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Il golpe in Libia e la fine delle illusioni

Blindati nella capitale Tripoli e bombardamenti a Bengasi certificano il caos del post-Gheddafi. Il generale Haftar, vicino agli USA, guida gli ufficiali alla presa del potere

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È definitivamente sfumata la speranza che teneva la Libia legata all’idea di poter cavare qualcosa di buono dalla guerra civile scatenata nel 2011 contro il Colonnello Gheddafi, deposto col sangue e con pesanti bombardamenti anglo-franco-americani. L’ingovernabilità è ormai il tratto caratteristico di Tripoli, sconvolta nel fine settimana dall’ingresso di blindati e paramilitari che hanno annunciato la sospensione del Congresso nazionale generale (GNC), ovvero il Parlamento libico.

 

Non è la prima volta quest’anno che il Parlamento viene attaccato: in almeno due casi precedenti, ribelli armati erano entrati nei corridoi della sede istituzionale del potere libico, sparando e impedendo ai deputati di svolgere il loro difficile compito democratico. Dall’agosto 2012, quando il Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT) cedette il potere alla nuova Assemblea congressuale (la GNC, eletta il 7 luglio con le prime votazioni democratiche dopo quarant’anni), la crisi politica non si è mai arrestata né tantomeno è stata garantita la sicurezza, soprattutto a causa delle crescenti spinte secessioniste provenienti dalla Cirenaica.

 Dopo il difficile premierato di Ali Zeidan - da novembre 2012 a marzo 2014, durante il quale il primo ministro è stato prima rapito da milizie separatiste e poi è fuggito in Europa - il Paese è passato in mano prima al ministro della Difesa, Abdullah Al Thinni, e poi al giovane imprenditore Ahmed Maetiq, attuale premier.

 Ma nel fine settimana è tornato a farsi vivo Khalifa Haftar, generale in pensione che viene additato come responsabile dell’attacco contro il parlamento di Tripoli e che a Bengasi è stato protagonista di una sanguinosa azione contro non meglio definiti “gruppi di terroristi”, che ha provocato almeno due morti e oltre una cinquantina di feriti. 


 

Chi è il generale golpista
Il generale Haftar non è nuovo a tentativi golpisti: tre giorni prima dell’anniversario della rivoluzione libica, il 14 febbraio scorso, si era messo alla guida di circa diecimila miliziani, provando a destituire parlamento e governo e tentando di istituire un esecutivo guidato dalla Corte Suprema, senza però riuscirvi. In quell’occasione, non si erano registrate defezioni all’interno dell’esercito.

 

Haftar, 71 anni, ha un curriculum interessante: proveniente dall’accademia militare di Bengasi, si è formato nell’ex Unione Sovietica ed è stato uno dei partecipanti al colpo di stato che nel 1969 portò al potere il colonnello Gheddafi. Durante la guerra tra Libia e Ciad (1978-1987), un episodio cruciale segna la sua vita: fatto prigioniero dall’esercito ciadiano, viene disconosciuto e poi abbandonato al suo destino dal regime di Tripoli, che nega di conoscerlo.

 

Liberato in circostanze non chiare dalle forze speciali americane, ottiene asilo politico negli USA e da allora molti, tra cui lo stesso Gheddafi, lo accusano di essere stato reclutato dalla CIA e di lavorare con i dissidenti per defenestrare il regime.

Dopo vent'anni di esilio forzato, in effetti, nel marzo 2011 rientra a Bengasi per partecipare alla rivoluzione contro il Colonnello. Nominato capo delle forze di terra del Consiglio nazionale di transizione (CNT), guida i militari che hanno defezionato dal regime e contribuisce ad abbattere il dittatore. Dopo la vittoria e la morte di Gheddafi, ottiene crescente considerazione nell’ambiente militare, anche in ragione delle sue dure critiche alle autorità di Tripoli, ree di aver marginalizzato troppo gli ex ufficiali di Gheddafi nel nuovo contesto istituzionale.

 

Cosa succede in Libia
Degli episodi insurrezionalisti del fine settimana è stato protagonista anche un altro militare, il colonnello Mokhtar Fernana, il quale afferma di essere comandante della polizia militare. Fernana ha sostenuto di parlare in nome dell’esercito e ha letto il comunicato televisivo in cui ha spiegato: “Noi, membri dell'esercito e rivoluzionari (ex ribelli) annunciamo la sospensione dell’Assemblea Congressuale CNG”.

 

Questo ci racconta che quei militari marginalizzati dall’epoca di Gheddafi, potrebbero essersi infine saldati nel tentativo di prendere il potere, cosa che finora non è riuscita. Aver attaccato le due città simbolo, Tripoli e Bengasi, significa comunque mandare un doppio messaggio: si vuol colpire al cuore dello Stato per destituire un potere non riconosciuto ma si vuole anche arginare il potere dei predoni e dei qaedisti che in Libia gestiscono impunemente i traffici di esseri umani, armi, droghe e talvolta persino del prezioso petrolio, venduto al mercato nero agli Stati che ne hanno bisogno per eludere l’embargo, come la Corea del Nord.

 

Se il regime quarantennale di Muammar Gheddafi aveva portato la Libia alla dittatura unipersonale del Colonnello con la ferocia e la repressione, egli era però riuscito a tenere unite le molte anime che contraddistinguono il Paese nordafricano e aveva tenuto a freno le divisioni regionali che sommariamente vedono la tripartizione storica in Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, attraversate dalle tribù berbere e tuareg e da una popolazione giovane che non è abituata a votare.

 

Al tempo stesso, quel regime garantiva la stabilità della Libia e gestiva una buona parte della diplomazia regionale africana, anche in relazione a Europa e Stati Uniti. Con Washington, in particolare, sotto la presidenza di George W. Bush, nei primi anni duemila la Libia riallacciò i pieni rapporti diplomatici fino a essere depennata dalla lista dei cosiddetti “Stati Canaglia”, grazie alle politiche contro l'integralismo islamico intraprese da Gheddafi. Proprio quello che promette di fare adesso il generale Khalifa Haftar.

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