L'intervista ad Assad e le illusioni di un dittatore

 La guerra incalza, il regime riprende posizioni grazie a Hezbollah e minaccia Israele grazie al sostegno russo. I colloqui di pace già vacillano 

Bashar Hafiz al-Assad

Bashar Hafiz al-Assad

Per Lookout news

 

Purtroppo, è impossibile non continuare a parlare di Siria ed è anzi oggi sempre più necessario tenere l’attenzione viva sulla vicenda, poiché il conflitto si aggrava ed è ormai entrato nella sua fase più calda. Damasco negli ultimi tre giorni ha lanciato un’imponente controffensiva nel Paese - forse confortato anche dall’appoggio della Russia che le ha appena inviato un vero e proprio sistema missilistico antinave (Yakhont) - e dalla solidarietà incondizionata dei miliziani di Hezbollah, il “partito di Dio” libanese la cui ala militare è impegnata nel conflitto al fianco delle truppe del regime. Grazie al loro aiuto, infatti, al momento ha riconquistato Qusair, cittadina al confine col Libano, assicurandosi con ciò il collegamento con il mare via Tartus, la roccaforte del regime dove è presente un imponente contingente navale russo.

Bashar Assad ha ordinato anche di spostare altre batterie di missili (Tishreen) orientandole contro Tel Aviv e avvertendo Israele che Damasco colpirà duramente l’esercito della stella di David, in caso di un nuovo raid in territorio siriano.

Assad torna a farsi vedere in pubblico
Non solo: il presidente che l’Occidente e buona parte del mondo arabo vorrebbero deporre a tutti i costi, è tornato a farsi vivo in pubblico, concedendo un’intervista dall’interno del Palazzo Presidenziale della capitale, alla presenza di alcuni giornalisti della stampa internazionale. Assad ha voluto ribadire un solo semplice concetto: “Rinunciare sarebbe come per un capitano fuggire dalla nave, io resto fino alle elezioni presidenziali del 2014”, con ciò fugando ogni dubbio su quanto sperato dalle Nazioni Unite che solo pochi giorni prima avevano approvato una risoluzione nella quale si chiedeva l’allontanamento del presidente e la sua sostituzione.

E ha voluto rispondere chiaramente al giro di valzer delle cancellerie delle Grandi Potenze, che nel frattempo stanno approntando numerosi colloqui bilaterali (protagonisti, i “big” Putin, Erdogan, Obama, Netanyahu e Ban Ki Moon) per gestire il dossier siriano e organizzare dei colloqui di pace per giugno, alla presenza di rappresentanti sia del regime sia dell’opposizione siriana. Circa un’eventuale conferenza di pace, Assad ha detto: “speriamo in un incontro internazionale, ma non sono in molti a volerlo sull’altro fronte” passando così la palla ai suoi nemici.

 

Gli Stati Uniti alle prese con i problemi di politica interna
Il naufragare di questo tentativo di conciliazione era scontato e facilmente prevedibile. Ma è servito, almeno agli Stati Uniti, per prendere tempo, visto che Barack Obama non è proprio in un buon momento e in questi giorni deve ripiegare sulla politica interna, da quando gli è scoppiato in casa un doppio scandalo: quello delle intercettazioni ai danni dell’agenzia di stampa Associated Press (il Dipartimento di Giustizia USA avrebbe spiato, intercettandoli telefonicamente, una ventina di giornalisti dell’agenzia, dopo che era trapelata la notizia di un’operazione della CIA in Yemen)  e quello dell’Internal Revenue Service (IRS), ovvero l’agenzia governativa responsabile della riscossione delle imposte, che ha ammesso di aver deliberatamente preso di mira ben 75 gruppi fiancheggiatori del Tea Party (il movimento politico vicino ai Repubblicani, che ha dato filo da torcere al presidente durante la campagna elettorale per la rielezione). Senza entrare nel merito della spy-story che ha visto Mosca non soltanto smascherare un agente americano sotto copertura, ma che giorni dopo ha fatto anche il nome del capo della CIA in Russia, Stephen Hall, bruciando così l’intera “stazione di Mosca”.

 

Le speranze di Assad
Bashar Assad spera ora di avere nuovamente il coltello dalla parte del manico e vuol tentare di recuperare la situazione in cui s’è cacciata la Siria ma si illude, come già fu per Gheddafi, se pensa che i ribelli desisteranno. Il suo problema principale, infatti, sono i Paesi che lo vorrebbero morto o in fuga. Su tutti, il Qatar: il governo di Doha negli ultimi due anni ha destinato oltre 3 miliardi di dollari all’opposizione siriana, comprando anche ex sostenitori del regime di Damasco e offrendo 50mila dollari a testa a chi si “converte” alla causa dei ribelli. Ribelli i quali ricevono ogni mese dal Qatar uno “stipendio” di 150 dollari, senza parlare delle armi che Doha invia attraverso un ponte aereo che passa dalla Turchia, cui contribuiscono anche Arabia Saudita e gli stessi Stati Uniti.

“Ci sono numerosi fattori esterni che hanno influenzato negativamente la questione - ha chiosato Assad - e la più importante è l'interferenza straniera. Sostenendo i militanti, gli Stati stranieri pensavano di poter avere successo nel giro di poche settimane o mesi. Ma il popolo siriano ha resistito. E continua a respingere ogni forma di ingerenza. Si tratta di salvaguardare la Siria” ha detto Assad ai microfoni della stampa internazionale. Che - per inciso - ha rivelato di non sapere niente sulla sorte del giornalista italiano scomparso, Domenico Quirico, di cui adesso si teme il peggio. La sorte di Assad invece pare più chiara: la fine dei dittatori non è mai gloriosa.

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