio trasversale a tutto, che fa della rottura degli schemi la sua cifra stilistica e il punto di partenza per conquistare la poltrona più ambita del mondo.

 Una strategia che sembra pagare oltre ogni aspettativa, forse perché riflette le domande del popolo americano, che chiede alla politica sempre più trasparenza e sempre meno ipocrisia. Che pretende decisionismo e azione. Che tra le principali inquietudini ha il lavoro e la sicurezza. Tutto ciò è stato ben recepito dal comitato organizzatore di Trump, che sin qui ne ha fatto l’ossatura della campagna, la chiave migliore per tentare di aprirsi un varco nel presente.

 

L’astensionismo, il male oscuro d’America
Del resto, un signore che costruisce palazzi con il colore dell’oro e vorrebbe spianare con il Napalm lo Stato Islamico, non può che apparire attraente agli occhi della popolazione americana, soprattutto a quella parte che se ne infischia dei politici e non va quasi mai a votare. Il male oscuro d’America, secondo molti, resta infatti la partecipazione politica e Donald Trump, che fa leva sui bassi istinti, sembra aver risvegliato dal torpore una quota significativa di cittadini che non credono più nelle istituzioni.

 Non bisogna dimenticare, infatti, che nella democratica America l’astensionismo è una delle più gravi malattie: diversamente dai calcoli ufficiali, che davano un risultato intorno al 62%, secondo dati più stringenti nel 2008 l’affluenza reale alle urne fu intorno al 56% e nel 2012 addirittura al 49%. In termini assoluti, secondo l’American University’s Center for the Study of the American Electorate, circa 131 milioni votarono per eleggere Barack Obama al primo mandato e 122 al secondo, su oltre 230 milioni di aventi diritto al voto. Anche se vi sono discrasie nei calcoli, il 60% dei votanti è comunque un misero risultato per una nazione “campione di democrazia” (in Italia, per dire, mediamente siamo intorno all’80%, anche se in calo nel 2013).

 In definitiva, dunque, se Trump riuscirà a intercettare e rianimare quella parte di popolazione disillusa così come ha fatto con i repubblicani indecisi durante questa campagna elettorale, se riuscirà cioè a portare alle urne anche solo un terzo di quella percentuale altissima di americani che di solito non votano, allora non ci sarà più alcun dubbio: Donald Trump sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti.

 

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