In un libro tutto il passato fiscale e finanziario di Donald Trump

La carriera del leader GOP tra sconti fiscali e aiuti di stato: dopo l'inchiesta del NYT, USA vs Trump racconta un pezzo di storia mai raccontato prima

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Donald Trump in un momento del dibattito con Hillary Clinton, Hofstra University, Hempstead, New York, 26 settembre 2016 – Credits: Drew Angerer/Getty Images

Per Lookout news

Trump non ha pagato le tasse per diciott’anni a causa di una perdita economica di quasi 916 milioni di dollari dovuta ai suoi tre casinò di Atlantic City e a due altri insuccessi commerciali, relativi all’acquisto dell’Hotel Plaza di New York e agli investimenti nel settore delle compagnie aeree.


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 Quest’accusa proviene nientemeno che dalle colonne dell’autorevole quotidiano New York Times, mai come oggi vicino ai Clinton e che in più occasioni ha esortato la popolazione americana a votare per Hillary e per i democratici.

 Dopo una lunga ricerca, iniziata scartabellando gli ormai celebri Panama Papers (un fascicolo di ben 11,5 milioni di documenti riservati creato da Mossack Fonseca, studio legale panamense che si occupa di società e conti offshore) e non ancora finita, il NYT ha scovato anche le dichiarazioni dei redditi del tycoon newyorchese. C’è chi maligna che per l’operazione – volta a screditare il candidato repubblicano – sia stata cooptata addirittura Marla Maples, la seconda moglie di Trump, che all’epoca dei fatti stava ancora insieme a lui e la cui firma compare nelle dichiarazioni dei diritti incriminate.

Pubblicandone solo una parte, il NYT ha così fornito una versione dei fatti, sia pure incompleta, che non è stata smentita neanche da Donald Trump. Questo perché il dato centrale è che Trump non ha evaso le tasse, ma si è servito di un’apposita legge fiscale, un vantaggioso tax code che concedeai contribuenti molto ricchi una detrazione fiscale in caso di perdite ingenti, come nel caso oggetto d’indagine, che si riferisce all’anno fiscale 1995. Queste le parole di “The Donald” apparse su Twitter subito dopo le rivelazioni apparse sul prestigioso quotidiano americano: “Conosco le nostre complesse leggi fiscali meglio di chiunque altro abbia mai corso per la presidenza, e sono il solo che può correggerle”.

 Nel libro USA vs Trump (Lookout Group) – che sarà presentato oggi alle 14:30 alla Camera dei Deputati in Aula Commissione Esteri alla presenza del presidente della Commissione Fabrizio Cicchitto, di Lucio Caracciolo (Direttore LIMES), Paolo Magri (Direttore ISPI) Ciro Sbailò (Costituzionalista) e Massimo Teodori (americanista) – si ricostruisce la storia imprenditoriale del candidato repubblicano e di come la sua scalata verso il successo abbia conosciuto alti e bassi, sconti fiscali e aiuti di stato.

 Ecco un estratto, basato sul libro The Self-Made Myth di Brian Miller e Mike Lapham, che ricostruisce proprio il delicato passaggio degli anni Novanta su cui indaga il New York Time

[…] Nel 1974 Donald succedette al padre nell’organizzazione. Nei quindici anni successivi poté espandere e innovare la società di famiglia, diversificando l’offerta immobiliare acquistando palazzi, campi da golf, hotel, casinò e altre strutture ricreative. Nel 1980, Donald creò la Trump Organization per gestire al meglio questi immobili, ma già nel 1990 la nuova società si ritrovò con un debito tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari. Il salvataggio della società fu possibile solo grazie a un accordo raggiunto ad agosto di quell’anno con ben 70 banche che gli permisero di stipulare una seconda e una terza ipoteca su quasi tutte le proprietà, fidando solo sul miliardo di patrimonio personale di Donald Trump. Il grande rischio assunto dalle banche gli garantì di evitare la bancarotta e di rimettersi in pista.
Nel 1995, infatti, Trump quotò la Trump hotels & Casino Resorts Inc. in borsa e ricevette così una notevole spinta finanziaria, grazie anche al placet della Security and Exchange Commission (SEC), l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza sugli scambi finanziari. Trump vendette inizialmente 10 milioni di azioni a 14 dollari per azione e poi nel 1996 vendette 13,25 milioni di titoli a 32,5 dollari ciascuno. Questo garantì alle società di Trump una stabilità e una legittimazione nel mondo, attraverso investimenti altrimenti impossibili data la situazione finanziaria di partenza.

 Nel suo libro The America we deserve (L’America che meritiamo) pubblicato nel 2000, Donald scrive che “la più grande minaccia al sogno americano è l’idea che i sognatori abbiano bisogno di uno sguardo indagatore e un controllo stretto. La prima cosa per noi è assicurarci che il settore pubblico si limiti”, di fatto disconoscendo i vantaggi ricevuti dal sistema pubblico americano».

I segreti fiscali di Donald Trump svelati dal New York Times
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