La secessione dell’Iraq, unica possibilità

Gli Stati Uniti non hanno più né la forza né la volontà di intervenire nella crisi irachena. Per evitare disastri meglio accettare la ripartizione del Paese 

Soldati iracheni in perlustrazione – Credits: EPA/ALAA AL-SHEMAREE

per Lookout News

Diciamo la verità, gli Stati Uniti non hanno vinto la Guerra Fredda per i loro meriti nella battaglia politica che li ha contrapposti ai sovietici nel secondo dopoguerra. Nel 1991 sono rimasti soli sul ring della geopolitica semplicemente perché l’avversario ha abbandonato il campo, implodendo. Così, da quella data, gli USA sono rimasti l’unica superpotenza nel campo delle relazioni internazionali.

Ma dopo il 1991 gli Stati Uniti non sono stati più in grado di dare un reale contributo alla stabilità mondiale, nonostante la radicata convinzione di possedere la superiorità morale e il diritto-dovere di agire ovunque in nome e per conto della democrazia.

Dalla Somalia al Kosovo, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan all’Ucraina, gli Stati Uniti hanno continuato a interpretare questo ruolo, intervenendo spesso a gamba tesa in situazioni delicate, per poi ritirarsi lasciando i Paesi coinvolti in condizioni peggiori rispetto a quelle in cui si trovavano prima dell’intervento. Come in Iraq. Non proprio un ottimo risultato.

La visione di Obama su Iraq e Ucraina

Oggi, alla guida della nazione più forte al mondo c’è Barack Obama. Il presidente americano - che pur si è dimostrato il più restio alla politica dell’interventismo che ha contraddistinto la politica estera statunitense del secondo Novecento - nella sostanza non modifica il senso generale della presunzione di superiorità made in USA.

Il suo pensiero è sintetizzabile nel famoso discorso di West Point, dove Obama ha tracciato le linee guida della ‘sua’ politica estera, sostenendo che “l’America dovrà sempre guidare la scena mondiale” perché “se non lo facciamo noi, nessun altro lo farà”.  

Eppure, per Obama questo non si traduce automaticamente in interventismo: “Solo perché abbiamo il miglior martello, non significa che ogni problema è un chiodo”. Ecco dunque il nuovo atteggiamento degli Stati Uniti, usato tanto nei confronti della Siria quanto dell’Iraq di oggi: apparentemente prudenziale, può invece essere foriero di nuove sciagure per questi popoli.

Gli USA e il caso iracheno

In Iraq, più di un intervento militare è stato fatto, ma l’atteggiamento USA è rimasto incomprensibilmente immutato: nel 1991, dopo aver sconfitto e buttato fuori dal Kuwait l’armata di Saddam Hussein, il presidente Bush padre illuse la maggioranza sciita dell’Iraq (sottoposta da decenni al regime del partito baathista e sunnita di Saddam) convincendola che le forze americane avrebbero assicurato loro protezione. 

Gli sciiti allora si ribellarono al dittatore, ma l’ombrello aereo americano promesso si dissolse come neve al sole e Saddam, fresco della sconfitta in Kuwait, si sfogò impunemente sugli insorti sciiti, massacrandone a migliaia. Segnati da questa esperienza, gli sciiti iracheni non festeggiarono il ritorno degli americani nel 2003. Al loro posto festeggiarono i sunniti, stanchi del regime di Hussein. 

I sunniti, però, divennero rapidamente rivoltosi, grazie alla mossa politicamente suicida del proconsole americano in Iraq, Paul Bremer, che dalla sera alla mattina sciolse l’esercito di Saddam e licenziò tutti i dipendenti pubblici iracheni, nel quadro di un programma di “de-baathizzazione” che avrebbe dovuto trasformare l’Iraq in una democrazia e che invece lo trasformò in un campo di battaglia nel quale persero la vita oltre 5mila soldati americani. 

Accettare o non accettare la secessione? 

Dunque, quell’intervento non ha risolto la tripartizione etnico-religiosa dell’Iraq sunniti-sciiti-curdi e non si è formata nessuna nuova classe dirigente, frutto di una sana collaborazione politica tra le tre anime del Paese. 

Notare che i sunniti che minacciano Baghdad non hanno combattuto né sembrano avere intenzione di combattere contro i curdi del nord-est, ma si sono presi quella porzione di territorio che è quasi esclusivamente a maggioranza sunnita e verosimilmente non attaccheranno mai Bassora e le altre roccaforti sciite del sud. E se dovessero conquistare Baghdad, forse neanche si spingerebbero nel quartiere di Sadr City, fortilizio impenetrabile e cuore dell’Iraq sciita. Come a dire, è meglio concordare tra le parti che l’Iraq non esiste più e spartirsi ciascuno il proprio territorio.

Nonostante buona parte del giornalismo occidentale parli ancora di milizie di Al Qaeda, infatti, gli insorti sunniti che stanno conquistando l’Iraq e sterminando gli sciiti non sono altro che gli stessi “insurgents” che si ribellarono allora agli americani e che oggi, vista l’incapacità del governo sciita di Al Maliki di trovare forme di coesione in un Iraq multietnico, preferiscono scegliere la strada della secessione. Proprio come i curdi del nord-est.

Perché mai gli USA dovrebbero continuare a insistere con i piani calati dall’alto? Perché mai sclerotizzarsi su confini che quei popoli stessi non riconoscono? Perché fomentare le popolazioni alla ribellione, per poi lasciare le cose a metà solo perché manca un’exit strategy lucida dalle crisi nelle quali s’interviene o si minaccia di intervenire? 

L’isolazionismo da ritrovare

In conclusione, la dottrina Obama sembra essere quella dell’intervento perennemente minacciato, ma mai portato a termine nella cornice di una strategia chiara e a lungo termine. Però, nelle relazioni internazionali le parole hanno sempre un senso e spesso promesse fatte senza riflettere (ricordate la “red line” in Siria?) possono provocare gravi danni, se non sono sostenute poi da azioni coerenti.

Oggi gli Stati Uniti non hanno né la forza né la volontà per intervenire militarmente né in Ucraina né in Siria né in Iraq. Forse è giunto il momento per la superpotenza di tornare a quell’isolazionismo e a quella dottrina Monroe che le ha consentito di diventare grande concentrandosi sui problemi, tanti, interni al proprio immenso confine.

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