L’aereo caduto nel Sinai e l’incapacità di sconfiggere il jihadismo

Bomba o non bomba, l’escalation è in atto. La saldatura tra le varie anime jihadiste porterà a nuovi sconvolgimenti e a una guerra infinita

aereo russo sinai

Resti dell'Airbus russo precipitato sul Sinai il 31 ottobre 2015. – Credits: EPA/KHALED ELFIQI

Per Lookout news

 C’è il movente, l’intervento russo in Siria. C’è la rivendicazione, un video di quattro minuti dove alcuni membri dello Stato Islamico, forse ceceni, minacciano Mosca in lingua russa e gioiscono per lo schianto dell’aereo distribuendo caramelle. E poi ci sono una serie di anomalie che, dai satelliti radar americani alle scatole nere, se non chiariscono la dinamica aggiungono però forti sospetti sulla matrice terroristica.

Tragedia del Sinai: il video di rivendicazione dell'Isis - Foto
 

Se così fosse, mancherebbero solo la pistola fumante e il chiarimento dell’esatta dinamica perché l’episodio dello schianto del volo Airbus 321 si profili non come un terribile incidente, ma un’azione preordinata. Si aggiunga che stamani, 4 novembre 2015, un aereo cargo russo Antonov 12 si è schiantato poco dopo la partenza in Sud Sudan. Chi è abituato a non credere alle coincidenze, griderà subito all’attentato che, però, come per il volo Metrojet Flight 9268, è ancora tutto da dimostrare.

Ma a questo punto poco importa, se non per rendere giustizia alle vittime del volo Airbus 321 ovviamente. Perché l’effetto che si è generato nell’opinione pubblica è comunque quello di un terrore diffuso, che ha già spinto non poche compagnie aeree internazionali a cambiare le rotte previste, evitando di passare sopra il Sinai, e molti turisti a rivedere i loro piani vacanze.

È in questo modo che l’ennesima tragedia nei cieli, passando dalle zone calde del Medio Oriente arriva dritta fino alla fredda Piazza Rossa ad avvertire il Cremlino del guaio in cui si sono cacciate le forze armate russe, quando hanno scelto di intervenire pesantemente in Siria a fianco del regime di Bashar Al Assad.

Le minacce del terrorismo ceceno
Un intervento certo ben ponderato da Mosca ma che non è avulso da sofferenze e sacrifici che ogni guerra porta con sé. E, dunque, anche da vittime civili. Inevitabilmente, la mossa del Cremlino ha risvegliato anche il terrorismo ceceno che da qualche tempo ha rialzato la testa, galvanizzato dall’opera dei “compagni in armi” del Califfato.

Il 21 giugno scorso, quattro regioni del Nord del Caucaso denominate “Emirato del Caucaso” hanno giurato fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi, il Califfo dello Stato islamico, il quale ha accettato il giuramento e annunciato anche la creazione di alcuni “uffici di ISIS” nella regione, proclamando la nascita del “Wilayat Qawqaz”, ennesima provincia del Califfato, la prima sul territorio della Russia.

L’annuncio è stato preceduto alcuni giorni prima da altre adesioni al Califfato: anche i leader dei gruppi islamici delle regioni di Dagestan, di Cecenia, Inguscezia e KBK (Kabarda, Balkaria e Karachay), sono ormai riuniti sotto la bandiera nera dello Stato Islamico.

Lo zampino di Al Qaeda e il riavvicinamento all’ISIS
Il che porta a ritenere che, nonostante resti in piedi l’ipotesi dell’incidente aereo, il terrorismo islamico guardi con sempre maggiore aggressività a Mosca, e non è da escludere che vi sia chi progetta una nuova ondata di attentati terroristici contro gli interessi russi.

 Pur tuttavia, lo Stato Islamico ha sempre agito secondo logiche differenti, discostandosi nei metodi tanto dal terrorismo ceceno quanto da Al Qaeda, e ha sempre preferito puntare non tanto all’attentato spettacolare quanto piuttosto allo scontro militare diretto, con il fine più pragmatico di conquistare un territorio effettivo.

 Secondo questa logica, inquieta allora la dichiarazione del numero uno di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, fanatico integralista erede di Osama Bin Laden, che più volte ha rinnegato lo Stato Islamico e il Califfo stesso come un impostore, ma che in quest’ultima settimana ha rilasciato una dichiarazione in cui il medico egiziano apreinaspettatamente all’ISIS, incitando i musulmani a creare un fronte comune dei jihadisti dalla Turchia all’Africa per contrastare Russia e Occidente sia in Siria che in Iraq.

 Forse che l’attentato nel Sinai - se di questo si è trattato - è opera di Al Qaeda? A differenza dello Stato Islamico, infatti, l’internazionale qaedista è in grado di pianificare e portare a compimento simili operazioni terroristiche. Anzi, come ben sanno i newyorchesi, è una loro specialità.

L’Egitto alla prova di forza
In ogni caso, chi ha da temere più di tutti in questo momento non è la Russia di Putin, che avendo deciso di intervenire in questo vespaio è pronta ad accettarne le conseguenze, ma l’Egitto dei militari. L’ex generale e oggi presidente Abdel Fattah Al Sisi ha seccamente smentito il coinvolgimento della Wilayat Sinai, il gruppo fedele allo Stato Islamico un tempo noto come Ansar Beyt al-Maqdis e oggi come Provincia del Califfato in Sinai, nello schianto del volo Airbus 321.

Finora, le cellule jihadiste del Sinai si sono limitate a sferrare attacchi contro le istituzioni e le forze di sicurezza egiziane (più di 600 i morti), ufficialmente per vendicare le oltre 1.400 vittime della repressione esercitata dal governo del presidente Al Sisi contro i sostenitori della Fratellanza Musulmana. Ma da qualche tempo a questa parte, hanno alzato il tiro e sono arrivati a minacciare anche la popolazione civile, come dimostra la strage sventata a Luxor il 10 giugno scorso.

L’impianto jihadista operativo in quest’area dell’Egitto ha beneficiato non poco dell’affiliazione all’ISIS, compiendo da allora un salto di qualità sul piano logistico e guadagnandosi la fiducia di centinaia di miliziani che continuano ad arrivare nel Sinai eludendo i controlli al confine tra l’Egitto e i territori palestinesi. A guidare questo nuovo corso sarebbe un religioso egiziano conosciuto come Abu Osama al-Masry, spalleggiato da ex soldati delle forze speciali che hanno abbandonato l’esercito.

Al Sisi è così alle prese con tre sfide contemporanee: ISIS nel Sinai, i Fratelli Musulmani nell’Egitto centrale, i ribelli islamici libici alle frontiere occidentali. Sono gruppi diversi, per tipo di attività e per modo di operare, ma in comune hanno l’ideologia jihadista, che punta a far collassare l’attuale assetto sociale e istituzionale per spaccare l’Egitto e trasformarlo in un paese confessionale.

Nuove tecniche di guerriglia
In conclusione, l’intervento russo in Siria ha prodotto un’intensificazione dei combattimenti nel quadrante siriano e un’escalation militare che pare aver ricompattato i vari fronti jihadisti, i quali per puro opportunismo hanno tutta la convenienza a fare temporaneamente un fronte comune per scontrarsi con i sostenitori del regime di Bashar Al Assad: Jabhat Al Nusra, il Fronte Islamico (o Esercito della Conquista) e il Califfato, possono combattere insieme fintanto che gli “invasori” non avranno lasciato la loro terra.

Il che implica anche la possibilità di assistere a nuove tecniche di guerriglia. Insomma, sempre più uomini, sempre più armi e sempre più sangue. Sinora è questa l’unica certezza che traghetta la Siria nel quinto anno di guerra.

 

 

 

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