Guerra in Libia, Bengasi
Esteri

Libia, quei pericolosi bombardamenti americani

Operazione avventata che sembra più che altro un regalo alla campagna elettorale di Hillary Clinton

Gli Stati Uniti tornano sul luogo del misfatto e bombardano le postazioni dello Stato Islamico a Sirte, "terra di mezzo" tra la Tripolitania e la Cirenaica e ultimo vero baluardo delle forze jihadiste in Libia.

Questa mossa, che prelude a nuovi raid anche dalla base italiana di Sigonella, è l’ennesima dimostrazione di quanto avventata sia la politica estera di Barack Obama.

In questo caso, infatti, più che le preoccupazioni per l’alto tributo di sangue da parte delle milizie di Misurata, che combattono da mesi contro il piccolo Califfato di Sirte per conto del governo Serraj - senza però riuscire a espugnarlo e con perdite altissime (354 morti e quasi 2mila feriti) - la decisione del presidente Obama sembra piuttosto un regalo alla campagna elettorale di Hillary Clinton.

Ciò che più teme la candidata democratica, infatti, è ritrovarsi la Libia tra gli argomenti sui quali doversi confrontare con Donald Trump di qui a ottobre, visto che fu proprio la Clinton a convincere Obama dell’opportunità dell’intervento contro il colonnello Gheddafi; e che proprio Hillary è stata accusata del tentativo di coprire lo scandalo dell’attacco all’ambasciata americana a Bengasi l’11 settembre 2012, dove morirono l’ambasciatore Christopher Stephens e altri tre diplomatici per l’imperizia e la cattiva gestione delle comunicazioni da parte del Dipartimento di Stato guidato dall'attuale candidata alla Casa Bianca.

Quello che temono gli elettori americani, invece, è un futuro prossimo in cui il nuovo presidente si trovi come prima cosa a inaugurare un’ennesima guerra, obbligando cittadini statunitensi in un impegno militare lontano e dispendioso sotto tutti i punti di vista. E certo l’elettore medio vede molto più incline la Clinton che non Trump nell’arte della guerra. Tutto questo potrebbe danneggiare non poco la campagna finale di Hillary Clinton e convincere a votare repubblicano anche chi non è affatto persuaso dal tycoon newyorchese, ma che non ha alcuna intenzione di sentir parlare di nuove guerre in Medio Oriente.

L’eredità di Obama
Perciò, l’Amministrazione Obama sa che è molto meglio arrivare al voto di novembre con la sconfitta dello Stato Islamico in Libia come trofeo. Meglio ancora, se per quella data sarà cominciata anche la battaglia per Mosul, capitale irachena del Califfato. Sarebbe uno spot elettorale di grande impatto e dall’ampia risonanza in tutti gli Stati Uniti per il partito democratico.

Barack Obama potrebbe così lasciare la Casa Bianca avendo chiuso un capitolo sanguinoso non tanto per gli americani, quanto per l’intera comunità internazionale. Sconfiggere Osama Bin Laden e Abu Bakr Al Baghdadi nell’arco di due mandati e una sola presidenza chiuderebbe idealmente il cerchio della lotta al terrorismo islamico, che dall’11 settembre 2001 a oggi è considerata la principale minaccia alla pace del mondo libero.

Non male come eredità presidenziale. Ma questo sembra più il libro dei sogni che abbiamo ascoltato durante il discorso di Clinton alla convention di Philadelphia, che non un progetto concreto e ben ponderato.

La strategia in Medio Oriente
Nell’orizzonte americano non s’intravedono una vera strategia di lungo corso, né accordi preliminari sul dopo-Sirte, né un contatto costante e continuo con l’altra parte in causa della guerra libica, la Cirenaica del generale Haftar, nonostante le affinità elettive tra quest’ultimo e gli americani.

Solo e ancora tattica a breve termine. Che se da un lato favorirà la liberazione di Sirte, e dunque aumenterà il prestigio del governo di Tripoli nonché la forza delle milizie di Misurata che lo sostengono, dall’altro ha già provocato malumori per l’eccessiva esposizione di Washington nei confronti di una delle due parti contendenti il potere in Libia.

Eliminare lo Stato Islamico dalla Libia è, infatti, solo una tappa del percorso. Dopo bisognerà capire come e chi s’intesterà la guida del paese (ammesso che esso resti unito). Ma quel giorno è ancora lontano e per quell’epoca le elezioni di novembre saranno già belle che passate. Una preoccupazione in meno per Obama, che non intende certo consegnare a Trump e ai repubblicani la Casa Bianca per vedere sconfessato un lavoro costato fatica e sudore per otto lunghi anni in cui il primo presidente nero d’America ha costruito la sua visione con tenacia e ostinazione, pagando anche le scelte sconsiderate di Hillary Clinton quale Segretario di Stato, tra le quali c’è proprio la macchia dell’intervento in Libia nel 2011.

Il confronto con la Russia di Putin
Obama ha scelto in politica estera il "leading from behind", ovvero guidare dalle retrovie con interventi limitati e a basso costo, per non correre il rischio di restare impantanato in un nuovo “Vietnam”, o meglio un nuovo “Iraq”. Come ha fatto in Siria con i curdi e in Iraq con i peshmerga e l’esercito regolare.

Questa scelta si è rivelata solo in parte determinante e niente affatto risolutiva per il Medio Oriente, ma almeno Obama ha avuto il merito di non cedere all’incoerenza. Così, ancora adesso il governo continua imperterrito nella sua tattica che gli ha guadagnato rispetto e consenso in patria. Tuttavia, il “leading from behind” ha avuto come conseguenza anche il ritorno in grande stile sulla scena internazionale della Russia di Vladimir Putin che, esponendosi ben più di Obama, ha oggi la vera leadership in Medio Oriente e coltiva mire espansionistiche anche in Europa.

La forza di Putin nell’era Obama è cresciuta anno dopo anno, mese dopo mese. Il presidente russo è stato capace di mettere in imbarazzo Washington in più occasioni, costringendola spesso a inseguire l’agenda internazionale di Mosca. In fin dei conti, anche l’accordo nucleare con l’Iran - fiore all’occhiello della politica estera dei democratici - si potrebbe rivelare molto più fruttuoso per Mosca che non per Washington. Inoltre, pesa sul Pentagono anche un diminuito ruolo della Nato, che dopo il golpe mancato in Turchia potrebbe avere un alleato strategico in meno e con l’eventuale arrivo di Trump alla Casa Bianca potrebbe addirittura vedere la propria fine.

Così, ecco che i bombardamenti in Libia offrono un assist importante a Hillary Clinton ma non spostano il problema principale del paese, la disgregazione tra Tripolitania e Cirenaica (senza contare il Fezzan tribale), in mano a due differenti tipologie di eserciti, uno composto da milizie fedeli solo a se stesse e occasionalmente d’aiuto per il governo tripolino di Serraj, e l’altro composto da militari di professione supportati da inglesi e francesi e guidati da un generale istruitosi in America che vorrebbe farsi sovrano del paese.

Inserendosi in questo complicato mosaico a suon di bombe, gli americani hanno forse offerto l’occasione ai misuratini per sconfiggere lo Stato Islamico e puntellare il governo di Serraj, ma rischiano di far fare alla Libia la stessa fine della Siria, dove nessuna delle parti in causa riesce a prevalere sull’altra e dove il “leading from behind” non ha minimamente portato i frutti sperati. Obama deve fare in fretta, gli resta poco tempo per cambiare la storia e le sorti di questi grandi conflitti. Sullo sfondo, infatti, restano le ombre lunghe di Vladimir Putin (al quale il tempo invece non manca) e di un imprevedibile Donald Trump.

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