Israele al voto: la posta in palio

Il direttore di Shalom Giacomo Khan spiega errori e prospettive delle elezioni legislative nello Stato ebraico

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Un cartellone elettorale elettronico a Tel Aviv – Credits: GETTY

Per Lookout news

In Israele urne aperte oggi, martedì 17 marzo, per l’elezione dei 120 membri della Knesset, il parlamento israeliano. Al voto sono attesi quasi sei milioni di israeliani. Gli ultimi sondaggi danno in testa l’alleanza di centrosinistra Unione Sionista (tra i 24 e i 26 seggi) formata dal Partito Laburista di Yitzhak Herzog e da Hatnuah dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Dietro insegue il partito di centrodestra Likud del premier Benjamin Netanyahu, che potrebbe ottenere tra i 21 e i 23 seggi.

 

Le altre formazioni in corsa sono Yisrael Beiteinu e Ha-Bayit Ha-Yehudi, partiti nazionalisti di destra guidati rispettivamente dal ministro degli Esteri Avigdor Lieberman e dal ministro dell’Economia Naftali Bennet, i centristi Yesh Atid e Kulanu, Meretz (sinistra), Shas (comunità ultra-ortodossa sefardita) e United Torah Judaism (comunità askenazita). Alcuni di questi partiti oscilleranno attorno alla soglia dei 10 seggi e saranno fondamentali per la formazione della coalizione del nuovo governo. Discorso a parte vale per la Lista Araba Unita costituita da tutti i principali partiti arabi di Israele, che difficilmente avrà un ruolo nelle trattative per la formazione dell’esecutivo.

 Lookout News ha analizzato le elezioni israeliane con Giacomo Khan, direttore del mensile di cultura ebraica Shalom.

 

Che risultato si aspetta da queste elezioni?

Solo una cosa al momento è certa. Chiunque vincerà tra l’Unione Sionista e il Likud, non andrà oltre una maggioranza relativa e quindi dovrà formare una coalizione per riuscire a governare.

 

Come valuta la campagna elettorale dei principali partiti?
Tutte le formazioni in corsa hanno incentrato la campagna elettorale fondamentalmente su due macroargomenti, la politica interna e quella estera. Sulla prima questione pesa la crisi economica che sta interessando anche Israele. In queste settimane si sono tenute diverse manifestazioni soprattutto contro il carovita. Per quanto riguarda le vicende estere, invece, contano due situazioni su tutte: le trattative con i palestinesi ma soprattutto il programma nucleare iraniano. Il premier Netanyahu si è esposto molto sulla questione. Nel suo intervento al Congresso americano ha parlato di questa minaccia e ha avvertito del rischio il mondo occidentale. L’Occidente però continua a dare troppo credito a un regime che invece sull’argomento del disarmo nucleare sta continuando a giocare a carte coperte.

 

La scelta di incentrare la campagna elettorale su questo argomento andrà a favore di Netanyahu?
Non dimentichiamo che il diritto di Israele di reagire a questo pericolo non è rivendicato solo da Netanyahu ma da tutti i partiti che partecipano a queste elezioni, a eccezione della Lista Araba Unita. Davanti a un problema di difesa nazionale, la politica e il popolo israeliano si sono mostrati compatti. D’altronde, l’Iran finanzia e sostiene gruppi terroristici nello Yemen, in Siria e in Libano. Recentemente ha provato a inviare loro navi cariche di armi. Eppure, nonostante si tratta di un regime che utilizza questi metodi per esportare oltre i propri confini la propria rivoluzione islamica, l’Occidente continua a dialogarci.

Cedendo sulle sanzioni economiche USA e UE sperano di ottenere da Teheran un passo indietro sul suo programma nucleare. Il problema però, come ha spiegato Netanyahu, è che l’accordo su cui si sta lavorando a Vienna non eliminerà la minaccia perché al massimo impedirà all’Iran di lavorare sull’atomica solo nei prossimi dieci anni. Ecco perché non intervenire oggi significherebbe essere incapaci di reagire domani.

 

La coalizione di centrosinistra guidata da Herzog è data in testa. Secondo lei sarà in grado di formare un nuovo governo?
Il centrosinistra alla fine potrebbe riuscire a sfruttare a proprio favore l’immagine un po’ appannata di Netanyahu. Il premier recentemente è stato colpito da scandali legati a delle spese fatte con i soldi dei contribuenti. Si tratta di piccole cose rispetto a quello che ad esempio accade in Italia, montate però ad arte contro di lui da una parte dei media israeliani. Nonostante ciò, Herzog e i leader degli altri partiti non sono riusciti a far emergere una leadership alternativa forte. Paragonati ai leader del passato, sono molto meno carismatici. Comunque vada a finire, il vincitore sarà un vincitore azzoppato e avrà bisogno del sostegno di altri partiti per poter governare.

 

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Nelle ultime settimane ci sono state fughe di notizie contro Netanyahu anche da ambienti vicini al Mossad (i servizi segreti israeliani, ndr). Come lo spiega?
Si tratta di fughe di notizie strumentali. Sono uscite abbastanza comuni nel periodo pre-elettorale. Non intaccheranno minimamente la tenuta del Mossad.

 

Cosa si aspettano USA ed Europa da questo voto anche alla luce delle ultime dichiarazioni di Netanyahu, il quale ha affermato che se vincerà non consentirà la creazione di uno Stato Palestinese?
Per l’Europa sembra che il centro di tutti i problemi del mondo siano sempre i rapporti tra Israele e Palestina. La guerra in Siria e Iraq e la minaccia di ISIS in Medio Oriente e nel Mediterraneo dimostrano però che non è così. Il dialogo al momento è bloccato perché le autorità palestinesi si rifiutano di accettare delle condizioni di sicurezza poste da Israele. Mi riferisco alla gestione dei confini e alla strategia da attuare qualora dovessero rientrare dall’estero circa 5 milioni di palestinesi, prospettiva che stravolgerebbe l’assetto demografico dello Stato di Israele. Prima di qualsiasi accordo, l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndr) deve dimostrare di essere un’organizzazione democratica prendendo realmente le distanze da Hamas, che invece è un’organizzazione estremista islamica.

 

L’Italia, invece, come guarda a queste elezioni?
Tutti gli ultimi governi che si sono succeduti in Italia si sono dimostrati equilibrati rispetto alla questione israelo-palestinese. Anche se il parlamento italiano ha presentato delle mozioni per il riconoscimento dello Stato Palestinese, al contempo ha ribadito l’urgenza che Israele abbia delle garanzie per la sicurezza del suo territorio. È legittimo che si riconosca ai palestinesi la prospettiva di avere uno Stato autonomo. Ma sia chiaro che questa prospettiva non deve essere quella di creare poi una piattaforma in cui dare spazio a gruppi di estremisti come lo Stato Islamico. Israele non può permettere che ciò accada.

 
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