Iraq, si può defenestrare il premier Al Maliki?

Il primo ministro sciita rifiuta la proposta americana di un governo di unità nazionale. I sunniti dell’ISIS stringono nuove alleanze con Jabhat Al Nusra in Siria. La guerra dei Trent’Anni dell’Islam può proseguire

Il premier iracheno, Nouri Al-Maliki – Credits: Olivier Douliery-Pool/Getty Images

per Lookout News

Gli Stati Uniti stanno meditando un cambio al vertice dello Stato iracheno e propongono un governo di unità nazionale. Lo hanno chiesto esplicitamente, anche se prima di tutto in forma riservata, al governo sciita di Baghdad minacciato dalle forze sunnite dell’ISIS, i cui tamburi di guerra risuonano già alle porte della capitale. Ma il premier in carica, Nouri Al Maliki, non ne vuole sapere, a maggior ragione dopo aver incassato il sostegno da parte della Russia di Vladimir Putin, al quale adesso chiede anche appoggio militare.

Le elezioni parlamentari dello scorso 30 aprile - che dovevano assegnare i 328 seggi del Consiglio dei Rappresentanti, che a sua volta elegge il presidente e il primo ministro iracheno - hanno certificato la vittoria della coalizione guidata da Al Maliki, l’Alleanza per lo Stato di Diritto, formata da 7 partiti, prevalentemente sciiti e laici, a cui si sommano anche candidati indipendenti. 

La coalizione ha conquistato direttamente 92 seggi per un totale di quasi 120 con quelli attribuibili agli alleati, ottenendo tre seggi in più rispetto alle precedenti elezioni. Gli oppositori sciiti di Al Maliki hanno raggiunto invece quota 60 seggi, i curdi 53 e il raggruppamento dei sunniti in totale se ne è aggiudicati altri 60 (la maggioranza assoluta corrisponde a 165 seggi).

Inoltre, nell’ultima tornata di aprile Maliki stesso, candidato nelle liste di Baghdad come parlamentare, ha ottenuto 721.000 voti, cifra che corrisponde al più alto voto personale mai raggiunto da un politico iracheno e che supera anche i 622.000 voti raccolti nel 2010.

- Non basta vincere le elezioni in Iraq

Il premier, dunque, ha vinto le elezioni ed è sembrato avere strada libera verso il terzo mandato, almeno fino alla comparsa di ISIS e della sua irresistibile marcia armi in pugno verso Baghdad: insurrezione esplosa proprio dopo che il risultato elettorale non è sembrato in grado di garantire equa rappresentanza alla minoranza sunnita e una altrettanto equa spartizione dei poteri. 

Questo ha certamente cambiato il quadro generale della situazione e messo spalle al muro il governo, pressato perché faccia un passo indietro da Occidente, che chiede più spazio per tutti i partiti, sunniti in primis, e spinto invece verso la fermezza da Oriente. Aver perso il controllo dell’Iraq settentrionale non depone certo a favore di una serena prosecuzione del mandato e questo tirare per la giacca il primo ministro è foriero di nuovi guai per l’intero Paese.

In ogni caso, Al Maliki non ha alcuna intenzione di formare un governo di unità nazionale. Se il suo rapporto con i curdi è pessimo, quando non inesistente, quello con i sunniti è ancora peggio: averli esclusi dalla scommessa democratica del post-Saddam, in un’ottica di rinnovamento delle istituzioni, è stato senz’altro un passo falso e uno dei fattori che hanno scatenato l’opposizione armata odierna, dove insieme ai rivoltosi dell’ISIS militano numerose anime del sunnismo un tempo moderato, ex militari e membri del partito Baath di Saddam che lottano per una rappresentanza della loro comunità. 

- La democrazia in Medio Oriente

Maliki ha ragione nel non voler cedere il potere quando afferma che se l’Iraq è una democrazia, allora bisogna rispettare il voto. Anche se dimentica che c’è la guerra. Piegarsi ai diktat stranieri per lui sarebbe “rubare voti agli elettori” e commettere “un colpo di Stato contro la Costituzione e il processo politico”. Un po’ lo stesso argomento usato dal presidente Bashar Assad in Siria e che vorrebbe ammutolire gli “esportatori di democrazia” americani, i quali chiedono a entrambi i leader di dimettersi. 

Così non la pensa l’Iran sciita: Teheran continua a sostenere incondizionatamente Maliki, utilizzando per questo anche una serie di gruppi di pressione come l’Organizzazione Badr e Asaib Ahl al-Haq (Lega dei Giusti). Per gli Ayatollah, infatti, lo sciismo che resiste al potere in Siria e in Iraq è l’unica salvezza per presidiare regioni fondamentali del Medio Oriente e non perdere terreno nel confronto storico con i sunniti. 

Gli americani, nel lasciare l’Iraq, si aspettavano di veder germogliare l’unità nazionale dopo decenni di dittatura. Ma tutto quel che è stato fatto in Iraq dal 1991 a oggi, ha invece minato le basi stesse del riscatto sociale e solidale di questo Paese. Al punto che molti oggi pensano che questo non sia più neanche uno Stato, ma corrisponda ormai a tre diverse regioni da spartire tra i gruppi etnici relativi: il nord-est ai curdi, il centro-nord ai sunniti e il centro-sud agli sciiti. Ovvero, l’attuale posizione su cui si sono assestati gli eserciti in lotta.

- La guerra in corso

Resta da vedere quali forze prevarranno sul campo. Mentre infatti a livello politico Maliki resiste e attende giorni migliori nella speranza di schiacciare la rivolta con l’aiuto degli USA o della Russia, ma soprattutto dell’Iran e del regime siriano (che già sconfinano e bombardano postazioni degli insorti), i sunniti di ISIS hanno stretto una nuova alleanza con le milizie jihadiste di Jabhat Al Nusra che operano in Siria contro Assad.  

Questo patto non è da sottovalutare - soprattutto per il fatto che fino a pochi mesi fa i due gruppi si combattevano violentemente - e dimostra quanto lo scontro tra sunniti e sciiti sia ormai una guerra internazionale che si estende dall’Iraq alla Siria, fino a lambire Libano e Giordania. 

Questo significa anche che la soluzione del problema non è circoscrivibile a un regime change e che solo la vittoria sul campo potrà mettere la parola fine a questo disastro del XXI secolo. A meno che non si riescano a sigillare nuovi inediti confini, nell’ottica di quel “cuius regio, eius religio” che caratterizzò la nascita dei moderni stati nazione europei. Così, la storia si ripete e una guerra dei Trent’Anni dell’Islam è in pieno svolgimento, dove al posto di cattolici e protestanti oggi vi sono gli sciiti e i sunniti. Prima lo si comprende, prima si arriverà a una soluzione.

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