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Guerra a Isis, gli Usa "danno i numeri"

La coalizione internazionale non è compatta e soffre degli egoismi nazionali: i numeri forniti dalla CIA

Manifestanti anti-Usa a Badgdad – Credits: Muhannad Fala'ah / Getty Images

per LookOut News

C’è ancora molta confusione, troppa, sul terzo intervento degli Stati Uniti in Iraq contro lo Stato Islamico (IS). Abbiamo letto degli Stati che parteciperanno alla coalizione internazionale, un’alleanza trasversale a cui hanno lavorato nelle ultime settimane il Segretario di Stato USA, John Kerry, in tandem con il presidente Barack Obama. 

Adesso sappiamo che l’Occidente schiererà le forze armate di Regno Unito, Francia, Danimarca, Polonia, Australia, Germania, Canada e anche l’Italia. Vedremo più avanti in che modo e secondo quale impegno. Mentre a Oriente, ancora John Kerry, uscito trionfalisticamente dal vertice di Gedda (Arabia Saudita), ha portato a casa la garanzia di un impegno anche da parte dei Paesi arabi: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Qatar, Oman, Egitto, Iraq, Giordania e Libano. 

La singolarità della Turchia

Nell’elenco dei Paesi della coalizione non abbiamo menzionato la Turchia, che si trova a metà strada, in posizione assai scomoda sia geograficamente sia politicamente, in qualità di “ponte” culturale proprio tra le millenarie civiltà occidentale e orientale, cristiana e islamica, progressista e conservatrice. 

Ankara teme un carico eccessivo di responsabilità e non ha ancora chiaro l’impegno diretto degli altri alleati né conosce la visione generale dietro la strategia americana. Inoltre, l’indecisione è dettata anche da alcuni fattori di non poco conto: il rischio di aprire un fronte di guerra troppo esteso lungo il confine turco con la Siria (si tratta di pattugliare ben 900 chilometri, senza contare l’Iraq); il pericolo di recrudescenze e attentati in territorio turco; il sostegno di Ankara ai ribelli siriani della prima ora; l’emergenza profughi (1,3 milioni secondo fonti turche); i 49 ostaggi turchi in mano all’IS, tra cui alcuni diplomatici (sappiamo fin troppo bene come gli uomini del Califfato trattino simili questioni). Resta ben inteso che la Turchia è parte integrante della NATO e dunque il suo posto è comunque nel perimetro dell’Alleanza Atlantica.

Una coalizione piena d’incognite

Per i turchi vale anche la questione del Kurdistan, che al momento è il fronte più caldo nella lotta contro l’IS. Il Kurdistan non è uno Stato riconosciuto ma un’area contesa tra quattro Stati - Turchia, Iraq, Siria e Iran - ricca di petrolio e in cui vivono quasi 40 milioni di persone, che da questa guerra vorrebbero ottenere finalmente l’indipendenza. 

Dunque, i protagonisti diretti del conflitto hanno un interesse personale che mal si concilia con la coalizione internazionale. Sapendo inoltre che almeno quattro Paesi - Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Kurdistan - mantengono una politica ambigua nel conflitto, considerato il fatto che questa è una guerra regionale e non globale (come pretendono invece gli Stati Uniti), consapevoli della posizione negativa della Russia e dell’Iran (a sua volta implicato nella difesa degli sciiti) e del rischio di dover poi avere un piano per deporre lo stesso Bashar Assad dalla Siria, non possiamo che concludere che ci troviamo di fronte a una guerra che si profila ancora lunga e dall’esito incerto. E pensare che poteva essere l’occasione buona per Washington di riallacciare i rapporti con Mosca.

Le armi italiane ai curdi

Ciò nonostante, all’insegna del motto nordamericano “united we stand” e dell’ancor più rilevante motto nazionale “e pluribus unum”, il Segretario americano ha parlato di “impegno condiviso a stare tutti uniti contro la minaccia posta dal terrorismo”. Ma è davvero così? E quale ruolo avranno precisamente i protagonisti della coalizione? Neanche a Washington lo sanno ancora bene e, per adesso, si ha contezza solo dell’impegno economico di numerosi Paesi per la fornitura di armi. 

Vedi l’Italia, che ha inviato armi per i curdi. Se consideriamo l’impegno del nostro Paese come la cartina di tornasole dell’andamento generale del conflitto, dobbiamo già preoccuparci. Quelle armi, infatti, non sono ancora giunte a destinazione: “Le armi per il Kurdistan sono partite, in questo momento ci sono questioni burocratiche a Baghdad, è un tema che deve essere risolto, le armi sono a Baghdad” ha riferito solo ieri il nostro ministro della difesa, Roberta Pinotti. Non certo un inizio rassicurante.

Le cifre dei combattenti, qualcosa non quadra

Spiace notare, inoltre, come solo ventiquattrore dopo l’annuncio di Obama, sia trapelata la notizia - la fonte è nientemeno che la CIA - che il numero degli jihadisti non corrisponde più a 15mila uomini, ma a una cifra aggiornata che oscilla tra le 20.000 e le 31.500 unità. Di questi, almeno 2mila provenienti da Paesi occidentali e, in totale, da ben 80 Paesi (più di un terzo degli Stati del mondo).

Di là dall’aspetto approssimativo del dato - che cifra è 31.500 a fronte di un generico 20.000 e di un precedente 15.000 stimato solo poche settimane fa? - occorre notare alcune cose. Anzitutto, va detto che una gran parte dei combattenti dell’IS sono ex membri del partito Baath di Saddam Hussein e altri militari sunniti delusi dalla politica sciita, che li ha progressivamente esclusi dai giochi nel post-Saddam. 

Dunque, non stiamo parlando di combattenti improvvisati ma di militari addestrati, che conoscono alla perfezione il territorio in cui operano e sono perfettamente a conoscenza di dove si trovano i depositi di armi e quali sono i centri strategici e le caserme che vale la pena assaltare. Niente a che fare con volontari della jihad islamica reclutati su internet.

Inoltre, in Siria una parte dei ribelli cosiddetti “moderati” nel tempo sono confluiti tanto nello Stato Islamico quanto in Jabhat Al Nusra, la formazione di matrice qaedista che al momento è schierata a fianco di IS. Distinguere le formazioni moderate dagli estremisti non è mai semplice e occorrono uomini fidati sul campo per esser certi di addestrare i soggetti giusti. 

Una politica, quella di voler addestrare la popolazione indigena, che non ha mai ripagato gli sforzi fatti. Almeno, non in Iraq e Siria, dove il risultato è sotto gli occhi di tutti. Senza considerare che le reclute addestrate di oggi potrebbero divenire un esercito ostile domani. Anzi, possiamo già affermare che le reclute addestrate di ieri sono divenute un esercito ostile già oggi. 

Insomma, quest’avventura - priva di obiettivi finali condivisi - non comincia bene per la coalizione internazionale. Gli Stati Uniti rischiano di trascinarci per l’ennesima volta in un caos del quale non si vede la fine. E una “guerra per procura” difficilmente funzionerà. A meno che Washington alla fine non schieri direttamente le proprie truppe. Ma Obama ha promesso che non lo farà. Ha segnato una nuova red line…

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